(Articolo per "Guerre & pace" n. 92, settembre 2002, originariamente intitolato:
La presenza militare USA in Georgia definisce le grandi manovre attorno al Caspio).

Dal Caucaso all'Asia centrale
di Giampaolo R. Capisani

Nel quadro della politica di guerra degli Stati Uniti, acquista particolare rilievo la rapida evoluzione della loro presenza (militare, ma anche strategica ed economica) in quello che era lo spazio post-sovietico.

Baghdad e Nasdaq

Al momento in cui scriviamo, appare ormai imminente un operazione militare su vasta scala in Iraq; negli Stati Uniti addirittura le domande dei giornalisti sembrano soffermarsi non sul quando, ma bensì sul come e secondo quale scenario: l'opzione "Allenza del Nord"? Quella dei bombardamenti chirurgici ? Quella di un attacco massiccio con successiva occupazione territoriale?… Tale operazione che da diversi ambienti viene considerata inevitabile e interpretata come una "seconda fase naturale" della cosidetta "Enduring Freedom" inaugurata in Afghanistan, sembra essere invece il risultato di una paziente costruzione dell'amministrazione Bush, quest'ultima programmaticamente conquistata dai "falchi" conservatori o reazionari come Donald Rumsfeld, Condoleeza Rice e Zbigniew Brzezinski, a danno delle "colombe" (Colin Powell); pure in questo contesto di edificazione di un clima interno favorevole a un intervento in Iraq, non va dimenticata né sottovalutata la gigantesca portata emotiva, finanziaria e alla fin fine politica dei pesanti scandali finanziari, in assoluto i più gravi mai accaduti, poiché vede concentrarsi negli ultimi due anni ben dieci dei venti maggiori fallimenti della storia economica statunitense: Enron, Pacific Gas and Electric, K-mart, Adelphia Communications, Global Crossing, Tyco, Worldcom, oltre alle difficoltà di Xerox e Merck, etc., scandali che sono arrivati persino ad investire le figure del presidente G.W. Bush, (affari Harken Energy Corporation e Texas Rangers), del vicepresidente Cheney (affare Halliburton) e di parte del loro entourage. Sembra essere a nostro parere quantomai realista l'esistenza di un nesso, di un legame, tra la pessima situazione della finanza (e dell'economia?) statunitense e l'imminenza dell'operazione irachena. Nella stessa misura in cui il Presidente Bush è apparso tiepido ed evasivo a proposito dell'adozione di nuovi meccanismi giuridici contro la bancarotta fraudolenta e le malversazioni dei manager, lasciando ad Alan Greespan il compito di denunciarne pubblicamente la "cupidigia", egli si è per contro dimostrato sempre più risoluto e deciso contro i nemici "esterni": "l'America non lascerà la sicurezza e la pace tra le mani di qualche uomo diabolico e distruttore" (discorso di G.W. Bush il 19 luglio 2002 a Fort Drum, Stato di New York) in un atteggiamento veicolato dalla stampa popolare con lo slogan: "Il nemico è altrove!" (sottintendendo che il nemico non può certo trovarsi tra noialtri americani!) Dichiarazioni che ricordano fin troppo chiaramente passate crisi di consenso "interne" che ad esempio condussero i generali argentini alla guerra della Falkland's o il fascismo italiano alla guerra d'Etiopia. Alla luce pertanto di quello che appare e qualcosa di meno di una certezza, ma anche come qualcosa di più di un semplice dubbio, ci sembra importante e urgente mettere in maggiore rilievo una trama di relazioni che la stampa, sia quella anglosassone che quella specializzata, ha raramente preso in considerazione: l'evoluzione della presenza statunitense (militare, ma anche strategica ed economica) nei territori dell'ex-Unione Sovietica.

Lo spazio post-post-sovietico

Con l'approssimarsi del 2003 almeno sette delle quindici ex-repubbliche che formavano l'Unione Sovietica saranno integrate nella NATO (come i tre stati baltici) o ospiteranno basi e militari statunitensi (come l'Uzbekistan e il Kirghizstan in Asia centrale e la Georgia e l'Azerbaijan nel Caucaso); attraverso questa strategia "entrista", l'iniziativa di Washington metterà di fatto fine alla nozione di "spazio post-sovietico", intendendo con questo un preciso periodo di tempo (dalla dissoluzione dell'URSS nel 1991, alla guerra in Afghanistan nel 2002) e una serie di regioni geografiche nelle quali l'influenza e gli interessi russi erano giocoforza dominanti, in ragione dei lunghi decenni comunemente trascorsi nell'edificio federale sovietico. Circa otto mesi fa nel quadro dell'ISAF (l'International Security Assistance Force, da cui dipendono le forze militari in campo in Afghanistan) vennero installate le prime basi militari nell'Asia centrale ex-sovietica: Tavil Dara in Uzbekistan e Manas in Kirghizstan, ufficialmente "destinate a rimanere operative per diversi anni" e ciascuna con effettivi dell'ordine di 1.500-2.000 soldati, un paio di dozzine di aerei da guerra tra F-15, F-18 e in quella kirghisa anche diversi Mirage 2000 francesi. Ma la capacità operativa di queste basi supera di per sé una loro banale descrizione e delinea una grande capacità di proiezione esterna: grazie all'autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo e all'utilizzo dell'aereoporto tagiko di Aini (prossimo alla capitale Dushanbe) le suddette basi già qualificate come "nodi di osservazione" sarebbero e sono eventualmente in grado con aerei spia o con "droni" (cioè mezzi volanti ad altitudini poste al di sopra e al di sotto dei normali segnali radar) di controllare porzioni di territorio cinese, indiano, pakistano e perfino russo e ceceno e di poterlo farlo in maniera assai più precisa e puntuale di quanto stiano attualmente facendo i satelliti militari. Ad esempio il New York Times dell'8 maggio scorso accredita la tesi che il missile con il quale due giorni prima la CIA avrebbe tentato di assassinare Gulbuddin Hekmatyar (ex-primo ministro afghano del periodo post-sovietico e leader dell'Hezb-e-Islami) dichiaratosi ostile al governo di Hamid Karzai, sarebbe partito da un drone decollato da Manas…

L'architettura imperiale: continuità territoriale del dispositivo americano

La fase successiva del dispiegamento del dispositivo statunitense si sviluppa nel maggio 2002; nel quadro della "lotta mondiale al terrorismo" giunge nella Georgia ex-sovietica un gruppo di circa 200 istruttori militari agli ordini del tenente colonnello R.M. Waltemeyer, con l'incarico di formare alcune unità speciali anti-terrorismo (due di fanteria, un battaglione e una unità motorizzata per un totale di 1.500 uomini) che ufficialmente avranno il compito di catturare o eliminare elementi legati ad Al-Qaeda, che secondo Washington si troverebbero annidati nelle gole di Pankissi, vallate inaccessibili a ridosso del confine con la Cecenia. Il contingente americano era già stato preceduto il 30 aprile, dall'arrivo a Tbilissi (la capitale georgiana) di una ventina di "specialisti" nel quadro di un programma di sostegno militare costato 64 milioni di dollari (stessa cifra in euro) vale a dire tre volte il budget militare annuale della Georgia! L'arrivo dei "berretti verdi" ha evidentemente destato un certa agitazione a Mosca, poiché il Regno di Georgia divenne parte dell'Impero zarista fin dal 1801 e non appare secondario che di quel paese fosse originario un certo Josif Dzugasvili poi passato alla storia con il soprannome di Stalin. Il Ministero Russo degli Affari Esteri è parso reagire flemmaticamente: "La Georgia ha il diritto sovrano di prendere delle misure per assicurare la propria sicurezza di fronte alla minaccia del terrorismo internazionale". In effetti Mosca sembra avere accettato questa forma di cooperazione "nel nome della lotta contro il terrorismo ceceno", considerando probabilmente la presenza americana come il male minore, in cambio del riconoscimento da parte di Washington dei legami esistenti tra la guerriglia cecena e Al-Qaeda. "Penso che ci sia una influenza di Al-Qaeda" ha dichiarato il 27 febbraio il presidente Bush, mentre un responsabile del Pentagono (che ha voluto restare anonimo) sostenere di essere: "assolutamente certo che Al-Qaeda si è infiltrata nelle gole di Pankissi". Si tratta di un giro di valzer inconsueto da parte della Casa Bianca, che per anni aveva martellato sulle violazioni dei diritti umani in Cecenia e aveva ricevuto il presidente indipendentista Aslan Maskhadov con gli onori di un capo di stato (l'ultima volta la scorsa estate). Gli Stati Uniti hanno confortato le tesi del Cremlino riconoscendo che i guerriglieri ceceni annidati nelle gole di Pankissi, in gran parte costituiti da volontari jihadisti arabi seguaci di Khattab (uno dei leader della guerriglia cecena di origine giordana ucciso dai russi il 20 marzo 2002) rappresentano un fronte locale di Al-Qaeda (alla stessa stregua del Kashmir indo-pakistano, del Sinkiang cinese e dell'Afghanistan).
Sarà chiaro solo tra parecchi anni in questo gioco di specchi a chi sia effettivamente convenuta questa mossa, che in linea di massima appare un successo tattico russo, ma in realtà è un affermazione americana sul piano strategico; quello che avrebbbe dovuto inquietare Mosca è che in cambio del linkage guerriglia cecena = terrorismo = Al-Qaeda si è determinata una nuova e decisiva presenza americana sul fianco meridionale della Russia; una presenza che asume la forma di un arco che a partire da occidente, cioè dalla Turchia e dalla base di Incirlik si sviluppa poi nel Caucaso, nell'Asia centrale e in Afghanistan terminando con le Filippine; un posizionamento che sembra definire una vera e propria architettura imperiale. Il dispositivo militare che sarebbe prematuro paragonare ad un limes romano, ha tuttavia proprio in maniera assai simile ad un limes la funzione di contenimento dei paesi non sottomessi alla logica della lotta mondiale al terrorismo (Cina); quella del controllo delle aree instabili (Pakistan); oppure ancora quella di mantenere sotto pressione quegli "stati canaglia" che secondo la Casa Bianca costituiscono l'"asse del male": Iraq, Iran, Corea del Nord.

La Georgia un paese in via di dissoluzione al centro di grandi interessi energetici

Ma nel caso georgiano la presenza militare viene affiancata da un secondo dispositivo di carattere economico-strategico che ha per obiettivo di dare maggiore stabilità ad un paese situato sulla rotta dell'evacuazione degli idrocarburi del Caspio attraverso l'oleodotto Baku (costa azera del Caspio)-Supsa (costa georgiana del mar Nero), proprio mentre sono appena iniziati i lavori per il raddoppio dello stesso oleodotto (da Baku a Tbilissi) e per la realizzazione della diramazione da Tbilissi a Ceyan (costa mediterranea della Turchia). Il BTC (Baku-Tbilissi-Ceyan) é un progetto fortemente voluto (e in gran parte finanziato) dagli Stati Uniti, il cui costo totale è stato stimato in 2,9 miliardi di dollari; cioè un oleodotto assai più dispendioso di progetti che seguivano percorsi alternativi, ma il BTC nei disegni di Washington permette di aggirare Russia e Iran e di favorire Georgia e Turchia; quest'ultima particolarmente sfavorita dal fatto che il terminale di Ceyan, punto di arrivo del greggio iracheno, sia rimasto praticamente inattivo dopo l'embargo successivo alla guerra del Golfo. Sempre nel maggio scorso si è svolto il summit di Trabzon tra i capi di stato turco, georgiano e azero che aveva in agenda proprio l'inizio dei lavori del BTC, ma che è servito soprattutto per consolidare l'alleanza Ankara-Tbilissi-Baku che si contrappone regionalmente all'asse Mosca-Erevan-Teheran.
Tornando alla Georgia è dunque evidente che con la loro presenza gli Stati Uniti intendono sostenere la traballante presidenza di Eduard Shevardnadze, che grazie alla sua posizione di Ministro degli Esteri dell'epoca della glasnost di Mikhail Gorbaciov, è abilmente riuscito a conservare legami privilegiati con Washington e in primo luogo con l'équipe dell'ex-presidente George Bush padre. Si dice, che dei quattro attentati ai quali Shevardnadze è sfuggito nel corso di un decennio di presidenza, (assunta il 10 marzo 1992) almeno due se non tre di questi siano stati sventati da uomini della CIA che avevano il compito di proteggerlo. Di fatto si sa che l'ambasciata americana di Tbilissi (con circa un centinaio di addetti) è la terza per importanza dell'ex-Unione Sovietica, dopo quelle di Mosca e Kiev e occorre ricordare che l'aiuto finanziario statunitense nel corso dell'ultimo decennio ha raggiunto il miliardo di dollari, cifra che, se rapportata ad una popolazione di soli cinque milioni di abitanti accomuna la Georgia al livello di denaro elargito da Washington a stati come l'Egitto o a Israele. Del resto ancora prima dell'11 settembre un programma di assistenza militare era già in essere: dieci elicotteri Huey UH-1H erano già stati consegnati lo scorso anno insieme a una équipe di "collegamento militare" che dalla primavera del 2001 si è installata nei locali del Ministero della Difesa georgiano. In agenda rimane anche la sostituzione di tutte le armi leggere dell'esercito georgiano con armi di fabbricazione americana. Anche sul piano del sostegno interno al governo di Eduard Shevardnadze la presenza statunitense è stata discreta ma costante, nel novembre del 2001 dopo l'assassinio di un giornalista a Tbilissi, grandi manifestazioni percorsero le vie della capitale e della maggiori città del paese chiedendo le dimissioni di Shevardnadze e provocarono una grave crisi di governo; in quell'occasione Washington visto il clima di pesante instabilità vissuto dalla repubblica post-sovietica di Georgia aveva deciso di aiutare Shevardnadze e il suo etablishment a superare l'inverno, finanziando una parte dell'approvigionamento dell'elettricità di Tbilissi.

L'originalità della situazione georgiana rispetto ad altre aree ex-sovietiche nelle quali l'iniziativa statunitense legata alla lotta al terrorismo rappresenta una novità come in Uzbekistan o in Kirghizstan è che in questi ultimi paesi il potere centrale mantiene il controllo sul proprio insieme territoriale magari con delle difficoltà (come nel Fergana per Tashkent o la cittadina di Osh per Bishkek) mentre in Georgia i militari americani hanno preso posizione in una paese frammentato e in una situazione di deliquescenza: conflitti separtisti irrisolti com'è il caso dell'Ossezia Meridionale e dell'Abkhazia (quest'ultima autoproclamatasi indipendente da Tbilissi nel 1993, con il sostegno di Mosca, dopo sanguinosi combattimenti contro i georgiani); baronie regionali che hanno reso di fatto indipendenti regioni intere del paese come l'Adjaria; tensioni inter-etniche che si vanno aggravando, come quelle con gli armeni nel distretto Akhalkalaki e infine zone franche dalla giurisdizione come il Pankissi, crocevia di contrabbando e di traffici illegali. Tutti questi elementi riducono la legittimità e la sovranità territoriale dei governi di Tbilissi a ben poca cosa, mentre l'unico elemento di continuità della Georgia indipendente sembra essere quella dell'antagonismo con Mosca (che dispone ancora di tre basi militari in territorio georgiano) e con la CSI. Le aspettative verso gli Stati Uniti crescono anche a Baku che già ospita numerosi tecnici di multinazionali americane del petrolio impegnati a fare crescere il potenziale energetico dell'Azerbaijan. Già nei prossimi mesi con la decisione di Washington di sospendere l'embargo di vendita di armi ad Armenia e Azerbaijan per via della guerra contro per il Nagorno-Karabakh, Baku dovrebbe ricevere forniture e assistenza militare per lo meno simile a quella garantita alla Georgia.