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PER
LA TUTELA DEL VERDE URBANO - Quaderni di Nuovamente.
E' da poco disponibile "Per la tutela del verde urbano",
nuovo libro curato dall'Ass. Nuovamente (www.nuovamente.org),
in cui i Quartieri di Bologna raccontano la storia, i problemi
e le speranze legate alla cura degli spazi verdi della città.
In questi ultimi anni i problemi sono aumentati e non è
un mistero che la qualità degli spazi pubblici si
sia ridotta. Il verde pubblico è un bene prezioso
per una città grande ed è soprattuto per l'impegno
dei volontari, che gestiscono oltre 1 milione di metri quadrati
tra parchi, prati e orti, che Bologna può vantare
un'importante "capitale naturale". In queste pagine
le associazioni si raccontano , tracciano un bilancio e
disegnano un'immaginario per il futuro nel quale i cittadini
possano essere sempre più protagonisti nella gestione
e nella cura del verde pubblico. L'obiettivo da raggiungere
è la determinazione di un vero e proprio "statuto
dei luoghi" che permetta una maggiore difesa del territorio.
Tra
fiumi e canali della pianura bolognese - L'itinerario
che vi proponiamo questa settimana corre lungo i canali
che uscendo dalla città di Bologna attraversano tutta
la pianura bolognese. Prendendo la s.s. 64 si costeggia
il corso del Savena Abbandonato:
lungo questa strada si incontrano diversi casali affiancati
da cappellette di campagna costruite sull'argine del fiume.
La maggior parte risale al settecento. Svoltando verso Bentivoglio
si lascia il Savena e si arriva al Navile,
il più importante tra i canali navigabili che attraversano
Bologna. Fin dall'antichità questo corso d'acqua
fu la principale autostrada commerciale che da Bologna arrivava
a Ferrara e da lì al Po'. Al culmine del rinascimento
su queste acque navigarono Lucrezia Borgia, diretta verso
il suo dorato esilio ferrarese e Giulio II, che dopo aver
conquistato Bologna volle proseguire il suo viaggio fino
alla capitale estense. Fu la famiglia signorile dei Bentivoglio
a dare il suo nome a questa zona perché qui, lungo
il corso del Navile, costruì il proprio castello
(nella foto), che è ancora oggi visibile e in perfetto
stato di conservazione dopo i restauri ottocenteschi del
Rubbiani. Lasciata Bentivoglio si continua verso Argelato,
si supera S. Giorgio di Piano e S. Pietro in Casale per
arrivare fino a Galliera. Qui
si trova una delle torri medievali meglio conservate della
provincia Bolognese. Questa torre, risalente al XIII secolo,
faceva parte del sistema di torri di guardia che controllavano
i canali e i confini bolognesi. Proseguendo verso Pieve
di Cento e svoltando verso Sant'Agostino si raggiungono
le chiuse del Reno. A questo
punto siamo al confine tra la provincia bolognese e quella
ferrarese e non resta che invertire la rotta e tornare a
Bologna o spingersi fino a Ferrara. Gennaio 2004
La Cattedrale Scolpita
- La mostra "la Cattedrale scolpita", che sarà
ospitata fino al 12 aprile negli spazi del Museo Civico
Medievale, riporta sotto la luce dei riflettori un pezzo
di quella "Bologna scomparsa" di cui già
altre volte abbiamo parlato. Tutto iniziò nel 1999,
quando durante i restauri della torre campanaria della cattedrale
di San Pietro vennero ritrovate
casualmente una decina di antiche lastre romaniche scolpite
riutilizzate come pavimentazione di una cella. Quelle lastre,
originariamente, facevano parte della facciata dell'antica
cattedrale romanica, di cui poco rimane dopo i rifacimenti
subiti dalla chiesa durante il seicento e il settecento.
Le sei lastre, forse appartenenti
all'antico portale, rappresentano temi tipici della decorazione
scultorea romanica: animali fantastici intrecciati, decori
vegetali e scene bibliche. Questo ritrovamento ci lascia
immaginare che la cattedrale di Bologna, tra il 1100 e il
1200, doveva essere simile alle grandi
cattedrali di Modena e Parma. All'interno del percorso
espositivo, curato da Massimo Medica, trovano spazio anche
altre testimonianze della Bologna romanica: l'antica croce
magica di Porta Ravagnana, le sculture in legno proveniente
dall'altare di San Pietro e molti codici miniati risalenti
al 1100. Grazie a questi ritrovamenti gli storici dell'arte
sono riusciti a ricostruire meglio il panorama artistico
dei primi secoli dell'anno mille, ipotizzando che dietro
la croce di Porta Ravagnana e alcune lastre della cattedrale
di San Pietro ci sia la bottega dello scultore Pietro
di Alberico. Il costo del biglietto d'ingresso è
di 4 euro e con lo stesso ticket si può visitare
anche la collezione permanente del Museo Medievale. Gennaio
2004
Sironi
e la grande decorazione - Sironi
era un gran fascista e la sua pittura lo dimostra: monumentale,
ardita, celebrativa proprio come piaceva al Duce. "Sironi
e la grande decorazione" è il titolo della mostra
ospitata nelle sale della Pinacoteca dove sono esposti i
cartoni preparativi per le decorazioni pubbliche (il Palazzo
di Giustizia di Milano, l'Università "la Sapienza"
di Roma) in cui Sironi interpreta i temi cari al Fascismo:
la Giustizia, l'Italia, il Lavoro, la Milizia. Sono popolati
da uomini nudi, rudi, squadrati come doveva essere il "nuovo
italiano". Il rifiuto del cavalletto e il ritorno ad
una decorazione di vaste dimensioni a carattere pubblico
è il centro della sua esperienza artistica. La sua
pittura è forte, quasi materica. Sironi dipinge come
se scolpisse il granito. Emergono tra le altre, per il loro
richiamo tetro e spettrale, i ritratti equestri del "Dux"
e del "Rex Imperator": nelle loro effigi brune
c'è già tutto l'orrore della guerra. Non si
tratta semplicemente "arte di regime", ma nessun
regime poteva essere rappresentato più fedelmente.
Ancora
pochi giorni per visitare una delle più interessanti
mostre bolognesi di quest'autunno. Nella stupenda cornice
di via Farini, negli spazi di Palazzo Saraceni si tiene
la mostra promossa dalla Fondazione Carisbo "Arte
ad Alta Tensione - due generazioni di Futuristi".
C'è un rinato interesse nei confronti dell'arte degli
anni venti e trenta, anche da parte del pubblico. Quegli
anni sono stati in passato liquidati troppo semplicisticamente
come fascisti e basta. Nelle sale di Palazzo Saraceni sono
esposte una stupenda carrellata di opere: dalle prime prove
di Balla all'aeropittura di
Depero, passando per tutte
le varianti che il movimento Futurista ha avuto, in stretta
relazione con le altre correnti artistiche europee. Questa
tendenza artistica tutta italiana è riuscita a dialogare
con le correnti più estreme dell'arte europea: dal
surrealismo di Dalì e Manritte fino all'astrattismo
di Kandinskij.Il Futurismo ha avuto il grande merito di
immaginare (anticipandolo) il futuro tecnologico del Novecento:
il Pilota Stratosferico è lì, all'ingresso
della mostra, a provarcelo. (Nella foto un manifesto di
Fortunato Depero). Dicembre 2003.
Hukiyo-eRimarranno
in mostra fino al 16 novembre le xilografie ukiyo-e
della Collezzione Bernati, la più ricca raccolta
privata bolognese di stampe giapponesi. La mostra di
Palazzo Poggi illustra l'evoluzione di quest'arte
nel corso degli ultimi tre secol. In origine l'ukiyo-e si
riallacciava alla tradizione buddhista, ma nel corso dei
secoli è diventato simbolo della rappresentazione
edonistica del mondo propria della classe media nipponica.
I soggetti che compaiono nelle stampe appartengono al repertorio
teatro kabuki, mostrano grandi paesaggi, scene erotiche,
personaggi del mondo letterario. Ogni stampa non è
il frutto di un solo autore, ma è il risultato di
un complesso lavoro: ciascuna incisione parte dal semplice
disegno dell'episodio, che andrà distrutto durante
la lunga lavorazione necessaria per giungere alla stampa
finale. In mostra troviamo esposte opere dei più
grandi artisti giapponesi moderni: Utamaro,
il sommo poeta della bellezza femminile; Hokusai,
il grandioso paesaggista; Hiroshige
uno dei primi artisti orientali ad essere apprezzato in
occidente. Il segreto dell'arte giapponese sta nella piattezza
delle rappresentazione e nella forza dirompente del colore,
che tanto colpì i pittori Impressionisti. Novembre
2003.
Metafisica.
Scuderie del Quirinale, Roma. Finalmente le Scuderie
del Quirinale mettono in cartellone una mostra degna
di essere ricordata con piacere. De Chirico e la pattuglia
dei pittori metafisici sono rappresentati con centocinquanta
quadri che rendono bene l'idea della pittura europea a cavallo
degli anni venti e trenta. La Metafisica,
invenzione di Giorgio De Chirico
e di suo fratello Alberto Savino,
è la visione onirica di un mondo figurativamente
saturo. Il viaggio a ritroso nella storia delle immagini
compiuto da De Chirico è mostrato fin dai primi quadri
pagini, con le architetture tetre, angoscianti e illogiche
popolate di relitti archeologici (La
torre rossa, nella figura). Con il ritorno in Italia
nasce la serie dei manichini (Due manichini alla torre rossa),
rappresentanti di un'umanità ormai senza volto, irriconoscibile.
Contemporaneamente si lasciano incantare dalle sirene metafisiche
Carrà (Musa Metafisica,
1917) e Morandi (Natura morta,
1918). Durante il soggiorno ferrarese, la città estense
e la sua realtà quotidiana, fatta di oggetti spesso
banali e insignificanti come guanti, fiammiferi, occhiali
da sole entrano prepotentemente nei quadri di De Chirico
fino a sconvolgerne la superficie, trasformandola in un
inquietante e misterioso geroglifico (Progetti di una giovane
figlia). Ma è soprattutto all'estero che la genialità
antiquaria di De Chirico venne apprezzata: Breton
e i Surrealisti lo elessero,
nonostante la sua contrarietà, loro padre spirituale.
Molte le opere esposte che documentano l'influenza di De
Chirico su pittori altrettanto grandi e geniali come Magritte,
Ernst, Dalì,
Mirò e Picasso.
Ottobre 2003.
La
biennale del muro dipinto di Dozza.
Ogni due anni a Dozza si
svolge la Biennale d'Arte del Muro Dipinto. Questa manifestazione,
organizzata per la prima volta nel 1960, ha portato nel
piccolo paesino imolese alcuni dei maggiori artisti mondiali.
Per arrivare a Dozza si prende la via Emilia verso San Lazzaro
e si continua fino quasi ad Imola. Seguendo le indicazioni
si arriva facilmente alla Rocca, cuore dell'abitato antico
e moderno, che non è molto distante dalla via Emilia.
Salendo non sembra quasi di essere in Emilia: a differenza
dei colli bolognesi, quelli di Dozza sono bassi e ricoperti
di vigneti pregiati. La piazza principale è dominata
dal Castello trecentesco, nel cui sotterraneo si trova l'Enoteca
Regionale dell'Emilia Romagna: uno spazio di degustazione
dove si possono assaggiare i principali vini prodotti entro
i confini regionali.Ma è girando per le stradine
del piccolo paese che si ammirano veri e propri capolavori
all'aria aperta. In tutto sono duecento gli artisti che
fino ad ora si sono cimentati per trasformare gli antichi
muri medievali in delle vere e proprie opere d'arte moderne.
Sotto gli affreschi sulle facciate delle case si leggono
i nomi degli artisti: Matta,
Sassu, Schweizer,
Licata, Turnquist,
e tanti altri grandi maestri. Dietro ogni palazzo, a ogni
angolo può nascondersi una parete dipinta che apre
suggestioni improvvise. Seguendo le stradine che attraversano
il paese, si riconosce il mutare del gusto e della sensibilità
degli artisti col passare del tempo. Dai primi dipinti ancora
realistici dei primi anni sessanta e settanta, fino alle
costruzioni più complicate e fantasiose degli ultimi
due decenni. Quest'anno saranno cinque importanti artisti
italiani ad aggiungere colori sui muri di Dozza: Bruno
Ceccobelli, Tano Pisano,
Luca Alinari, Pietro
Lenzini e Ubaldo Della Volpe.
(Nella foto l'opera di M. Bonazza). Ottobre 2003.
50°
Biennale di Venezia: the day after.L'orologio
che segna le ore della 50° Biennale d'Arte di Venezia
sta per battere l'ora X. Tra pochi giorni il più
grande mammuth dell'arte italiana tornerà in letargo
e non ne sentiremo parlare per altri due lunghi anni. Fortunatamente.
Sono ormai cinque o sei edizioni che la Biennale ripete
sè stessa come se fosse entrata in un loop eterno.
Non si sono annoiati ormai tutti, curatori ed artisti? Poche,
of course, le cose degne di nota in questa 50° Biennale.
Matthew Barney, dopo aver chiuso
con la serie di Cremaster si sta dedicando ad un'altra saga
post-human. Per ora vediamo solo cazzetti e fighette disegnate
su fogli di carta incorniciate da un doppio vetro, ma rimaniamo
comunque in attesa. Esacerbante l'esposizione all'Arsenale
(come al solito), mitigata solo da un misticismo pacifista
e filo-palestinese dal sapore, però, quasi millenarista.
Bene la pittura (in mancanza d'altro i pittori hanno sempre
qualcosa da dire), eccellente il tributo a Karol
Rama, l'unica presenza emozionante di tutta la kermesse.
Per il resto la solida movida: un insostenibile assembramento
di video e installazioni ambientali (basta, per favore basta!)
e di stupidaggini di stampo accademico e iper-colto. Tutto
questo è niente se messo a confronto della quintessenza
della banalità che il Museo Correr ha ospitato nella
mostra "Paintings".
Croste, semplicemente tante croste che potevano rimanere
nelle (misere) collezioni private da dove provenivano piuttosto
che essere appese alla pareti in uno dei più bei
musei di Venezia. Carina la collettiva Italian
Factory, vetrina delle ultime tendenze italiane.
Alla prossima Biennale, dunque, sperando che San Marco faccia
la grazia. (Nella foto un'frammento dell'installazione
di S&P Stanikas). Settembre 2003.
Viaggi
nei paraggi... (1 parte)Usciamo da Bologna e
prendiamo la Bazzanese (SS 569). Arrivati a Bazzano abbandoniamo
la statale per risalire la valle del Samoggia, svoltando
verso Monteveglio - Savigno - Tolè: a questo punto
siamo dentro il "Sentiero del Vino e dei Sapori"
di Monteveglio. La strada è stretta e a malapena
ci passa una macchina. Dopo neanche cinque chilometri c'è
un bivio. Da una parte di va verso Oliveto, dall'altra a
Monteveglio. Giriamo a sinistra e andiamo ad Oliveto.
Dopo una serie di tornanti da cui si vedono i vigneti più
a valle, arriviamo in pochi minuti al centro di questo paesino
costruto su uno sperone di roccia nel quale si vedono le
ammoniti, le antiche conchiglie fossili. Forse non ci abita
neanche un migliaio di abitanti, ma questo paese fu prima
possesso nonantoliano, poi libero comune e alla fine dominio
di Bologna. Era un centro importante perchè vi si
trovava niente meno che una ricca comunità ebraica
con tanto di banca, aperta da un certo Salomon de Mathias,
di cui rimane il palazzo costruito nel 1410, la Ca'
Grande dell'Ebreo. Di fronte alla Ca' Grande c'è
una bellissima chiesetta del seicento, la Chiesa
della Conversione di San Paolo. Riscendendo verso
Monteveglio fermatevi a rubare qualche melograno dalla piante
che costeggiano la strada. Seguendo le indicazioni si arriva
facilmente a Monteveglio. Non
fermatevi al paese moderno, salite invece al villaggio medievale.
Entriamo passando dalla porta trecentesca affiancata da
una torre. Il borgo mantiene intatto il suo fascino medievale.
L'abbazia, conservata intatta,
risale all'anno mille, semplice, austera, in stile lombardo.
Il luogo dove sorge era stato, in tempi ancor più
antichi, un insediamento etrusco e romano. Quassù
si rifugiò Ugo Foscolo,
ma sospettato di essere una spia austriaca fu imprigionato
a Bazzano. Dopo aver visitato Monteveglio e la sua abbazia
torniamo sulla strada che attraversa la valle del Samoggia
e continiamo verso il Castello di
Serravalle, circa sei km più avanti. Prima
di arrivarci incontriamo, isolata in mezzo al verde, la
chiesa di Sant'Apollinare,
che venne costruita per la prima volta attorno al 900 d.c.,
ma venne successivamente riedificata nel seicento. Quando
arriviamo al Castello di Serravalle c'è un silenzio
impressionante, si sente solo il vento tra che scuote i
rami degli alberi. Il borgo
è ancora circondato dalla cinta muraria originale,
con la torre di difesa del 1300. Prima di diventare un dominio
bolognese appartenne ai possedimenti della Contessa Matilde
di Canossa. Entrando ci si può perdere nel dedalo
di stradine strette che lo attraversano. Noi siamo un pò
stanchi e ci infiliamo nella prima trattoria che vediamo
ordinando crescentine con vino rosso. (Nella foto l'Abbazia
di Monteveglio). Ottobre 2003.
Grafica
Eurppea del Novecento. Pinacoteca Nazionale,
Bologna. E' la mostra bolognese più interessante
del momento: nelle sale sotterranee della Pinacoteca
di via Belle Arti sono in esposizione oltre centocinquanta
opere grafiche dei maggiori
maestri europei del novecento. Non c'è una tela appesa
ai muri, in compenso serigrafie, xilografie ed acqueforti
ripercorrono i maggior movimenti artistici del secolo passato,
dall'espressionismo alla pop art. A differenza della pittura
e della scultura, che richiedono un approccio complesso
sia da parte dell'autore sia da parte dell'osservatore,
la grafica riesce a cristallizzare l'originalità
di ciascun artista su un foglio di carta bianca, rendendola
riconoscibile come un marchio. Si riconoscono a colpo d'occhio
i Bagnanti di Cezanne, i ragazzi
di Hockney, il Minotauro di
Picasso, le bruciature di Burri
e i tagli di Fontana, la satira
amara di Grosz e le composizioni
di Capogrossi. All'interno
della mostra non c'è un percorso di lettura a senso
unico: si può leggere l'evoluzione delle varie scuole
nazionali (gli artisti sono raggruppati in base al paese
di provenienza), o rimbalzare da una parte all'altra della
sala, attratti dalla magia del tratto che le opere in esposizione
possiedono. (Nella foto un'opera di Heckel). Agosto 2003.
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