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Art-Forum Mostre e Turismo

a cura di Giulio M. Piantadosi

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PER LA TUTELA DEL VERDE URBANO - Quaderni di Nuovamente. E' da poco disponibile "Per la tutela del verde urbano", nuovo libro curato dall'Ass. Nuovamente (www.nuovamente.org), in cui i Quartieri di Bologna raccontano la storia, i problemi e le speranze legate alla cura degli spazi verdi della città. In questi ultimi anni i problemi sono aumentati e non è un mistero che la qualità degli spazi pubblici si sia ridotta. Il verde pubblico è un bene prezioso per una città grande ed è soprattuto per l'impegno dei volontari, che gestiscono oltre 1 milione di metri quadrati tra parchi, prati e orti, che Bologna può vantare un'importante "capitale naturale". In queste pagine le associazioni si raccontano , tracciano un bilancio e disegnano un'immaginario per il futuro nel quale i cittadini possano essere sempre più protagonisti nella gestione e nella cura del verde pubblico. L'obiettivo da raggiungere è la determinazione di un vero e proprio "statuto dei luoghi" che permetta una maggiore difesa del territorio.

Tra fiumi e canali della pianura bolognese - L'itinerario che vi proponiamo questa settimana corre lungo i canali che uscendo dalla città di Bologna attraversano tutta la pianura bolognese. Prendendo la s.s. 64 si costeggia il corso del Savena Abbandonato: lungo questa strada si incontrano diversi casali affiancati da cappellette di campagna costruite sull'argine del fiume. La maggior parte risale al settecento. Svoltando verso Bentivoglio si lascia il Savena e si arriva al Navile, il più importante tra i canali navigabili che attraversano Bologna. Fin dall'antichità questo corso d'acqua fu la principale autostrada commerciale che da Bologna arrivava a Ferrara e da lì al Po'. Al culmine del rinascimento su queste acque navigarono Lucrezia Borgia, diretta verso il suo dorato esilio ferrarese e Giulio II, che dopo aver conquistato Bologna volle proseguire il suo viaggio fino alla capitale estense. Fu la famiglia signorile dei Bentivoglio a dare il suo nome a questa zona perché qui, lungo il corso del Navile, costruì il proprio castello (nella foto), che è ancora oggi visibile e in perfetto stato di conservazione dopo i restauri ottocenteschi del Rubbiani. Lasciata Bentivoglio si continua verso Argelato, si supera S. Giorgio di Piano e S. Pietro in Casale per arrivare fino a Galliera. Qui si trova una delle torri medievali meglio conservate della provincia Bolognese. Questa torre, risalente al XIII secolo, faceva parte del sistema di torri di guardia che controllavano i canali e i confini bolognesi. Proseguendo verso Pieve di Cento e svoltando verso Sant'Agostino si raggiungono le chiuse del Reno. A questo punto siamo al confine tra la provincia bolognese e quella ferrarese e non resta che invertire la rotta e tornare a Bologna o spingersi fino a Ferrara. Gennaio 2004

La Cattedrale Scolpita - La mostra "la Cattedrale scolpita", che sarà ospitata fino al 12 aprile negli spazi del Museo Civico Medievale, riporta sotto la luce dei riflettori un pezzo di quella "Bologna scomparsa" di cui già altre volte abbiamo parlato. Tutto iniziò nel 1999, quando durante i restauri della torre campanaria della cattedrale di San Pietro vennero ritrovate casualmente una decina di antiche lastre romaniche scolpite riutilizzate come pavimentazione di una cella. Quelle lastre, originariamente, facevano parte della facciata dell'antica cattedrale romanica, di cui poco rimane dopo i rifacimenti subiti dalla chiesa durante il seicento e il settecento. Le sei lastre, forse appartenenti all'antico portale, rappresentano temi tipici della decorazione scultorea romanica: animali fantastici intrecciati, decori vegetali e scene bibliche. Questo ritrovamento ci lascia immaginare che la cattedrale di Bologna, tra il 1100 e il 1200, doveva essere simile alle grandi cattedrali di Modena e Parma. All'interno del percorso espositivo, curato da Massimo Medica, trovano spazio anche altre testimonianze della Bologna romanica: l'antica croce magica di Porta Ravagnana, le sculture in legno proveniente dall'altare di San Pietro e molti codici miniati risalenti al 1100. Grazie a questi ritrovamenti gli storici dell'arte sono riusciti a ricostruire meglio il panorama artistico dei primi secoli dell'anno mille, ipotizzando che dietro la croce di Porta Ravagnana e alcune lastre della cattedrale di San Pietro ci sia la bottega dello scultore Pietro di Alberico. Il costo del biglietto d'ingresso è di 4 euro e con lo stesso ticket si può visitare anche la collezione permanente del Museo Medievale. Gennaio 2004

Sironi e la grande decorazione - Sironi era un gran fascista e la sua pittura lo dimostra: monumentale, ardita, celebrativa proprio come piaceva al Duce. "Sironi e la grande decorazione" è il titolo della mostra ospitata nelle sale della Pinacoteca dove sono esposti i cartoni preparativi per le decorazioni pubbliche (il Palazzo di Giustizia di Milano, l'Università "la Sapienza" di Roma) in cui Sironi interpreta i temi cari al Fascismo: la Giustizia, l'Italia, il Lavoro, la Milizia. Sono popolati da uomini nudi, rudi, squadrati come doveva essere il "nuovo italiano". Il rifiuto del cavalletto e il ritorno ad una decorazione di vaste dimensioni a carattere pubblico è il centro della sua esperienza artistica. La sua pittura è forte, quasi materica. Sironi dipinge come se scolpisse il granito. Emergono tra le altre, per il loro richiamo tetro e spettrale, i ritratti equestri del "Dux" e del "Rex Imperator": nelle loro effigi brune c'è già tutto l'orrore della guerra. Non si tratta semplicemente "arte di regime", ma nessun regime poteva essere rappresentato più fedelmente.


Ancora pochi giorni per visitare una delle più interessanti mostre bolognesi di quest'autunno. Nella stupenda cornice di via Farini, negli spazi di Palazzo Saraceni si tiene la mostra promossa dalla Fondazione Carisbo "Arte ad Alta Tensione - due generazioni di Futuristi". C'è un rinato interesse nei confronti dell'arte degli anni venti e trenta, anche da parte del pubblico. Quegli anni sono stati in passato liquidati troppo semplicisticamente come fascisti e basta. Nelle sale di Palazzo Saraceni sono esposte una stupenda carrellata di opere: dalle prime prove di Balla all'aeropittura di Depero, passando per tutte le varianti che il movimento Futurista ha avuto, in stretta relazione con le altre correnti artistiche europee. Questa tendenza artistica tutta italiana è riuscita a dialogare con le correnti più estreme dell'arte europea: dal surrealismo di Dalì e Manritte fino all'astrattismo di Kandinskij.Il Futurismo ha avuto il grande merito di immaginare (anticipandolo) il futuro tecnologico del Novecento: il Pilota Stratosferico è lì, all'ingresso della mostra, a provarcelo. (Nella foto un manifesto di Fortunato Depero). Dicembre 2003.

Hukiyo-eRimarranno in mostra fino al 16 novembre le xilografie ukiyo-e della Collezzione Bernati, la più ricca raccolta privata bolognese di stampe giapponesi. La mostra di Palazzo Poggi illustra l'evoluzione di quest'arte nel corso degli ultimi tre secol. In origine l'ukiyo-e si riallacciava alla tradizione buddhista, ma nel corso dei secoli è diventato simbolo della rappresentazione edonistica del mondo propria della classe media nipponica. I soggetti che compaiono nelle stampe appartengono al repertorio teatro kabuki, mostrano grandi paesaggi, scene erotiche, personaggi del mondo letterario. Ogni stampa non è il frutto di un solo autore, ma è il risultato di un complesso lavoro: ciascuna incisione parte dal semplice disegno dell'episodio, che andrà distrutto durante la lunga lavorazione necessaria per giungere alla stampa finale. In mostra troviamo esposte opere dei più grandi artisti giapponesi moderni: Utamaro, il sommo poeta della bellezza femminile; Hokusai, il grandioso paesaggista; Hiroshige uno dei primi artisti orientali ad essere apprezzato in occidente. Il segreto dell'arte giapponese sta nella piattezza delle rappresentazione e nella forza dirompente del colore, che tanto colpì i pittori Impressionisti. Novembre 2003.

Metafisica. Scuderie del Quirinale, Roma. Finalmente le Scuderie del Quirinale mettono in cartellone una mostra degna di essere ricordata con piacere. De Chirico e la pattuglia dei pittori metafisici sono rappresentati con centocinquanta quadri che rendono bene l'idea della pittura europea a cavallo degli anni venti e trenta. La Metafisica, invenzione di Giorgio De Chirico e di suo fratello Alberto Savino, è la visione onirica di un mondo figurativamente saturo. Il viaggio a ritroso nella storia delle immagini compiuto da De Chirico è mostrato fin dai primi quadri pagini, con le architetture tetre, angoscianti e illogiche popolate di relitti archeologici (La torre rossa, nella figura). Con il ritorno in Italia nasce la serie dei manichini (Due manichini alla torre rossa), rappresentanti di un'umanità ormai senza volto, irriconoscibile. Contemporaneamente si lasciano incantare dalle sirene metafisiche Carrà (Musa Metafisica, 1917) e Morandi (Natura morta, 1918). Durante il soggiorno ferrarese, la città estense e la sua realtà quotidiana, fatta di oggetti spesso banali e insignificanti come guanti, fiammiferi, occhiali da sole entrano prepotentemente nei quadri di De Chirico fino a sconvolgerne la superficie, trasformandola in un inquietante e misterioso geroglifico (Progetti di una giovane figlia). Ma è soprattutto all'estero che la genialità antiquaria di De Chirico venne apprezzata: Breton e i Surrealisti lo elessero, nonostante la sua contrarietà, loro padre spirituale. Molte le opere esposte che documentano l'influenza di De Chirico su pittori altrettanto grandi e geniali come Magritte, Ernst, Dalì, Mirò e Picasso. Ottobre 2003.

La biennale del muro dipinto di Dozza. Ogni due anni a Dozza si svolge la Biennale d'Arte del Muro Dipinto. Questa manifestazione, organizzata per la prima volta nel 1960, ha portato nel piccolo paesino imolese alcuni dei maggiori artisti mondiali. Per arrivare a Dozza si prende la via Emilia verso San Lazzaro e si continua fino quasi ad Imola. Seguendo le indicazioni si arriva facilmente alla Rocca, cuore dell'abitato antico e moderno, che non è molto distante dalla via Emilia. Salendo non sembra quasi di essere in Emilia: a differenza dei colli bolognesi, quelli di Dozza sono bassi e ricoperti di vigneti pregiati. La piazza principale è dominata dal Castello trecentesco, nel cui sotterraneo si trova l'Enoteca Regionale dell'Emilia Romagna: uno spazio di degustazione dove si possono assaggiare i principali vini prodotti entro i confini regionali.Ma è girando per le stradine del piccolo paese che si ammirano veri e propri capolavori all'aria aperta. In tutto sono duecento gli artisti che fino ad ora si sono cimentati per trasformare gli antichi muri medievali in delle vere e proprie opere d'arte moderne. Sotto gli affreschi sulle facciate delle case si leggono i nomi degli artisti: Matta, Sassu, Schweizer, Licata, Turnquist, e tanti altri grandi maestri. Dietro ogni palazzo, a ogni angolo può nascondersi una parete dipinta che apre suggestioni improvvise. Seguendo le stradine che attraversano il paese, si riconosce il mutare del gusto e della sensibilità degli artisti col passare del tempo. Dai primi dipinti ancora realistici dei primi anni sessanta e settanta, fino alle costruzioni più complicate e fantasiose degli ultimi due decenni. Quest'anno saranno cinque importanti artisti italiani ad aggiungere colori sui muri di Dozza: Bruno Ceccobelli, Tano Pisano, Luca Alinari, Pietro Lenzini e Ubaldo Della Volpe. (Nella foto l'opera di M. Bonazza). Ottobre 2003.

50° Biennale di Venezia: the day after.L'orologio che segna le ore della 50° Biennale d'Arte di Venezia sta per battere l'ora X. Tra pochi giorni il più grande mammuth dell'arte italiana tornerà in letargo e non ne sentiremo parlare per altri due lunghi anni. Fortunatamente. Sono ormai cinque o sei edizioni che la Biennale ripete sè stessa come se fosse entrata in un loop eterno. Non si sono annoiati ormai tutti, curatori ed artisti? Poche, of course, le cose degne di nota in questa 50° Biennale. Matthew Barney, dopo aver chiuso con la serie di Cremaster si sta dedicando ad un'altra saga post-human. Per ora vediamo solo cazzetti e fighette disegnate su fogli di carta incorniciate da un doppio vetro, ma rimaniamo comunque in attesa. Esacerbante l'esposizione all'Arsenale (come al solito), mitigata solo da un misticismo pacifista e filo-palestinese dal sapore, però, quasi millenarista. Bene la pittura (in mancanza d'altro i pittori hanno sempre qualcosa da dire), eccellente il tributo a Karol Rama, l'unica presenza emozionante di tutta la kermesse. Per il resto la solida movida: un insostenibile assembramento di video e installazioni ambientali (basta, per favore basta!) e di stupidaggini di stampo accademico e iper-colto. Tutto questo è niente se messo a confronto della quintessenza della banalità che il Museo Correr ha ospitato nella mostra "Paintings". Croste, semplicemente tante croste che potevano rimanere nelle (misere) collezioni private da dove provenivano piuttosto che essere appese alla pareti in uno dei più bei musei di Venezia. Carina la collettiva Italian Factory, vetrina delle ultime tendenze italiane. Alla prossima Biennale, dunque, sperando che San Marco faccia la grazia. (Nella foto un'frammento dell'installazione di S&P Stanikas). Settembre 2003.

Viaggi nei paraggi... (1 parte)Usciamo da Bologna e prendiamo la Bazzanese (SS 569). Arrivati a Bazzano abbandoniamo la statale per risalire la valle del Samoggia, svoltando verso Monteveglio - Savigno - Tolè: a questo punto siamo dentro il "Sentiero del Vino e dei Sapori" di Monteveglio. La strada è stretta e a malapena ci passa una macchina. Dopo neanche cinque chilometri c'è un bivio. Da una parte di va verso Oliveto, dall'altra a Monteveglio. Giriamo a sinistra e andiamo ad Oliveto. Dopo una serie di tornanti da cui si vedono i vigneti più a valle, arriviamo in pochi minuti al centro di questo paesino costruto su uno sperone di roccia nel quale si vedono le ammoniti, le antiche conchiglie fossili. Forse non ci abita neanche un migliaio di abitanti, ma questo paese fu prima possesso nonantoliano, poi libero comune e alla fine dominio di Bologna. Era un centro importante perchè vi si trovava niente meno che una ricca comunità ebraica con tanto di banca, aperta da un certo Salomon de Mathias, di cui rimane il palazzo costruito nel 1410, la Ca' Grande dell'Ebreo. Di fronte alla Ca' Grande c'è una bellissima chiesetta del seicento, la Chiesa della Conversione di San Paolo. Riscendendo verso Monteveglio fermatevi a rubare qualche melograno dalla piante che costeggiano la strada. Seguendo le indicazioni si arriva facilmente a Monteveglio. Non fermatevi al paese moderno, salite invece al villaggio medievale. Entriamo passando dalla porta trecentesca affiancata da una torre. Il borgo mantiene intatto il suo fascino medievale. L'abbazia, conservata intatta, risale all'anno mille, semplice, austera, in stile lombardo. Il luogo dove sorge era stato, in tempi ancor più antichi, un insediamento etrusco e romano. Quassù si rifugiò Ugo Foscolo, ma sospettato di essere una spia austriaca fu imprigionato a Bazzano. Dopo aver visitato Monteveglio e la sua abbazia torniamo sulla strada che attraversa la valle del Samoggia e continiamo verso il Castello di Serravalle, circa sei km più avanti. Prima di arrivarci incontriamo, isolata in mezzo al verde, la chiesa di Sant'Apollinare, che venne costruita per la prima volta attorno al 900 d.c., ma venne successivamente riedificata nel seicento. Quando arriviamo al Castello di Serravalle c'è un silenzio impressionante, si sente solo il vento tra che scuote i rami degli alberi. Il borgo è ancora circondato dalla cinta muraria originale, con la torre di difesa del 1300. Prima di diventare un dominio bolognese appartenne ai possedimenti della Contessa Matilde di Canossa. Entrando ci si può perdere nel dedalo di stradine strette che lo attraversano. Noi siamo un pò stanchi e ci infiliamo nella prima trattoria che vediamo ordinando crescentine con vino rosso. (Nella foto l'Abbazia di Monteveglio). Ottobre 2003.

Grafica Eurppea del Novecento. Pinacoteca Nazionale, Bologna. E' la mostra bolognese più interessante del momento: nelle sale sotterranee della Pinacoteca di via Belle Arti sono in esposizione oltre centocinquanta opere grafiche dei maggiori maestri europei del novecento. Non c'è una tela appesa ai muri, in compenso serigrafie, xilografie ed acqueforti ripercorrono i maggior movimenti artistici del secolo passato, dall'espressionismo alla pop art. A differenza della pittura e della scultura, che richiedono un approccio complesso sia da parte dell'autore sia da parte dell'osservatore, la grafica riesce a cristallizzare l'originalità di ciascun artista su un foglio di carta bianca, rendendola riconoscibile come un marchio. Si riconoscono a colpo d'occhio i Bagnanti di Cezanne, i ragazzi di Hockney, il Minotauro di Picasso, le bruciature di Burri e i tagli di Fontana, la satira amara di Grosz e le composizioni di Capogrossi. All'interno della mostra non c'è un percorso di lettura a senso unico: si può leggere l'evoluzione delle varie scuole nazionali (gli artisti sono raggruppati in base al paese di provenienza), o rimbalzare da una parte all'altra della sala, attratti dalla magia del tratto che le opere in esposizione possiedono. (Nella foto un'opera di Heckel). Agosto 2003.

 

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