Il tesoro del Sultano. Le mani
sul petrolio, ricorsi storici e riflussi petroliferi.
di Giampaolo R. Capisani (già pubblicato su "Global Magazine,
n. 1, aprile 2003)
"Se si vuole essere qualcuno nel petrolio mondiale, bisogna essere
presenti in Medio Oriente".
-Jean Paul Getty-
Corso storico e flussi petroliferi
Quello
che sta accadendo in questi ultimi mesi a proposito dell'Iraq, che più
generalmente rimanda agli equilibri geopolitici dell'intera regione
medio-orientale e quindi al mercato petrolifero mondiale, è molto
simile a quello che è accaduto nella stessa regione nel corso
del primo dopoguerra: cioé una corsa all'accaparramento dei giacimenti
locali d'idrocarburi. Del resto la Prima Guerra Mondiale, aveva spietatamente
messo in luce la dipendenza dal petrolio di tutti i paesi belligeranti
e delle rispettive economie; infatti, malgrado le caratteristiche assunte
da quel conflitto furono quelle di una "guerra di posizione",
anziché quelle di una "guerra di movimento", quando
la guerra si concluse nel solo campo alleato si contarono ben 250.000
veicoli terrestri e 10.000 aerei, indicando chiaramente il modello taylorista,
quello cioè di una produzione di massa fortemente dipendente
dal ciclo dell'automobile e da quello intimamente collegato ad esso
della petrolchimica, che l'intera economia capitalistica avrebbe di
lì a poco massicciamente assunto.
Precursore di questa fase storica grazie alla sua imponente macchina
produttiva, la Germania aveva mostrato fin dall'inizio del XX° secolo
un grande interesse per le provincie (oggi iraqene) dell'Impero Ottomano,
con la costituzione di una società fondata dalla Deutsche Bank,
che avrebbe dovuto realizzare la ferrovia Berlino-Baghdad; società
che il 5 marzo 1903 ottenne dal Sultano una formale concessione, insieme
però a diritti minerari non esclusivi e territorialmente limitati
ad una fascia di 20 km su entrambi i lati dall'asse ferroviario. La
linea ferroviaria non verrà mai realizzata, ma i diritti minerari
sopravviveranno ad essa, finché nel 1911 per iniziativa di Calusto
S. Gulbenkian, detto anche il "Talleyrand del petrolio", si
costituirà la Turkish Petroleum Company (TPC) i cui azionisti
saranno (oltre allo stesso Gulbenkian), l'Anglo-Saxon Petroleum (cioè
la Royal Dutch-Shell) e la Deutsche Bank (che vi apporterà i
diritti minerari acquisiti nel 1903); pochi mesi dopo ad essi si aggiungerà
anche l'Anglo-Persian Petroleum. Infine il 24 giugno 1914, solo un mese
prima dello scoppio del conflitto mondiale, il Sultano firmerà
un iradie (decreto) che assegnava alla TPC le concessioni petrolifere
dei vilayats (distretti) oggi iraqeni, di Mossul, Kirkuk, Baghdad e
Bassora.
Durante il corso del conflitto il governo britannico incamererà
il 25% delle azioni della TPC detenute della Deutsche Bank come "bottino
di guerra", mentre nella primavera del 1916, Londra incaricava
un suo diplomatico Mark Sykes, di concludere un accordo riguardante
la regione medio-orientale con Georges Picot, l'emissario di Parigi.
In base all'accordo Sykes-Picot siglato il 16 maggio 1916 e che avrebbe
dovuto rimanere segreto, si stabiliva che dopo la sconfitta e la dissoluzione
dell'Impero Ottomano, la Francia avrebbe assunto una posizione egemonica
in Siria (definizione che al tempo comprendeva anche il Libano), nell'Anatolia
meridionale e nella Mesopotamia settentrionale (cioè l'attuale
Iraq settentrionale, comprendente le regioni petrolifere di Mossul e
Kirkuk). Dal canto suo la Gran Bretagna avrebbe invece stabilito dei
protettorati nel Golfo Persico, in Arabia (allora non ancora saudita),
in Palestina, nella valle del Giordano e sulla Mesopotamia meridionale
(le regioni cioè di Baghdad e di Bassora, anch'esse dal grande
potenziale petrolifero e corrispondenti all'attuale Iraq centrale e
meridionale). Con grande disappunto anglo-francese l'accordo Sykes-Picot
verrà reso pubblico dai bolscevichi; ma nonostante lo scandalo
internazionalmente provocato, il suo impianto verrà comunque
adottato ufficialmente e consacrato nella Conferenza di Sanremo del
25 aprile 1920 (nella quale si garantiva alla Francia il 25% dei diritti
petroliferi sulla Mesopotamia e in particolare sui campi di Mossul).
Nel 1920 si realizzava il mandato britannico e nel 1921 l'Iraq diveniva
una monarchia costituzionale, sul cui trono venne posto l'aristocratico
hascemita Feisal I°, già compagno d'armi del colonello Thomas
R. Lawrence (cioé l'agente inglese noto come "Lawrence d'Arabia",
con il quale aveva organizzato nel 1916 la "rivolta araba"
contro i Turchi). Nel 1928 la TPC assumeva il patronimo di Iraq Petroleum
Company, il suo capitale azionario era così suddiviso: il 52,5%
a società inglesi o anglo-olandesi (Anglo-Persian e Anglo-Saxon,
cioè RD-Shell), per il 21,25% francesi (Compagnie Française
des Pétroles), per un altro 21,25% americane (Standard Oil of
New Jersey e S.O. of New York) che gli Stati Uniti avevano imposto attraverso
il principio della "porta aperta" (cioè il diritto
delle società statunitensi di aprire attività all'estero)
e infine il 5% a Gulbenkian.
Ricorsi storici e riflussi petroliferi
A quasi un secolo dalla sistemazione post-coloniale attuata con l'accordo
Sykes-Picot e la Conferenza di Sanremo, gli equilibri regionali tornano
oggi ad essere rimessi in discussione, ma la posta in gioco sembra essere
la stessa di un tempo: l'accaparramento del potenziale petrolifero iraqeno.
Oggi come allora infatti l'Iraq riveste un ruolo-chiave nell'ambito
petrolifero mondiale, dato che nel suo sottosuolo esistono riserve "provate"
(delle quali cioé è stata dimostrata l'esistenza), stimate
in 112 miliardi di barili, cui va aggiunto un potenziale (anch'esso
accertato, ma non sfruttato) stimabile tra i 150 e i 250 miliardi di
barili. In altre parole le riserve iraqene corrispondono quasi a quelle
attribuite dagli specialisti all'Arabia Saudita, leader mondiale dell'estrazione
di idrocarburi. Per questa ragione e indipendentemente dalla crisi attuale,
tutto lascia supporre che all'Iraq nei prossimi decenni sia destinato
il ruolo di protagonista energetico dell'intera area medio-orientale
e quindi mondiale. Attualmente su 73 giacimenti conosciuti solo 15 sono
sfruttati; dei 58 rimanenti almeno una dozzina vengono classificati
"giant", cioè suscettibili d'interesse internazionale.
Solo a titolo di esempio i due giacimenti riguardanti gli accordi recentemente
negoziati, ma non firmati tra Totalfinaelf e Baghdad celano riserve
provate tra i 15 a i 16 miliardi di barili, vale a dire il doppio delle
riserve che Totalfinaelf (quinta società mondiale) avrebbe internazionalmente
estratto nei suoi ottantanni di esistenza.
Sul piano dei consumi poi, ricordiamo che l'economia statunitense impiega
un quarto del petrolio annualmente messo sul mercato, ma negli ultimi
anni per gli Stati Uniti quello energetico è stato proprio il
ventre molle del sistema economico: tra una "crisi energetica californiana"
e una privatizzazione selvaggia, per approdare al "fallimento Enron",
il settore energetico ha dimostrato tutta la sua fragilità e
probabilmente quella del modello post-taylorista che oggi ha bisogno
di ri-costituirsi come impero, come "guerra preventiva", come
superamento del diritto internazionale e delle sue regole. In ogni caso
i bisogni energetici mondiali aumentano esponenzialmente (e tutto lascia
supporre che il petrolio resterà ancora per decenni la fonte
di energia principale) con un consumo giornaliero mondiale di greggio
che oggi ammonta a 77 milioni di barili e che all'attuale ritmo di crescita,
sarà pari a 90 nel 2012, per toccare i 120 nel 2030. Una cifra
enorme che supera del doppio la capacità produttiva dell'insieme
dei paesi OPEC o se si preferisce di ben quattro volte la produzione
saudita. Dei cinque grandi produttori medio-orientali: Arabia Saudita,
Iran, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq, è proprio quest'ultimo
il paese in cui il potenziale delle riserve è quello più
importante, il più rapido da estrarre e il meno caro da sfruttare;
la capacità di produzione iraqena è di 2,8 milioni di
barili/giorno, ma è pesantemente limitata dalle sanzioni; nel
1979 essa era di 3,7 milioni di barili/giorno, quindi esistono ampi
margini per aumentare subito la produzione e in maniera considerevole.
Non solo. Appare realista e concreto pensare che l'Iraq possa in un
futuro prossimo sostituire l'Arabia Saudita nel ruolo di leader petrolifero
mondiale. Chiaramente, la messa a regime del potenziale petrolifero
iraqeno avrebbe dei costi e dei tempi, ma tenuto del deterioramento
per non dire delle gravi tensioni nei rapporti politico-diplomarici
tra Riyad e Washington (ricordiamo qui en passant che 15 dei 19 dirottatori
dell'11 settembre 2001 erano cittadini sauditi, come del resto Osama
Bin Laden e che la dinastia saudita è una monarchia assoluta
con requisiti democratici pressoché nulli). Quindi la "guerra
preventiva" rispetto a quanto sostenuto finora non potrà
che avere un "carattere ordinativo", quello cioè del
rimodellamento del "gioco petrolifero" mondiale, che solo
gli sprovveduti potranno leggere come scontro tra stati e/o civiltà
e che perseguirà i seguenti obiettivi: 1) assicurare negli anni
a venire le principali fonti estrattive d'idrocarburi; 2) indebolire
l'organizzazione dell'OPEC, non a caso fondata a Baghdad nel lontano
1960; 3) prevenire scenari incerti e/o ostili in Medio-oriente; 4) scongiurare
un terzo shock petrolifero, dopo quelli devastanti e recessivi del 1973
e del 1979.
Del resto ancora nel febbraio 2001 nel "Rapporto sulla sicurezza
energetica degli Stati Uniti", redatto da un gruppo di lavoro presieduto
da Dick Cheney che poi diventerà il vicepresidente statunitense
e che costituirà il riferimento più importante sulla regione
medio-orientale, si dichiara esplicitamente che uno degli obiettivi
prioritari di Washington avrebbe dovuto essere quello di ottenere: "un
migliore accesso alle ricchezze petrolifere del Golfo Arabo-Persico".
Balzelli di guerra.
di Michele Paolini (già pubblicato su "Global Magazine",
n. 2, maggio 2003).
Il
petrolio serve alla guerra. E non da adesso ma da quasi un secolo. La
meccanizzazione dei campi di battaglia ha trasformato i conflitti armati
in un grande business dei consumi petroliferi bellici. Gli aerei, le
navi, gli autocarri, i carri armati e i lanciafiamme non vanno ad acqua
fresca. In Italia, tra il 30 giugno 1915 e il 31 ottobre 1918 finì
all'esercito il 48% della benzina disponibile e con la marina e l'aviazione
la quota superò il 50%. I consumi fecero registrare un'impennata.
L'85% della spesa complessiva venne versato nelle casse di due sole
compagnie fornitrici, che realizzarono così utili colossali:
la Siap e la Nafta. Durante la Grande Guerra, l'87,5% del fabbisogno
alleato venne fornito dalla Standard Oil of New Jersey, come allora
si chiamava la Exxon. Nel novembre 1918, il ministro degli esteri inglese
Lord Curzon commentò: "Gli storici potranno dire che gli
alleati veleggiarono verso la vittoria su onde di petrolio".
Il petrolio serve a fare la guerra anche perché offre al Tesoro
risorse finanziarie straordinarie sotto forma di tasse di guerra applicate
sui suoi derivati. Già nel settembre del 1915 ne venne imposta
una di 8 lire al quintale "sulla vendita di olii esteri e nazionali".
È interessante osservare come da allora molte di queste tasse
siano rimaste comprese nel prezzo al consumo delle benzine. Misure "una
tantum" automaticamente passate in eredità a generazioni
di consumatori per lo più ignari. Nella cui percezione il fattore
principale di condizionamento del prezzo della benzina appare la quotazione
del petrolio greggio. Il che è vero solo in parte, perché
il greggio pesa soltanto su una delle componenti del prezzo alla pompa.
Questa quota è il cosiddetto prezzo industriale: la parte dei
ricavi di cui beneficiano i paesi esportatori e le compagnie al netto
delle tasse. Quota costituita dunque non solo dal prezzo del petrolio,
ma anche dai margini dell'industria. La componente più grande
però è quella fiscale, che in Italia pesa sul prezzo alla
pompa per una percentuale oscillante intorno al 70%. Più complicato
è separare le due parti di cui si compone il prezzo industriale,
nel nostro paese indicate all'incirca così: 13% i margini dell'industria,
17% i ricavi dei paesi esportatori.
Nel 70% destinato allo stato pesano ancora oggi incredibili balzelli
guerraioli. Non abbiamo mai smesso di finanziare la guerra di Mussolini
contro l'Abissinia, che nel 1935 portò il prezzo da 2 a 3,90
lire il litro. Continuiamo a pagare la crisi di Suez del 1956, quando
l'Egitto nazionalizzò il canale e ciò fece aumentare il
prezzo di 14 lire. Ma paghiamo anche l'"una tantum" con cui
venne finanziata la missione militare del 1982 in Libano, costata ai
consumatori 205 lire in due rate. C'è stato poi l'aumento di
23,11 lire deciso nel gennaio del 1996 per finanziare la missione in
Bosnia, scaduto e ritirato il 31 dicembre dello stesso anno. Insomma,
dal calderone dei balzelli di guerra lo stato prende a piene mani e
finanzia imperterrito il suo fabbisogno, spese militari comprese. Vecchi
balzelli per nuove guerre.
Ricostruzione imperiale (I conti dell'azienda
Iraq).
di Michele Paolini (già pubblicato su "Global Magazine",
n. 3, giugno 2003, con il titolo: I conti dell'azienda Iraq.)
Tony
Blair ha annunciato il 14 aprile un piano in tre fasi per ricostruire
l'Iraq. Primo, l'immediata "messa in sicurezza" del Paese
e gli aiuti umanitari. Secondo, nel giro di qualche settimana dalla
fine del conflitto, l'insediamento di un governo ad interim. Terzo,
entro un anno, le elezioni e l'avvento di un governo iracheno "pienamente
rappresentativo". Era il preavviso dell'arrivo di Jay Garner in
qualità di capo dell'Office for Reconstruction and Humanitarian
Assistance (Orha), avvenuto il 21 aprile, cui è poi subentrato
Paul Bremer dal 6 maggio.
La ricostruzione farà sorgere un Iraq made in Usa mai visto.
In questo senso "ricostruzione" è la meno neutra delle
parole. In realtà, sotto occupazione l'Iraq diventerà
altro. Lo ha ammesso al quotidiano "la Repubblica" del 5 maggio
anche il sottosegretario italiano alla difesa Salvatore Cicu: "Non
è possibile lasciare l'Iraq così come è uscito
dalla guerra". Dunque nessun ritorno all'ordine. Se mai, molto
probabilmente, ritorno al disordine unilaterale degli affari. Vantaggioso
per i soliti noti, naturalmente. Innanzi tutto, gli industriali del
petrolio e delle costruzioni.
La ricostruzione comprenderà politica e istituzioni, aiuti umanitari,
industria e infrastrutture. Saranno importanti anche servizi come la
gestione di porti, aeroporti, elettricità, acquedotti, sanità
e istruzione. Senza tralasciare le attività di peace-keeping,
o all'occorrenza war-keeping, che andranno adeguatamente finanziate,
come tutto il resto, attraverso la vendita del petrolio.
La pianificazione di queste attività risale a una fase precedente
all'attacco. Il "Wall Street Journal" del 17 pubblicava indiscrezioni
inerenti i contratti già siglati dall'amministrazione Bush per
gli "appalti segreti". Essi in gran parte beneficavano un
ristretto gruppo di società statunitensi, tra cui l'Halliburton
del vicepresidente Dick Cheney e la Bechtel dell'ex-segretario di stato
George Shultz, nel 1991 impegnata nello spegnimento dei pozzi kuwaitiani
e oggi nel ripristino del porto petrolifero di Umm Qasr. Le indiscrezioni
hanno trovato poi sostanziali conferme in quanto pubblicato a metà
aprile dalla stampa internazionale. La US Agency for International Development
(Usaid), unitamente al Pentagono incaricata di gestire gli appalti,
ha ammesso alle prime gare soltanto aziende statunitensi, mentre i subappalti
potranno essere affidati successivamente a società di altri Paesi,
purché allineati. Tutto ciò in attesa di una seconda fase,
in cui le istituzioni e le organizzazioni internazionali dovrebbero
recuperare almeno in qualche misura quel ruolo - tanto debole in partenza
- così platealmente sottrattogli.
Un nodo da sciogliere sarà perciò l'Onu. Nodo doppio.
Da una parte è in discussione il programma "oil for food",
da cui prima dell'occupazione dipendeva la sopravvivenza del 60% degli
iracheni, che la guerra ha poi gettato in una disperazione peggiore.
Com'è noto, il programma regolava il commercio di petrolio dell'Iraq,
limitandone le quantità, raccogliendo i ricavi in un conto controllato
dalle Nazioni unite e destinandoli all'acquisto sotto sorveglianza di
beni e servizi a uso umanitario. Esso è rimasto in vigore con
le misure provvisorie approvate il 28 marzo dal consiglio di sicurezza
per i successivi quarantacinque giorni ed è stato prolungato
con un voto del 24 aprile fino al 3 giugno. Ma i ruoli politici si sono
nel frattempo capovolti. Detronizzato Saddam Hussein, "oil for
food" ha reso possibile all'Onu qualche forma di condizionamento
sull'amministrazione provvisoria. Prima dell'occupazione era il governo
iracheno a gestire lo sfruttamento del greggio tramite il proprio ministero
per l'Energia. Adesso lo fanno i liberatori dell'Iraq.
Ora, portare la produzione ai livelli auspicati, cioè da 2 milioni
di barili al giorno a 6 e oltre, rende indispensabile la costruzione
di uno spazio giuridico coerente. In primo luogo una legge bancaria.
Soltanto a questa condizione è possibile fare affluire gli investimenti
e rimuovere contestualmente i vincoli mantenuti dal programma. Senza
un'adeguata cornice non è pensabile un afflusso di capitali esteri,
soprattutto quando essi siano di dimensioni notevoli, come nel caso
dell'industria petrolifera. ExxonMobil prevede investimenti per oltre
100 miliardi di dollari in esplorazione e produzione nell'arco dei prossimi
sette anni.
Preparate le condizioni, una parte dei fondi necessari alla ricostruzione
potrebbe rendersi disponibile. Tuttavia, almeno dal 21 marzo la Francia
ha fatto sapere di volere porre il veto a ogni risoluzione che disponga
una copertura legale a questa ricostruzione, magari legittimando ex-post
l'occupazione angloamericana. Il che rinvia all'altra parte della questione,
inerente il ruolo generale delle Nazioni Unite.
La Casa Bianca ha dimostrato la propria determinazione a proseguire
sulla strada percorsa verso un nuovo disegno delle strutture internazionali
su base unilaterale, cercando di apporre alla trasformazione una cosmesi
posticcia. In questo tentativo ha lanciato l'ipotesi di una "risoluzione
omnibus" dell'Onu che codificasse in un sol colpo lo status giuridico
dell'occupazione e le procedure della ricostruzione. Se la Francia di
Jacques Chirac si è opposta, ciò non è avvenuto
soltanto per una questione di principio. Benché essa in una certa
misura abbia probabilmente pesato. Il gruppo TotalFinaElf, strategico
nel sistema produttivo francese, considera l'Iraq cruciale per il raggiungimento
dei propri fondamentali obiettivi di crescita. Il presidente Thierry
Desmarest ci ha tenuto a precisarlo, dicendo: "sapremo batterci".
Con la ricostruzione unilaterale, gli Usa hanno voluto fare della torta
irachena un solo boccone. E a TotalFinaElf, cioè alla Francia,
resterebbero soltanto le briciole. Così l'Onu si è trasformata
per Chirac e per l'intero club degli esclusi - Russia compresa - in
una linea di difesa. Il 22 marzo, il capo della diplomazia russa Igor
Ivanov ha ammonito: "Non permetteremo che i contratti conclusi
ai tempi di Saddam Hussein vengano annullati". Né l'Onu
è l'unico appiglio. La posizione di Francia, Germania e Russia
ha trovato eco anche nella dichiarazione comune approvata al vertice
dell'Unione europea tenuto ad Atene il 16 e 17 aprile. Essa, licenziata
al termine di un iter particolarmente travagliato, dopo la consultazione
del segretario dell'Onu Kofi Annan e del ministro degli esteri russo,
ha sottolineato la centralità delle Nazioni Unite nel processo
verso l'autogoverno degli iracheni, ha affermato l'impegno dell'Ue a
svolgere una parte nella ricostruzione e ha valutato in modo favorevole
la partecipazione delle istituzioni finanziarie internazionali. Insomma,
ha sostenuto un approccio multipolare al rebuilding programme.
La questione posta da Ivanov era importante. In effetti, i capitali
esteri potrebbero riattivare l'estrazione del greggio iracheno e con
essa si potrebbe finanziare l'intero circuito della ricostruzione. Sempre
ammesso che il fabbisogno di finanziamento possa venire tempestivamente
e completamente soddisfatto in questo modo. Ma intanto rimarrebbe aperto
il problema del debito. Secondo alcune stime, mentre il budget della
ricostruzione ammonterebbe a cento miliardi di dollari, sull'Iraq graverebbero
obblighi finanziari di varia natura per 383 miliardi. Di questi, i debiti
veri e propri peserebbero per il 33%; i riconoscimenti di guerra risalenti
al 1991 peserebbero per il 52%; i contratti pendenti per il 15%. I contratti
riguardano in larghissima parte la Russia. Gli Usa premono per una cancellazione
del debito, che penalizzerebbe però i maggiori creditori, tra
cui Francia e Germania. Chirac e Schroeder si oppongono risolutamente,
chiedendo un preliminare riconoscimento del ruolo dell'Onu e un successivo
negoziato nell'ambito del Club di Parigi. Un primo compromesso è
stato raggiunto il 13 aprile, quando i ministri finanziari del G-7 hanno
raggiunto un accordo che prevede l'intervento del Fondo monetario internazionale
e della Banca mondiale nella ricostruzione e il riconoscimento del ruolo
del Club di Parigi in un prossimo negoziato sul debito. Gli Usa hanno
ottenuto in cambio il consenso all'ipotesi di una nuova risoluzione
Onu.
In questo quadro, il 16 aprile Bush ha anche chiesto al consiglio di
sicurezza la revoca delle sanzioni "ora che l'Iraq è stato
liberato". Ma ha dovuto incassare il categorico rifiuto di Russia
e Francia, poi corretto in una controproposta più interlocutoria:
"sospensione senza abolizione". L'amministrazione provvisoria
in Iraq ha comunque annunciato la costituzione dell'Iraq National Oil
Company (Inoc), strutturata secondo le caratteristiche di una corporation.
Ad essa competerà la titolarità formale del business petrolifero
iracheno. Presidente designato è Philip Carroll, ex dirigente
della Royal Dutch Shell. E neppure questa impronta imperiale sul greggio
iracheno sembra apprezzata negli ambienti dell'Onu né tra russi
e francesi, che avrebbero gradito la presenza di un iracheno.
Nel momento in cui consegniamo questo articolo (6 maggio) molti governi
reclamano il loro dividendo. Inclusi quelli dell'asse "pacifista"
russo-franco-tedesco. Figuriamoci gli interventisti. Ma Washington non
intende concedere troppo. Basti pensare che la Gran Bretagna, malgrado
l'impegno militare diretto, si deve adoperare per assicurare alle proprie
imprese un ruolo remunerativo niente affatto scontato. E lo fa anche
sotto la pressione dei propri industriali, che mirano a una fetta del
15-20% della torta. Di qui la posizione assunta da Tony Blair, anch'egli
favorevole ad una ricostruzione guidata dalle Nazioni Unite. L'Italia
del governo Berlusconi, nel suo piccolo e sulla base di sollecitazioni
analoghe, non è da meno. Presidenza del consiglio, ministeri
e ambasciate si sono messi all'opera per tutelare l'"interesse
nazionale". La missione italiana in Iraq rientrerebbe in questo
sforzo. Berlusconi conta così di vedere riconosciuti sia i meriti
acquisiti come "alleato della prima ora" sia il ruolo italiano,
decisivo nella prossima fase di definizione dello spazio geostrategico
mediterraneo e mediorientale.
Bersaglio OPEC.
di Giampaolo R. Capisani (già pubblicato su "Global Magazine,
n. 2, maggio 2003, omettendo per un errore di stampa la stupenda citazione
di Rumsfeld)
"Otterrete molto di più con una parola gentile e un fucile
in mano, anziché solo con una parola gentile". -Donald Rumsfeld
citando Al Capone-
L'OPEC come fattore di resistenza all'economia globale.
L'ipotesi
che cerchiamo di sostenere in questo articolo, è che il "carattere
ordinativo" della guerra in corso, nella quale il rovesciamento
del regime di Saddam Hussein sarà il secondo momento (considerando
l'Afghanistan come l'atto di esordio) rappresenta solo il punto di partenza
di una più vasta redistribuzione dei poteri nell'area medio-orientale,
regione che sottolineiamolo, corrisponde al più grande bacino
mondiale di produzione d'idrocarburi. Numerosi sono gli specialisti,
prima di tutto liberali e in secondo luogo statunitensi, che da diversi
anni vanno sostenendo che le condizioni istituzionali, legislative e
contrattuali che prevalgono in questi paesi, costituiscano dei "colli
di bottiglia" (in italiano leggasi "lacci e lacciuoli")
del mercato petrolifero mondiale. Sta di fatto, che tutti i paesi maggiori
produttori di idrocarburi di questa regione, fanno parte ormai da decenni
dell'OPEC e che quindi esistano validi motivi di ritenere che proprio
il cartello petrolifero, possa essere il prossimo target del nuovo ordine
imperiale; aspetto che conferirebbe alla guerra una qualità diversa
da quello riduttivo e supinamente accettato del "confronto tra
stati-nazione". L'obiettivo è quello di impedire che l'OPEC
possa influire come in passato ha fatto, sui corsi petroliferi. Ciò
significa mettere il cartello fuori dal "gioco petrolifero",
con strategie che vanno dal suo semplice esautoramento, a un suo dissolvimento
a partire dall'esaperazione delle divisioni al suo interno, oppure ancora
alla sua trasformazione in un inutile orpello "consultivo"
e folkloristico.
Baghdad, settembre 1960: per iniziativa di Iraq, Iran, Arabia Saudita,
Kuwait e Venezuela, viene fondata l'OPEC (Organization of the Petroleum
Exporting Countries) alla quale tra il 1961 e il 1975 aderiranno anche
l'Algeria, la Libia, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Gabon (che
ne uscirà nel 1995), la Nigeria e l'Indonesia (l'Ecuador ne farà
parte dal 1973 al 1992). Dalla sua sede di Vienna, l'OPEC perseguirà
una strategia avente per obiettivo: "il coordinamento e l'unificazione
delle politiche petrolifere degli stati membri e la determinazione dei
mezzi migliori per salvaguardare i loro interessi, individualmente e
collettivamente". La costituzione dell'OPEC si verificherà
quattro anni dopo che i paracadutisti franco-inglesi cercheranno di
rioccupare il canale di Suez, nazionalizzato il 26 luglio 1956 da Nasser
(impresa da cui desisteranno per l'ultimatum sovietico e la presa di
distanza di Eisenhower) e anche a causa in della decisione presa dalle
maggiori compagnie petrolifere di diminuire i prezzi (posted price)
le royalties che queste ritenevano congruo pagare ai governi dei territori
nei quali estraevano il greggio. Soprannominata anche the oil machine,
l'OPEC ebbe un ruolo fondamentale, nell'imporre invece il principio
che i posted price venissero stabiliti dai rispettivi governi, anziché
dalle compagnie. La prima dimostrazione di forza si ebbe nel 1973 quando
in seguito alla guerra del Kippur, il cartello proclamava il blocco
delle esportazioni verso i paesi occidentali, facendo quadruplicare
il prezzo del petrolio determinando il primo shock petrolifero. Il secondo
shock petrolifero si verificò nel 1979, come conseguenza della
rivoluzione iraniana del 1979; in quell'occasione il greggio toccò
il picco storico dei 34 dollari al barile. Inutile dire che, anche dati
questi precedenti storici, l'OPEC polarizza numerose ostilità:
da chi la indica come un "retaggio della decolonizzazione"
a chi vi scorge un pericolo per lo sviluppo dell'economia globale. D'altra
parte tutti gli altri cartelli delle materie prime (caucciù,
caffè, cacao, etc.) con la sola eccezione dei diamanti della
Central Selling Organization (emanazione della De Beers) non sono forse
stati dissolti negli ultimi anni a colpi di liberalizzazione forzata
dal FMI o chi per lui?
L'Iraq epicentro della liberalizzazione mondiale del greggio.
La messa sotto tutela del potenziale petrolifero iracheno, da parte
della "coalizione anglo-americana" è motivo di grande
apprensione nella sede OPEC di Vienna, dove questa prospettiva viene
vissuta con preoccupazione. Sintomatica la dichiarazione rilasciata
il 22 marzo scorso da un esponente dell'OPEC (il vicepresidente venezuelano
Jose Vicente Rangel) nella quale ha comparato l'intervento militare
a: "un cavallo di Troia, anzi un 'carro' di Troia introdotto nel
cuore della piazzaforte petrolifera". In effetti, malgrado le divisioni
al loro interno e le diversità che li contraddistinguono i paesi
del cartello petrolifero, hanno tutti in comune il fatto di considerare
il petrolio una merce non ordinaria e diversa dalle altre; spesso poi
le équipes di governo dei suddetti paesi, traggono la propria
legittimità dalla capacità di redistribuire al proprio
interno le entrate petrolifere, che in molti casi rappresentano l'80-90%
del loro PNL. Infine aspetto non trascurabile, tutti questi paesi hanno
nazionalizzato la propria industria petrolifera tra il 1971 e il 1976
e sono dotati giuridicamente di una legislazione che limita, ma in proporzioni
variabili, l'accesso delle multinazionali a questo lucroso settore.
Ecco il motivo per cui la presenza anglo-americana nel "laboratorio
iraqeno", potrebbe evolversi da "Operazione Iraqi Freedom"
a "Operazione Oil Market" e palesarsi come fattore di forzatura
e accellerazione della liberalizzazione del petrolio regionale. Ma siffatto
progetto, quello cioè della necessità di tale liberalizzazione,
presuppone l'inevitabilità di uno scontro con l'OPEC e implica
il rischio di un'estensione del conflitto (il famoso effetto domino
di cui si parla) ma può permettersi di mobilitare diversi casus
belli a geometria variabile: Iran=asse del male e/o rischio nucleare;
Siria=alleata di Saddam Hussein; Egitto e Arabia Saudita=regime anti-democratico.
I PSA: un trasferimento di sovranità ante-litteram.
Sul piano tecnico-giuridico, lo strumento per annichilire l'OPEC e
imporre la prima fase della liberalizzazione, esiste già e nel
gergo petrolifero si chiama Production Sharing Agreement (PSA), vale
a dire un "accordo di condivisione della produzione" che significa
la condivisione della sovranità, su un singolo giacimento o su
tutte le riserve energetiche. Il PSA è una tipologia di contratto
internazionale diffusosi a partire dagli anni 50, ma che ha l'enorme
vantaggio di permettere alle majors petrolifere una "sovraquotazione
borsistica" sulle piazze laddove queste sono quotate. Inoltre essendo
un accordo tra uno stato sovrano e una compagnia petrolifera, esso permette
a quest'ultima d'inscrivere le riserve che condivide grazie al PSA nel
proprio bilancio, poiché la giurisdizione dei metodi contabili
(soprattutto anglosassoni) considera tali diritti di sfruttamento acquisiti
con i PSA stessi, come degli attivi tangibili a tutti gli effetti. Inutile
dire che grazie a questa particolarità e al meccanismo di un
simile apprezzamento contabile, gli investitori sono da sempre fortemente
attirati dai PSA e dal settore energetico. Viceversa, esiste anche un
altro contratto possibile che è quello della prestazione di servizi,
che però è ovviamente assai meno remuneratore e quindi
meno ambito dalle multinazionali, non potendo beneficiare dell'effetto
dopante sul titolo borsistico. Tra i paesi che hanno sempre rifiutato
la ripartizione della sovranità e quindi di siglare accordi PSA,
troviamo la Russia, la Cina, l'Iran, l'Arabia Saudita, il Kuwait e con
essi quasi tutti quelli aderenti all'OPEC. L'unica eccezione in sede
OPEC é l'Iraq, paese nel quale gli accordi siglati di esplorazione
e sfruttamento erano invece proprio dei PSA; ma va ricordato che le
quote fissate dal programma "Oil for Food" e la necessità
di uscire dall'isolamento imposto con le sanzioni, avevano drasticamente
ridotto il potere negoziale di Baghdad.
Le regole di mercato saltano.
Parallelamente all'inizio della guerra, le diplomazie parallele delle
majors petrolifere anglosassoni, o per chi lo preferisce della "coalizione",
si sono alacremente messe al lavoro sia a Washington che a Londra. All'ombra
del Big Ben, BPAmoco (BP sta per "Blair Petroleum") e RoyalDutch/Shell
(2ª e 3ª società mondiali) hanno scelto come partner
della ricostruzione post-bellica Sharif Ali Ben Hussein, ex-banchiere
da anni residente a Londra, capofila dei monarchici iraqeni e pronunciatosi
possibilista sugli accordi PSA; mentre all'ombra della Casa Bianca,
é di dominio pubblico che ExxonMobil e ChevronTexaco (1ª
e 4ª società mondiali) abbiano scelto come personalità
di riferimento quell'Ahmed Chalabi, molto prossimo al vicepresidente
Dick Cheney, già fondatore del Congresso Nazionale Iraqeno (CNI)
artificiale organismo dell'opposizione in esilio e primo percettore
per entità di denaro, delle somme elargite dal Congresso degli
Stati Uniti. Appare scontato aggiungere che il CNI e Chalabi hanno già
dichiarato che, una volta caduto il regime, la nuova équipe riterrà
valido il principio del PSA. Sia nell'ipotesi Ben Hussein che in quella
Chalabi, appare chiara la ricaduta di grandi benefici a favore delle
quattro più importanti multinazionali petrolifere mondiali, che
potrebbe avere un effetto tonico sulle due principali borse mondiali
per capitalizzazione, cioè quelle New York e Londra, che tra
l'altro sono anche le uniche dove si contratta il prezzo del greggio.
Dati questi presupposti e il valore della posta in gioco, risulta evidente
come la situazione nella regione risulti quasi compromessa per l'OPEC
e questo s'intuisce anche da come vanno precisandosi i contorni del
protettorato, anzi di quell'"amministrazione civile provvisoria",
secondo la formula consacrata da Washington, che dovrà guidare
l'Iraq post-bellico, ma nel quale (vedi la "lista nera" del
Financial Times) ci sarà posto solo per le majors petrolifere
che parlano inglese. Come ha detto Rumsfeld (alla faccia delle "regole
di mercato"): "Chi fa la guerra, amministra la pace".
Tra le diverse opzioni allo studio che sembrano sfumature di questa
affermazione sembra farsi strada quella che successivamente alla rapida
sicurizzazione dei pozzi (nel sud e nel nord dell'Iraq) vede l'aumento
il più rapido possibile dell'estrazione petrolifera, condizione
che in poco tempo condurrebbe l'Iraq allo sfondamento della quota assegnata
dall'OPEC e quindi a un conflitto o addirittura a una defezione dal
cartello. In questo quadro, stona la dissonanza degli analisti della
Petroleum Finance Company Energy di Washington che avverte i responsabili
della futura "amministrazione" che, "qualora dovesse
pensare di prendere la decisione di fare uscire il paese dall'OPEC,
essa potrebbe incorrere in gravi problemi
". Il 2003 si è
dunque annunciato come un annus horribilis per l'OPEC, diversi tra i
suoi paesi membri stanno vivendo momenti critici, per non dire drammatici.
L'Iran è considerato un rogue state (uno stato canaglia), Indonesia
e Algeria sono instabili sul piano interno. In Nigeria diverse etnie
rivendicano la rendita petrolifera e la riduzione estrattiva di greggio
è pari al 30%. Il Venezuela un duro scontro ha visto opporsi
il presidente Hugo Chavez ad una opposizione sostenuta da Washington,
che nel tentato golpe del 2002, aveva tempestivamente riconosciuto come
legittimo il nuovo presidente, poi destituito. L'ex-presidente dell'OPEC
Sadek Boussena, ma l'ex-ministro saudita del petrolio e presidente dell'OPEC
negli anni 70 Yamani è lapidario: "l'obiettivo degli Stati
Uniti è chiaro: privatizzare il petrolio iraqeno".
PetrolCHINA.
di Giampaolo R. Capisani (già pubblicato su "Global Magazine,
n. 3, giugno 2003)
"Una sola Cina".
A
partire dal secondo dopoguerra, ma è meglio dire dalla Rivoluzione
Cinese, la principale fonte delle tensioni sino-americane, è
stata la questione di Taiwan; l'isola di Formosa (sinonimo di Taiwan)
venne annessa dal Giappone nel 1895, per tornare sotto la sovranità
cinese soltanto nel 1945. Quattro anni dopo nel 1949, vi si insediava
il governo nazionalista, anti-comunista e in fuga dal continente del
Kuomintang, che fin da subito poté godere della tutela statunitense.
Ciononostante, sia Pechino, quanto Taipei che Washington, aderirono
tutte alla dottrina secondo cui esisteva "una sola Cina" e
in ossequio alla quale, un solo paese era legittimato ad essere membro
e ad occupare il relativo seggio dell'ONU. Seggio mantenuto da Taipei
fino al 1971, ma che in seguito verrà attribuito a Pechino. Nel
1971 infatti, con l'obiettivo di contrastare e isolare in seno al Consiglio
di Sicurezza, l'Unione Sovietica (i cui rapporti con la Cina, in seguito
alla "destalinizzazione" conseguente al congresso del PCUS
del 1956 erano divenuti pessimi) Washington, impantanata nella guerra
del Vietnam, decise di sacrificare l'alleato taiwanese sull'altare della
nascente collaborazione con Pechino. Negli anni successivi, la progressiva
ripresa delle forniture di armi a Taiwan, in violazione degli impegni
presi, avrebbe a lungo andare avvelenato i rapporti tra la Casa Bianca
e il potere ereditario del "Celeste Impero". Il 1989 può
in questo senso essere considerato come un anno di svolta, poiché
è nel contempo sia l'anno della riconciliazione sino-sovietica
e sia quello della repressione di piazza Tienanmen. Un secondo anno-chiave
è il 1996, quando la crisi tra i due paesi toccava il suo apice
in seguito alla decisione di Washington di dislocare due squadriglie
aeronavali a Taiwan, in risposta ai missili cinesi lanciati presso la
costa dell'isola, con lo scopo d'intimidire gli indipendentisti, che
pure nel 2000 riuscirono a sloggiare il Kuomintang dal potere. Sempre
del 1996 è anche il rinnovo (in senso più stringente)
del "Trattato di Sicurezza nippo-americano", che instaurava
tra Pechino e Stati Uniti un clima di sfiducia duratura, tenuto anche
conto che nell'intera area asiatica estremo-orientale, il Giappone viene
normalmente percepito, come un paese potenzialmente predatore delle
sue ex-vittime.
GUAM contro Shangai.
In merito al riavvicinamento sino-sovietico prima e sino-russo poi,
varrà la pena ricordare che durante la seconda metà degli
anni '90, in seno alla Confederazione degli Stati Indipendenti, era
andata palesandosi una frattura insanabile tra due orientamenti ormai
divenuti antagonisti. Da un lato le strutture imperiali, in primis la
diplomazia statunitense ma non solo essa, riuscivano in margine alle
riunioni Nato e OCSE (l'ex-CSCE) a federare un fronte di stati ex-sovietici
antagonisti a Mosca, che il 13 ottobre 1997 veniva ufficializzato a
Strasburgo (?) con il nome di GUAM; acronimo delle iniziali degli aderenti:
Georgia, Ucraina, Azerbaigian, Moldavia, a cui tra il 1999 e il 2002
si aggiungerà l'Uzbekistan. L'impulso imperiale, offrirà
così un alveo di rilievo istituzionale all'ostilità che
questi stati nutrivano e tutt'ora nutrono nei confronti di Mosca (di
cui denunciano l'ambiguità nei secessionismi nei propri territori:
Abkhazia, Ossezia meridionale, Crimea, Nagorno-Karabakh, Trasnistria)
ma che soprattutto accusano il Cremlino di approfittare della loro dipendenza
energetica per indebolirne la sovranità. Da allora il GUAM perseguirà
l'obiettivo di avviare un percorso autonomo dalla tutela russa, che
intende fondarsi sull'approvigionamento energetico, sul sistema dei
trasporti e sulla sicurezza territoriale, aspetto quest'ultimo in merito
al quale, il GUAM rifiuta in blocco la presenza di truppe russe e intende
invece affidarsi alla Nato, se non addirittura agli Stati Uniti. Dopo
l'11 settembre 2001 e dopo la guerra in Afghanistan, nel nome della
"guerra contro il terrorismo" Washington riusciva così
ad intervenire in Georgia e ad insediare due basi militari in Kirghizstan
e in Uzbekistan (Tashkent deciderà per questo motivo di uscire
nel 2002 dal GUAM, preferendovi i rapporti bilaterali con Washington).
Un secondo gruppo di paesi ex-sovietici però, nell'intento di
contrastare questa iniziativa, s'impegnava invece sulla via di una cooperazione
rafforzata con Mosca e guarderà nel suo insieme alla Cina come
elemento embrionale di un contropotere di contenimento dell'iniziativa
imperiale e occidentale; nel 1996 si costituirà così "l'Organizzazione
per la Sicurezza Collettiva e per la lotta contro il separatismo e il
terrorismo islamista", un'alleanza militare cui aderirono Cina,
Russia, Kazakistan, Kirghizstan, Tagikistan e Uzbekistan (paese che
ne ha annunciato l'uscita). Fin dal 1992 tra Mosca e Pechino i rapporti
erano andati consolidandosi, erano stati ad esempio risolti diversi
contenziosi di confine tra Cina e Kazakistan, Kirghizstan e Russia;
un feeling che toccava il suo apice nel 1999, durante la guerra in Kosovo,
con l'interventismo "umanitario" della Nato; l'esautoramento
delle istanze e del potere di veto dei due paesi all'ONU e il bombardamento
"collaterale" dell'ambasciata cinese a Belgrado. Alla fine
del 2000, Vladimir Putin giunge al potere incalzato dalle istituzioni
imperiali: la realtà è infatti quella di un buon numero
di repubbliche ex-sovietiche, ma anche la quasi totalità dei
paesi socialisti est-europei, che risultano arruolati dal progetto imperiale.
Intendiamo con questo diversi effetti sovrapposti e combinati: l'imposizione
dei principi neoliberisti di World Bank, BERD e FMI; le iniziative nel
nome della "partnership per la pace" e l'adesione richiesta
o accettata alla Nato di molte capitali dell'Europa orientale; gli effetti
dei contratti delle multinazionali del petrolio; il ruolo delle istituzioni
come l'OCSE, ma soprattutto la necessità più volte invocata
dell'apertura commerciale e dei trasporti nei territori dell'ex-blocco
socialista, cui venne convertita anche la Comunità Europea con
il progetto della cosidetta "Nuova Via della Seta", che nel
TRACECA (trasporti intermodali) e nell'INOGATE (oleodotti e gasdotti)
aveva trovato il sua corollario geoeconomico. (Per un approfondimento
su quest'ultimo argomento, si veda il mio: Au sud de la Russie: quelques
considérations géoeconomiques à propos des Pays
d'Asie centrale et du Caucase, Atti del VI° Seminario ESCAS: Central
Asia: a Decade of Reforms, Centuries of Memories, Venezia, 8-10 ottobre
1998, in corso di pubblicazione presso Olschki Editore, Firenze). Inutile
sottolineare che dato il carattere transnazionale dell'insieme di queste
iniziative, del quale gli Stati Uniti sono solo un segmento, sarebbe
erroneo ritenere Washington responsabile unico di ciò che è
accaduto in questa parte del mondo, sarebbe una considerazione semplicista,
ma ingenua, oltreché miope politicamente. In questa situazione
il neopresidente Putin, giudicherà fin da subito imprescindibile
"l'orientamento strategico asiatico" della Russia (e di ciò
che restava della CSI) e si adopererà affinché la "partnership
strategica" con Pechino divenga una priorità per Mosca;
nel luglio 2001 si arriverà così alla firma di un "accordo
ventennale di cooperazione" tra i due paesi, che si caratterizza
anzitutto per l'impegno russo di fornire ingenti quantità d'idrocarburi
alla Cina, attraverso due pipelines (uno per il gas e uno per il greggio,
il cui inizio dei lavori viene dato per imminente) che dal Grande Nord
siberiano giungeranno fino al territorio cinese.
L'implicazione crescente della Cina in Medio Oriente e nel "gioco
petrolifero mondiale".
In effetti oltre alla questione di Taiwan più sopra richiamata,
l'altra ossessione che caratterizza la politica estera di Pechino è
la "questione energetica". Conseguenza amara della sua spettacolare
crescita economica (che ha vissuto una brutale accellerazione nel dicembre
2001 con l'adesione all'Organizzazione Mondiale del Commercio e che
oggi rischia un'altrettanto brutale battuta d'arresto con l'epidemia
di SARS) la Cina è divenuta importatrice netta d'idrocarburi
dal 1993. Nel decennio scorso (1992-2002) il suo consumo di greggio
è cresciuto al sostenuto ritmo del 6%, mentre la sua produzione
domestica stagnava, incrementandosi annualmente solo del 2%. Nel 2001
la Cina importava un terzo dei suoi consumi, cioè 65 milioni
di tonnellate di petrolio su 200. Le risorse energetiche "storiche"
cinesi, situate nel nord del paese vanno esaurendosi, mentre i nuovi
giacimenti scoperti nella provincia occidentale e maggioritariamente
islamica (e politicamente instabile) del Xinjiang (o Sinkiang-Uigur)
una parte dei quali concessi all'ENI attraverso l'AGIP, soffrono di
difficoltà tecniche che ne ritardano lo sfruttamento. Gli analisti,
concordano sul fatto che a partire dal 2010 il gigante cinese dovrà
importare perlomeno la metà della sua domanda energetica e tenendo
conto che già oggi il Medio Oriente fornisce i due terzi dei
suoi acquisti, si calcola che questa percentuale sia destinata a toccare
la quota dell'80% nel 2010. Cifre che parlano da sole, nel senso che
riassumono chiaramente l'importanza della posta in gioco in Medio Oriente
per la crescita economica cinese e che spiegano l'implicazione via via
crescente di Pechino in questa regione e più in generale nel
"gioco petrolifero mondiale". In ragione del regime delle
sanzioni applicate dopo la Prima Guerra del Golfo dalle Nazioni Unite
all'Irak, quest'ultimo paese non forniva mediamente che 400.000 tonnellate
di greggio cioè lo 0,6% annuo del totale delle importazioni cinesi;
ma, nella prospettiva della fine dell'embargo, un contratto di grande
importanza era stato siglato nel giugno 1997 tra Baghdad e due compagnie
di stato cinesi: la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la
China North Industries Corporation (o Norinco, società attiva
nella vendita di armamenti). Il consorzio così creato, ribattezzato
al-Waha, otterrà i diritti esclusivi di sfruttamento per 22 anni,
della metà dei campi petroliferi di al-Ahdab (sud-est di Baghdad)
dal potenziale stimato in 180 milioni di tonnellate di petrolio e con
un investimento calcolato in non meno di 1,3 miliardi di dollari. Nel
1998 poi, voci ufficiose, ma informate, riferivano della conclusione
dei negoziati tra CNPC e l'Irak per lo sfruttamento del campo di al-Fayah
(nel sud irakeno). Per vari motivi ed in entrambi i casi però,
la presenza cinese non è mai andata oltre la firma dei contratti;
le società di Pechino, visto il clima d'incertezza legato alle
sanzioni (delle quali la Cina non ha mai cessato di chiedere con veemenza
la fine, in ambito ONU) si sono limitate a prospezioni geologiche, provocando
il risentimento di Baghdad, che aveva più volte minacciato di
fare decadere "ogni contratto non onorato". È di attualità
recente poi il fatto che di questi due contratti, come di tutti gli
altri firmati dall'Irak nell'ultimo decennio (censiti in almeno una
ventina da uno studio della Deutsche Bank dell'ottobre 2002): quelli
per i campi petroliferi di Majnour e Bin Umar con Totalfinaelf; quello
di West Kurna con Lukoil e quelli di giacimenti minori con Pertamina
(Indonesia), Petronas (Malaysia) e Sonatrach (Algeria) la nuova "autorità
civile provvisoria" ha fatto tabula rasa; affidando d'ufficio "per
un periodo iniziale" imprecisato alla multinazionale statunitense
Halliburton, la gestione dei pozzi irakeni e la commercializzazione
del relativo greggio da essi estratto. Detto questo, appare tuttavia
chiaro che l'inedito attivismo cinese in Medio Oriente, è anzitutto
dettato dalla forte dipendenza da questa regione di Pechino; del resto
ne è una prova anche il ruolo ben più importante assunto
dalla diplomazia cinese alle Nazioni Unite verso la fine del 2002, soprattutto
se confrontato al "profilo basso" adottato nel caso della
guerra del 1991 e malgrado la Cina abbia preferito lasciare l'iniziativa
"visibile" dei paesi anti-guerra alla Francia.
Inoltre a partire dall'11 settembre 2001, Pechino sembra avere riconsiderato
la propria fragilità di fronte ai due possibili rischi di una
situazione più incerta: l'innalzamento brutale dei corsi del
greggio e/o la rottura (cioè l'interruzione) degli approvigionamenti
energetici. Il progetto rimasto latente per molti anni di una "riserva
strategica cinese" è stato rapidamente riattivato (si consideri
che nella notte del 19 marzo, allo scatenamento dell'intervento anglo-americano
in Iraq, Pechino non disponeva che di pochi giorni di autonomia energetica,
mentre gli Stati Uniti potevano disporre invece di ben tre mesi e l'Europa
di due) con l'obiettivo di costituire una riserva di almeno 15 milioni
di tonnellate, pari a tre mesi di autosufficienza. Nello stesso tempo,
la Cina intende riorganizzare le sue linee di rifornimento: quelle che
giungono via nave dal Medio Oriente devono transitare attraverso lo
stretto di Malacca (tra Singapore e Indonesia) posto sotto controllo
statunitense; così le società petrolifere cinesi vanno
ormai da tempo sollecitando nuovi accordi con Kazakistan e Russia, la
maggior parte dei quali erano già stati siglati prima dell'11
settembre 2001 (tra essi ricordiamo quello gigantesco lungo oltre 3.000
km che parte dai campi kazaki di Tengiz e Karachaganak) poiché
l'opzione che pricilegia l'Asia centrale e la Siberia, rappresenta per
Pechino l'affrancamento dalle linee di rifornimento ipotecate dagli
Stati Uniti, consentendo a Pechino una "profondità strategica"
vitale, nel caso ad esempio di una crisi con Taiwan.
Le curve di Hubbert.
di Michele Paolini (già pubblicato su "Global Magazine",
n. 0, novembre 2002).
King
Hubbert (1903-1989) era un geologo della Shell. Nel 1956 si presentò
ad un meeting dell'American Petroleum Institute con i risultati di uno
studio sulla previsione della produzione petrolifera nazionale statunitense.
Le conclusioni del lavoro erano pessimistiche ed allarmanti: la produzione
degli Usa avrebbe raggiunto un picco nei primi anni Settanta per poi
decrescere inesorabilmente. Negli ambienti dell'industria petrolifera
le sue ricerche vennero respinte a larghissima maggioranza. Le critiche
gli imputavano un grave difetto di catastrofismo ecologico. Già
allora il pensiero unico dei petrolieri recitava una formula del tipo:
"gli investimenti nell'esplorazione e le innovazioni tecnologiche
possono prolungare indefinitamente l'orizzonte temporale della produzione".
Vietato parlare di "limite". Nel 1968, la scoperta del giacimento
supergiant di Prudhoe Bay, in Alaska, sembrò dare ragione a tutti
gli altri e torto a Hubbert. Ma nel 1973 il picco venne raggiunto e
la produzione statunitense cominciò fatalmente a decrescere.
Come volevasi dimostrare. Aveva ragione Hubbert.
Il modello definito dal geologo descriveva con una "curva a campana"
il lifetime del petrolio, il tempo di vita della produzione. Il profilo
era divisibile in tre fasi: crescita, stabilizzazione e declino. Le
curve potevano riferirsi a un singolo giacimento come ad un'intera provincia
petrolifera o anche alla produzione mondiale nel suo complesso. Gli
inconvenienti di questo modello sono di solito indicati nell'impostazione
di carattere troppo rigidamente geologico. L'economia vi viene rappresentata
come se fosse il regno della concorrenza perfetta, la variabile del
prezzo è intesa troppo meccanicamente in funzione dei costi e
così via. Certo. Però Hubbert è oggi riconosciuto
come il fondatore di un metodo rigoroso e capace di interpretare i trend
in modo sostanzialmente attendibile. Studi basati sulle curve di Hubbert
hanno trovato recentemente credito anche presso l'Agenzia Internazionale
per l'Energia. E dal 1995 si è assistito a un vero e proprio
risveglio di studi hubbertiani, della cui serietà nessuno sembra
più dubitare. Le applicazioni più recenti riguardano proprio
le prospettive della produzione su scala mondiale. I risultati cui sono
pervenuti molti lavori diversi appaiono sorprendentemente convergenti.
Per la maggior parte, indicano che il picco della produzione mondiale
verrà raggiunto molto presto, tra il 2004 e il 2008. Comunque
entro la fine del decennio. Kenneth S. Deffeyes ritiene che il picco
sarà raggiunto prima del 2004. Secondo una ricerca di Colin J.
Campbell il picco avrebbe dovuto essere raggiunto addirittura tra il
1999 e il 2002. Applicazioni solo relativamente meno allarmanti stimano
che la curva della produzione mondiale potrebbe conoscere il suo picco
nel secondo decennio degli anni Duemila, in particolare nel 2016, per
poi svoltare comunque verso il declino.
Se le cose stanno così, ci sono due domande da porre ai decision-makers
della politica internazionale. Prima domanda: quali effetti potrebbe
avere sul mercato e sull'opinione pubblica occidentale un'ampia divulgazione
e discussione di queste interessanti ricerche? Soprattutto alla vigilia
di una nuova guerra, combattuta - vedi un po' le coincidenze - nel Golfo
Persico in nome della crociata contro le armi di distruzione di massa.
Seconda domanda: c'è un rapporto tra le curve di Hubbert e il
fatto che l'Iraq sia il paese con le riserve petrolifere più
durature del mondo? Ebbene sì, sono domande tendenziose.
Bechtel: Profiting from Destruction. Saturday 07
June 2003 © Copyright 2003 by TruthOut.org
http://truthout.org/docs_03/060403A.shtml
New Report Exposes Contractor Bechtel as Threat to Iraqi Environment,
Human Rights and Basic Services. U.S. Taxpayers Blindly Funding Post-War
Corporate Profiteering and Cronyism, Public Interest Groups Say.
SAN FRANCISCO, California - Bechtel Group Inc., one of the lead contractors
in the reconstruction of Iraq, has a 100-year history of capitalizing
on environmentally unsustainable technologies and reaping immense profits
at the expense of societies and the environment, said a report released
today by Public Citizen, Global Exchange and CorpWatch. Its release
was timed to coincide with a day of direct actions around the country
to protest Bechtel's presence in Iraq, the report concludes that the
Bush administration must be stopped from doling out contracts to undeserving
firms with which it has close ties, including Bechtel and Halliburton.
The report, Bechtel: Profiting from Destruction, provides case studies
from Bechtel's history of operations in the water, nuclear, energy and
public works sectors. It documents a track record by Bechtel of environmental
destruction, disregard for human rights and financial mismanagement
of projects that has affected communities all over the world and does
not bode well for the people of Iraq.
"If environmental and consumer protection violations had been taken
into account, Bechtel would not have been awarded such an important
contract in Iraq," said Sara Grusky, senior organizer with Public
Citizen. "The American people are funding this contract through
their tax dollars but are being denied the right to see what their money
is supporting."
On April 17, Bechtel was awarded $34.6 million of an 18-month Iraq
reconstruction contract worth up to $680 million, including the rehabilitation,
reconstruction and expansion covering all key elements of Iraq's infrastructure,
including electrical grids, water and wastewater systems. The contract
was part of a limited bidding process that forbade public review and
was kept secret even from Congress.
"This contract is about profit-making, not humanitarian efforts,"
said Maria Elena Martinez, executive director of CorpWatch. "The
Iraqi people are in desperate straits thanks to the U.S. government,
and now a U.S. company stands to make hundreds of millions of dollars.
It exemplifies the typical revolving door between big business and government
- in this case, Bechtel's board members and our high-ranking government
officials."
A historical look at Bechtel's wrongdoings includes:
o In Papua New Guinea, Bechtel partnered in constructing the world's
largest gold mine in 1970. The mine daily dumps hundreds of thousands
of tons of toxic waste from the mining operations directly into local
rivers. In 2000, a waste dump accident resulted in four deaths.
o Environmental and human rights groups have charged that Bechtel,
in a partnership with Shell called InterGen, circumvented U.S. environmental
laws by building a power plant on the Mexican border for the sole purpose
of exporting energy to the United States. The La Rosita InterGen plant
located in Mexicali, Baja Calif., and partly owned by Bechtel, was the
subject of a May 6, 2003, court ruling that found that the U.S. Department
of Energy and Bureau of Land Management had acted illegally in granting
permits to InterGen to build this power plant.
o In Cochabamba, Bolivia, in 1999, Aguas del Tunari, a subsidiary of
Bechtel, provoked protests that shut down the city when it privatized
the city's water system, then implemented massive price hikes that left
many people unable to afford water. The United Nations has formally
declared water to be a human right - Bechtel violated this international
resolution when it deprived people of their right to water. The outcry
forced the Bolivian government to cancel Bechtel's contract; Bechtel
is now suing the country in a World Bank court for $25 million in lost
profits.
o At nuclear power plants in Palisades, Mich.; Humboldt Bay, Calif.;
Three Mile Island, Penn.; San Onofre, Calif., and Davis-Besse, Ohio,
Bechtel was involved in some of the U.S. commercial nuclear industry's
more notable mishaps.
o In Nevada, Bechtel was awarded the management contract for a proposed
nuclear waste repository at Yucca Mountain, a site considered sacred
by the Western Shoshone people and part of a decades-long land dispute
between the United States government and the Native Americans. On these
same lands, Bechtel manages a Nevada test site and counterterrorism
facility where nuclear, biological and chemical weapons construction
and testing are carried out. The operation of the facility and its environmental
and health effects have prompted ongoing protests from Native Americans,
environmental and disarmament advocates.
o In Boston, Bechtel's mismanagement and cost overruns have been unprecedented.
Bechtel designed and manages the Boston Central Artery tunnel project,
also known as "the Big Dig." This federally funded project
is the most costly civil engineering undertaking in U.S. history; estimated
at $2.5 billion in 1985, it reached $14.6 billion in 2003.
In San Francisco in 2002, the Board of Supervisors phased out a contract
with Bechtel for the management of the upgrade of the city's water systems
before its completion date. Bechtel was charged with doing unnecessary
and overpriced work and charging the city for tens of thousands of dollars'
worth of personal expenses.
The report also documents Bechtel's history in Iraq, where the company
was pushing for an oil pipeline deal in the 1980s at the same time that
Saddam Hussein was committing his worst atrocities against the Iraqi
people. Bechtel was named by Hussein's government as one of the U.S.
companies that provided it with materials that could be used to make
weaponry.
"Bechtel has demonstrated brazen moral corruption by first contributing
to the development of Iraq's weapons, then pushing for a war against
Iraq, and finally profiting from the tragedy and destruction wrought
by that war," said Andrea Buffa, peace campaign coordinator at
Global Exchange. "It is a textbook example of what war profiteering
looks like. This report answers the question - 'What's wrong with Bechtel?'
"
The report's recommendations include:
o Implementing a democratic reconstruction in Iraq, led by the Iraqi
people with the help of international institutions like the United Nations.
o Opening up and making transparent the bidding process for U.S. government
contracts in Iraq and elsewhere.
o Companies bidding for U.S. government contracts should have satisfactory
records of integrity and business ethics.
Saturday 07 June 2003 © Copyright 2003 by
TruthOut.org
http://truthout.org/docs_03/060403A.shtml
BuzzFlash Interviews
June 23, 2003
What Did Eisenhower Mean When He Warned of a Military Industrial Complex?
Take a Look at the Carlyle Group.
A
BUZZFLASH INTERVIEW
With Dan Briody, Author of "The Iron Triangle: Inside the Secret
World of the Carlyle Group"
They are at the epicenter of the military-industrial-complex-Bush-Cheney-crony-capitalism
administration. The Carlyle Group is the model example of the nearly
seamless connection between the Bush administration, self-enrichment
and companies who receive big government defense contracts.
The roster of Carlyle "consultants" reads like a who's who
guide to government officials of the 1980s, starting with former president
George Bush, former secretary of state James Baker, and former defense
secretary Frank Carlucci.
The most chilling aspect of Briody's book is that the political connections
and lobbying activities he unmasks are not illegal.
It is a testament to the brain dead mainstream media that the relationship
between the Carlyle group and the Bush-Cheney cartel is not a national
scandal.
Brady is an award winning journalist who has written for Forbes, Wired,
Red Herring and the Industry Standard.
You can purchase his book as a BuzzFlash premium at: "The Iron
Triangle:Inside the Secret World of the Carlyle Group."
* * *
BUZZFLASH: If we were looking at the Carlyle Group -- aside from its
controversial nature and the political world of who runs it and the
consultants affiliated with it -- what business model does it represent?
BRIODY: It's what's known as a private equity firm. And that's a very
vague term to describe a whole umbrella of different types of companies.
What Carlyle specializes in is buyouts, which means that they operate
very similar to a mutual fund. Only instead of buying and selling stock,
they buy and sell private companies. And they also do venture capital
and real estate. So they're in a variety of different kind of financial
transactions-based businesses. But their bread and butter is buyouts.
And within that area, they focus heavily on government-regulated industries
- anything that depends very heavily on policymaking and legislation
coming out of Washington, D.C. As such, they hire a number of ex-politicians
to help them in that regard.
BUZZFLASH: In terms of companies that they buy out, most notably in
terms of their political-business crossover, they're probably most known
for their relationship to the defense industry, even though that's not
by any means exclusively what they do.
BRIODY: They got their start in the defense buyout business. They struggled
for the first couple of years before they hired Frank Carlucci, who
was the outgoing Secretary of Defense from the Reagan administration.
And Carlucci brought them in the direction of defense buyouts in the
late '80s, early '90s, in between the Cold War and the Gulf War, when
defense properties were undervalued. And the company struck gold a couple
times in that business and was able to build a very healthy buyout practice
on the back of these defense LBOs, or leveraged buyouts.
From there, they have diversified over the ensuing 10-12 years, into
everything from healthcare to telecommunications, to aerospace and others.
But defense is still the cornerstone of their practice. And when people
think of the Carlyle Group, the first thing they think of is defense.
BUZZFLASH: On the cover jacket of your book, it says that the book
will provide witness to how the Carlyle Group profited from the Sept.
11 terrorist attacks and continues to profit from the ongoing war on
terrorism. What evidence do you provide for that?
BRIODY: There are a number of transactions that the company profited
from directly following the Sept. 11 attacks. The most important one
was the fact that they were able to take United Defense, their crown
jewel of defense holdings public shortly after the attacks. In fact,
in the prospectus that they circulated, before that IPO, they cited
the Sept. 11 attacks as one of the reasons why they were able to sell
public stock in this company at this time. So that was all on the back
of the defense build-up following Sept. 11.
There are also a number of other holdings of theirs -- like at that
time, they owned a company called the IT Group, which is a company that
cleans up hazardous materials and won a very lucrative contract to clean
up the Hart Senate Building in Washington, D.C., which had been tainted
by anthrax.
They also own a company called U.S. Investigative Services, USIS, which
is a company that does background checks and provides varying levels
of security clearance for different government employees, airline employees
- things like that. Obviously their contracts went through the roof
after Sept. 11.
In addition to that, they own companies that do all kinds of security,
different aerospace companies. So whenever there's a big defense buildup,
those companies profit. So there are a number of ways that they've profited
very handsomely from Sept. 11.
* * *
BUZZFLASH: I recall that reading in the British papers that Tony Blair
was considering privatizing a portion of the intelligence apparatus
in Britain, and that the Carlyle Group was going to be subcontracted
to do some of that.
DAN BRIODY: He did, in fact. The new company is called Qinetiq. It's
spelled Q-I-N-E-T-I-Q. It's the research arm of the ministry of defense
in the U.K., which is essentially equivalent to DARPA [the Defense Advanced
Research Projects Agency] here in the U.S. And the Carlyle Group was
part of that transaction, so they own part of Qinetiq. It was a very
controversial transaction in the U.K., obviously. I mean, if you could
try to imagine a foreign company coming in and buying DARPA from the
United States. It's unimaginable. And particularly a company that's
so stockpiled with very powerful former politicians.
BUZZFLASH: So Tony Blair essentially condoned the privatization of
a large section of the British defense intelligence apparatus to the
Carlyle Group. It would be comparable for us to subcontract that to
a foreign company.
BRIODY: Yes, which I don't think would ever happen.
BUZZFLASH: You mentioned in another interview that we heard - I believe
it was on NPR, Terry Gross - that your book doesn't detail illegal activity
of the Carlyle Group. And whether that exists or not, you don't know.
But it details the legal activity, which is, to you, probably the more
worrisome issue - that all of this is legal. By that, do you mean the
seamless relationship between the private military sector and the governmental
military sector?
BRIODY: That's exactly what I mean. The book opens up with a mention
of Dwight Eisenhower's farewell speech, in which he warned the country
against the formation of this military-industrial complex. And I think
that that is exactly what we're seeing today. We're seeing a very tight-knit
group of companies and private military contractors that are virtually
indistinguishable from various administrations and the political infrastructure
of Washington, D.C. - so much so that it's not clear whose interests
we're acting on when we go to war.
BUZZFLASH: And now we see the extension in the case of Britain, to
the British defense intelligence industry.
BRIODY: Right. And we're also seeing Carlyle expand into Italy. They
just bought part of Fiat's aerospace division, which was a state-controlled
Italian military agency. And they are also in the running to buy out
DaimlerChrysler's aerospace division in Germany. So we're seeing a real
broadening of the military activity around the Carlyle Group, so much
so that's becoming more than just a domestic concern here - it's becoming
an international concern.
BUZZFLASH: Now Carlyle is - correct me if I'm wrong - a holding company.
Is it publicly traded?
BRIODY: It is not publicly traded.
BUZZFLASH: So it's a limited partnership?
BRIODY: Yes. It's a limited partnership. And as such, it's under no
obligation to release any of its financial data. So it's very difficult
for the average citizen to find out what the holdings of this company
are and where the conflicts of interest might be. You may have noticed
that they "opened up" their website recently because they
were receiving a lot of criticism for being secretive and closed up.
But they're still controlling what information they're putting on that
website, so it's not like we're getting a look under the hood, so to
speak, of this company. And they'll never go public. They would never
do that.
BUZZFLASH: Now probably the most controversial relationship is the
relationship of former President Bush to the company. As you point out,
so many of the members of the cast of characters in the Carlyle Group
have been associated with past administrations, particularlyReagan and
Bush's. Former President Bush has probably the highest profile relationship.
What is his relationship to the Carlyle Group, and what has he been
used for?
BRIODY: George Bush Sr. is a senior advisor to the company -- again,
an ambiguous term -- but essentially his role is to travel abroad and
meet with foreign business leaders and foreign heads of state, give
speeches on behalf of the Carlyle Group, and pack the house full of
wealthy investors who will contribute to Carlyle's buyout fund. And
also he has had his hand in a number of deals for Carlyle. He has worked
closely with business leaders in South Korea and in Saudi Arabia. He's
very close with the bin Laden family. He's close with the royal family
in Saudi Arabia. So he's been very, very involved and a very effective
business partner for the Carlyle Group for a number of years now.
BUZZFLASH: Is there cause to be concerned? Some people who cover Carlyle
also mention that one shouldn't solely focus on him, because he sort
of jumps in and out. It's more the day-to-day people who cross back
and forth between their relationships with government officials and
the private industry - the military-industrial complex, if you will,
as Eisenhower called it. But former President Bush is the most visible
symbol. Do you have any speculation on how that might impact foreign
policy, since he's the father of the current president?
BRIODY: There have been numerous reports that have been widely circulated,
and not disputed, by the New York Times, Wall Street Journal, of how
the father of the president is advising his son on foreign policy. Certainly
in the first year, he was very active in advising his son on policy
toward Korea and toward Saudi Arabia. And in both cases, he stepped
in and placed phone calls himself to the leaders of those nations to
try to smooth things over for his son, who was struggling a little bit
in the early going, in dealing with some of those more sensitive areas.
So I think that the impact of the father on the son in foreign policy
has been very significant and very inappropriate, given the investments
of George Bush Sr.'s company in both regions - in both the Korean peninsula
and in Saudi Arabia.
BUZZFLASH: On pages 144 to 146, you discuss a little bit of the relationship
between Carlyle and the bin Laden family. Can you just mention that
in passing, and what that relationship was and perhaps is now?
BRIODY: The Carlyle Group started working in Saudi Arabia in the early
'90s through a Saudi prince, who is one of the biggest foreign investors
here in the United States. And through that relationship, they started
expanding their business in Saudi Arabia very significantly. One of
the most important investors that they found in the kingdom was the
bin Laden family, which, of course, owns the Saudi Binladin Group. It's
about a $5 billion construction company -- extremely wealthy family,
extremely successful company, and who officially disavowed Osama bin
Laden back in the early '90s.
So they had been doing business with the bin Laden family for, give
or take, five or six years, when Sept. 11 happened. And suddenly, Osama
bin Laden became public enemy number one. He was on the cover of all
the newspapers. And it came to light that this company that was employing
George Bush Sr. counted the bin Laden family among their investors.
And they had to divest themselves from that relationship because of
the criticism.
BUZZFLASH: And although you don't mention it, there are those, including
author Greg Palast, who have claimed that the Bush administration ferreted
out members of the bin Laden family on special planes after Sept. 11.
But again, that's not a part of what's in yourbook, but we're just pointing
that out.
Let's look at United Defense as one example of the relationship between
the private industry, the defense industry, and, in this case, it's
a publicly held company owned by the privately held Carlyle Group. Is
that correct?
BRIODY: That's right. And they own 50% of it.
BUZZFLASH: And what is United Defense? Maybe you can give us as a case
study of the interrelationship between a company that has an umbilical
cord to the U.S. government, about how a company like that is never
a loser.
BRIODY: United Defense is a classic military contractor. They make
guns and gun systems, large Howitzer-type, mobile Howitzers. They make
the Bradley fighting vehicles and the Paladin gun systems that we've
seen a lot of on TV, especially during the Iraqi war. They are one of
the largest defense contractors to the Army in the nation. And the Carlyle
Group has owned this company since 1997.
When they bought the company, there was a gun program that was the
future of United Defense. It was a gun called the Crusader. It was essentially
a next-generation Paladin gun system - a very large, mobile Howitzer.
It looks like tank, but it's essentially an enormous gun. And the Crusader
was heavily criticized by a national defense panel that was put together
to assess the military requirements going forward. It was called too
heavy, too slow - a Cold War relic. And it was on the chopping block
for years after that. But the Carlyle Group was able to mount a very
successful campaign by using strategically placed lobbyists, by extending
their personal relationships with folks in the Pentagon and in Washington,
and by waging essentially a public relations campaign for the gun, and
they kept it alive through successive rounds of defense budget cuts
- miraculously.
No one could believe that this gun had survived as long as it did.
And then finally after Sept. 11, when all ships were sort of, you know,
rising on the tide of defense spending, they were able to take United
Defense public, make hundreds of millions of dollars off of that IPO,
only to then finally have the Crusader program cancelled in a very public
fashion by Donald Rumsfeld in an announcement. But of course, behind
the scenes, what the public didn't see was that United Defense was awarded
a brand-new contract for a brand-new gun that very same day that the
Crusader program was cancelled. In fact, the press release that United
Defense put out about it had the announcement of the new contract in
it as well.
BUZZFLASH: So they were essentially held harmless.
BRIODY: Yes, exactly.
BUZZFLASH: Perhaps this is more of a comment, but we found it not-so-curious
that after the controversial visit of Bush to the U.S.S. Abraham in
the flight suit, that he returned to California from 30 miles offshore
and gave a speech at, of all places, the United Defense plant. Do you
have any thoughts there about the fact the President of the United States
is speaking at a plant that is 50% owned by a company that his father
is a consultant with?
BRIODY: I think it's brazen, and I think it's shameless. And I think
that that will go down as a hallmark of this administration. We have
seen an absolute affinity for mixing business and politics, and throw
in a war and you've got the Bush administration. And that scene of him
giving that speech at United Defense's plant in Santa Clara summed up
perfectly what this administration is all about.
BUZZFLASH: So all the interconnections were right there -- he was boosting
the war effort, talking about keeping the country secure, which meant,
in this case, he was praising the employees of United Defense, who,
in essence, are employees, in part, of the Carlyle Group, with which
his father is affiliated.
BRIODY: He was doing it all. He was pitching a tax cut for the very
wealthy while doing an advertisement for his father's company, and professing
the war to be over, and kicking off his reelection campaign, all in
one fell swoop. It was an amazing achievement.
BUZZFLASH: And yet for all these connections, I did not see any of
them in the press. I only made them because of your book, and knowing
about the Carlyle Group, and just going back and confirming that United
Defense was, in essence, a company that the Carlyle Group had ownership
of.
BRIODY: It was missed by most of the mainstream media, and that was
very disappointing. But The Nation picked up on it, thank God.
BUZZFLASH: Going in another direction, you detail how the firm, when
it was opened in 1987, picked the name, "the Carlyle Group."
BRIODY: Well, the co-founders, David Rubenstein and Stephen Norris,
were, at the time, meeting frequently at this hotel on the Upper East
Side of New York called the Carlyle Hotel. And the Carlyle was very,
very, very opulent and it's a very swanky establishment. It's a beautiful
hotel. And these guys were looking for a name that gave them a sense
of legitimacy and credibility in the industry. They wanted something
that was a little blue-blood, or, as Steve Norris put it, gave them
a silk-stocking air. And so they thought that the Carlyle Group was
the right way to go. And certainly it does have that blue-blood,old
money kind of feel to it, even though it's only 15 years old.
BUZZFLASH: Your book about the Carlyle Group, subtitled Inside the
Secret World of Carlyle Group, is called The Iron Triangle. Why did
you choose that title?
BRIODY: Well, "the iron triangle" is the euphemism that is
employed in a number of different areas. But among the areas that it's
employed is this confluence of business and politics that Eisenhower
was talking about when he referred to the military-industrial complex.
This is a combination of power and influence that is very dangerous
and can result in foreign policy decisions that are based solely on
monetary concerns of very few people. And that's what I think we've
found here today.
BUZZFLASH: Recently we've read that the Carlyle Group is starting to
dabble into media acquisition. Is that right? And if so, should we be
worried about that?
BRIODY: Yes, they have picked up a couple media companies. They, for
a while now, have owned a very popular publication called Le Figaro
in France, and they have been expanding their media acquisitions. And
I definitely think this is something that we should be concerned about.
I mean, anytime you see a company that has this much political clout--
and obviously has a political agenda -- picking up media properties,
you've got to be concerned, especially with the action that the FCC
has taken so far this year. We're looking at the potential for having
a real controlling influence in the media. And I personally would not
like to see Carlyle Group controlling the information that I receive
on a daily basis.
Il "caso" Halliburton. Primo beneficiario
della ricostruzione iraqena e della "fine del mercato"
di Giampaolo R. Capisani (articolo inedito)
L'8 marzo 2003 il corpo del genio dell'U.S. Army attribuiva "d'ufficio"
alla Kellogg Brown & Root (KBR, filiale del gruppo Halliburton)
un contratto da 71,3 milioni di dollari: "per lo spegnimento di
eventuali incendi dei pozzi petroliferi iraqeni, causati dalle operazioni
militari o da atti di sabotaggio e la rimessa in operatività
(dei suddetti pozzi)." Mentre scriviamo (fine giugno 2003) tale
problema si è rivelato più serio del previsto poiché
una serie di attentati ha gravemente danneggiato la rete degli oleodotti
iraqeni; tra i più recenti ricordiamo quello del 12 giugno, che
ha colpito l'oleodotto che collega i pozzi settentrionali di Kirkuk
(nel Kurdistan) al terminale turco di Ceyan e quello del 21 giugno,
che ha distrutto parte del pipeline che mette in comunicazione i giacimenti
del nord e quelli meridionali, al porto di Mina al-Bakr, nel Golfo Persico.
Più complesso e anche più interessante sarà invece
stabilire se questi atti di sabotaggio saranno da attribuire alla "resistenza
saddamista" o a quei militanti della rete Audah (letteralmente
"il ritorno") che il Washington Post considera una filiazione
tout court dell'islamismo sciita e che quindi frettolosamente riconduce
alla Repubblica Islamica Iraniana. Comunque sia, l'inizio della commercializazione
del petrolio iraqeno una scadenza annunciata per il 22 giugno, ha potuto
essere solo parzialmente rispettata grazie ai depositi, riempiti nelle
settimane precedenti del terminale di Ceyan. Tornando al contratto KBR,
la decisione di attribuirlo "d'ufficio" ha provocato grande
clamore negli ambienti economici statunitensi anche perché da
quella data, né il contratto, né le clausole in esso contenute,
sono state rese pubbliche. Inoltre per la prima volta e in base: "all'urgenza
e alla necessità di rispettare il segreto militare" la procedura
seguita del Pentagono è stata "discrezionaria", essa
cioè ha ignorato (e aggirato) l'usuale meccanismo delle gare
e della messa in concorrenza delle società candidate. Appare
ovvio pertanto che sull'amministrazione Bush siano arrivate, da varie
parti politiche veementi accuse di favoritismo nei confronti di una
società (la Halliburton), il cui amministratore delegato tra
l'ottobre 1995 e l'agosto del 2000, era stato quel Dick Cheney che oggi
rappresenta il numero due dell'amministrazione, cioé il Vicepresidente
degli Stati Uniti. Nel corso dei mesi successivi è inoltre trapelato
(ed oggi appare chiaro) che il contratto assegnato alla Halliburton,
è di gran lunga più rilevante di quello annunciato: al
gruppo infatti è stata assegnata tutta la logistica dei 150.000
soldati statunitensi stanziati nel Golfo Persico. Secondo una fonte
parlamentare di Washington, il costo delle riparazioni dei pozzi iraqeni
a due mesi dalla fine della guerra, sarebbe già triplicato toccando
i 213,7 milioni di dollari e tale cifra dovrebbe aumentare ancora in
futuro, a causa dello stillicidio di attentati alle installazioni petrolifere,
che caratterizza l'Iraq post-bellico. Novità ancor più
interessante poi, è che la mission affidata a KBR va bene al
di là del banale spegnimento dei pozzi incendiati e della loro
riattivazione, poiché come ha recentemente dichiarato il comandante
del corpo del genio dell'U.S. Army, il generale Robert Flowers, il contratto
assicurerà: "l'attività delle installazioni e la
distribuzione dei prodotti", aggiungendo poi che la "procedura
d'urgenza" del contratto con KBR dovrà scadere in agosto,
mese in cui il genio statunitense prevede di lanciare un concorso per
la gestione delle infrastrutture petrolifere iraqene. Peccato che una
secca smentita sia giunta poco dopo da Gary Loew, un suo subordinato,
ma che ricopre l'incarico di "responsabile del genio dell'U.S.
Army per il petrolio iraqeno", che ha dichiarato che i tempi per
attribuire nuovi contratti sono troppo brevi e che tassativamente esclude
che in agosto vengano lanciati nuovi concorsi. Ma torniamo ad Halliburton;
società che per capitalizzazione borsistica (10,775 miliardi
di USD -fonte Bloomberg-) risulta essere la terza società mondiale
d'ingegneria petrolifera dietro a Schlumberger (27,506) e Baker Hughes
(11,375), ma davanti a BJ Services e Weatherford. Halliburton ha realizzato
nel 2002 ben il 67% del suo fatturato (12,572 miliardi di USD) fuori
del territorio degli Stati Uniti. Un dato su cui pesa il fatto che nell'indifferenza
generale (cioè della stampa specializzata e non) nel dicembre
2001 ovvero tre mesi dopo l'11 settembre, la società otteneva
un accordo di durata decennale, che impegnava la sua filiale KBR: "alla
presenza in 72 ore dalla comunicazione, sul teatro di operazioni e alla
fornitura di servizi e supporto logistico a 25.000 uomini ovunque nel
mondo nei 15 giorni successivi", come recita la copia del contratto
regolarmente depositato alla SEC (l'organismo di controllo borsistico
statunitense). Nei quattordici mesi scorsi, in cui KBR ha assicurato
gli approvigionamenti delle truppe USA nel Golfo, essa ha generato entrate
per 425 milioni di dollari fornendo cibo, vestiti ed equipaggiamenti
vari in Kuwait, in Qatar, in Arabia Saudita, in Afghanistan e in Iraq.
Anche il contratto del dicembre 2001 è stato assegnato con caratteristiche
"d'urgenza e d'ufficio" anziché per concorso; fatto
che a suo tempo aveva indignato il deputato democratico Henry Waxman
che sostiene: "Le cifre che Halliburton può ricevere a questo
titolo sono virtualmente senza limiti
Questo tipo di accordi presenta
grandi rischi per i contribuenti!" Va tuttavia ricordato che KBR
aveva già ottenuto tra il 1992 e il 1999 un contratto molto simile
(in seguito prorogato fino al 2004) che aveva lo scopo di assicurare
il supporto delle truppe statunitensi nei Balcani, un attività
che complessivamente avrebbe fruttato al gruppo non meno di 1,2 miliardi
di USD; peccato che un inchiesta del Servizio Investigativo del Congresso
degli Stati Uniti, abbia dimostrato come in Bosnia la Kellogg Brown
& Root massificato la pratica fraudolenta delle "sovraffatturazioni".
Ma le necessità del "nation building" iraqeno si situano
su ben altra scala di ampiezza: si pensi che a tutt'oggi gli ordini
assegnati ad Halliburton superano i 600 milioni di dollari per un montante
totale (quello destinato cioè, sia alla ricostruzione che all'aiuto
umanitario dell'Iraq) di 2,4 miliardi USD. Qual'è il bilancio
di questa situazione? Anzitutto sul piano interno la violazione delle
più banali "regole di mercato" così care ai
governanti liberali di ogni tempo e di ogni luogo, che più sopra
abbiamo descritto ha innervosito altri "attori" dello stesso
calibro di Halliburton, che a questo punto si chiedono se l'attività
di lobbyng presso la Casa Bianca non risulti alla fin fine più
remunerativa della cosidetta "efficienza del capitale" o degli
"investimenti in R&D". Ben più grave lo strascico
sul piano delle regole di concorrenza internazionali giacché
i grandi beneficiari del programma iraqeno "Oil for Food"
cui è stato posto recentemente fine dall'ONU, erano società
francesi, russe e cinesi, rimaste oggi a bocca asciutta. Esse considerano
la situazione creatasi, come una violazione delle regole e certamente
si daranno da fare per ottenere soddisfazione sul piano giuridico. A
parte questo si ha l'impressione che questo non sia che l'ultimo degli
"scacchi etici" del sistema imperiale capitalista: scandali
Enron, Global Crossing e Tyco; eutanasia di Arthur Andersen; querelle
giuridica dei prigionieri di Guantanamo e del TPI; esautoramento dell'ONU;
inesistenza delle "armi di distruzione di massa" iraqene...
forse ha ragione Donald Rumsfeld quando candidamente ammette: "Chi
fa la guerra, amministra la pace", ma da parte nostra, noi l'abbiamo
sempre saputo e questo dimostra che "il mercato e le sue regole"
sono una "bela fola" che si racconta ai bambini prima della
nanna. Anche a quelli un po' cresciuti che studiano alla Luiss oppure
in via Sarfatti e leggono Il Sole 24 ore.