Il dossier contiene i seguenti articoli:
1. Il tesoro del Sultano. Le mani sul petrolio, ricorsi storici e riflussi petroliferi. di Giampaolo R. Capisani
2. Balzelli di guerra. di Michele Paolini
3. Ricostruzione imperiale (I conti dell'azienda Iraq). di Michele Paolini
4. Bersaglio OPEC. di Giampaolo R. Capisani
5. PetrolCHINA. di Giampaolo R. Capisani
6. Le curve di Hubbert. di Michele Paolini
7. Bechtel: Profiting from Destruction.
8. BuzzFlash Interviews - June 23, 2003
9. Il "caso" Halliburton. Primo beneficiario della ricostruzione iraqena di Giampaolo R. Capisani

Il tesoro del Sultano. Le mani sul petrolio, ricorsi storici e riflussi petroliferi.
di Giampaolo R. Capisani (già pubblicato su "Global Magazine, n. 1, aprile 2003)


"Se si vuole essere qualcuno nel petrolio mondiale, bisogna essere presenti in Medio Oriente".
-Jean Paul Getty-

Corso storico e flussi petroliferi

Quello che sta accadendo in questi ultimi mesi a proposito dell'Iraq, che più generalmente rimanda agli equilibri geopolitici dell'intera regione medio-orientale e quindi al mercato petrolifero mondiale, è molto simile a quello che è accaduto nella stessa regione nel corso del primo dopoguerra: cioé una corsa all'accaparramento dei giacimenti locali d'idrocarburi. Del resto la Prima Guerra Mondiale, aveva spietatamente messo in luce la dipendenza dal petrolio di tutti i paesi belligeranti e delle rispettive economie; infatti, malgrado le caratteristiche assunte da quel conflitto furono quelle di una "guerra di posizione", anziché quelle di una "guerra di movimento", quando la guerra si concluse nel solo campo alleato si contarono ben 250.000 veicoli terrestri e 10.000 aerei, indicando chiaramente il modello taylorista, quello cioè di una produzione di massa fortemente dipendente dal ciclo dell'automobile e da quello intimamente collegato ad esso della petrolchimica, che l'intera economia capitalistica avrebbe di lì a poco massicciamente assunto.
Precursore di questa fase storica grazie alla sua imponente macchina produttiva, la Germania aveva mostrato fin dall'inizio del XX° secolo un grande interesse per le provincie (oggi iraqene) dell'Impero Ottomano, con la costituzione di una società fondata dalla Deutsche Bank, che avrebbe dovuto realizzare la ferrovia Berlino-Baghdad; società che il 5 marzo 1903 ottenne dal Sultano una formale concessione, insieme però a diritti minerari non esclusivi e territorialmente limitati ad una fascia di 20 km su entrambi i lati dall'asse ferroviario. La linea ferroviaria non verrà mai realizzata, ma i diritti minerari sopravviveranno ad essa, finché nel 1911 per iniziativa di Calusto S. Gulbenkian, detto anche il "Talleyrand del petrolio", si costituirà la Turkish Petroleum Company (TPC) i cui azionisti saranno (oltre allo stesso Gulbenkian), l'Anglo-Saxon Petroleum (cioè la Royal Dutch-Shell) e la Deutsche Bank (che vi apporterà i diritti minerari acquisiti nel 1903); pochi mesi dopo ad essi si aggiungerà anche l'Anglo-Persian Petroleum. Infine il 24 giugno 1914, solo un mese prima dello scoppio del conflitto mondiale, il Sultano firmerà un iradie (decreto) che assegnava alla TPC le concessioni petrolifere dei vilayats (distretti) oggi iraqeni, di Mossul, Kirkuk, Baghdad e Bassora.
Durante il corso del conflitto il governo britannico incamererà il 25% delle azioni della TPC detenute della Deutsche Bank come "bottino di guerra", mentre nella primavera del 1916, Londra incaricava un suo diplomatico Mark Sykes, di concludere un accordo riguardante la regione medio-orientale con Georges Picot, l'emissario di Parigi. In base all'accordo Sykes-Picot siglato il 16 maggio 1916 e che avrebbe dovuto rimanere segreto, si stabiliva che dopo la sconfitta e la dissoluzione dell'Impero Ottomano, la Francia avrebbe assunto una posizione egemonica in Siria (definizione che al tempo comprendeva anche il Libano), nell'Anatolia meridionale e nella Mesopotamia settentrionale (cioè l'attuale Iraq settentrionale, comprendente le regioni petrolifere di Mossul e Kirkuk). Dal canto suo la Gran Bretagna avrebbe invece stabilito dei protettorati nel Golfo Persico, in Arabia (allora non ancora saudita), in Palestina, nella valle del Giordano e sulla Mesopotamia meridionale (le regioni cioè di Baghdad e di Bassora, anch'esse dal grande potenziale petrolifero e corrispondenti all'attuale Iraq centrale e meridionale). Con grande disappunto anglo-francese l'accordo Sykes-Picot verrà reso pubblico dai bolscevichi; ma nonostante lo scandalo internazionalmente provocato, il suo impianto verrà comunque adottato ufficialmente e consacrato nella Conferenza di Sanremo del 25 aprile 1920 (nella quale si garantiva alla Francia il 25% dei diritti petroliferi sulla Mesopotamia e in particolare sui campi di Mossul). Nel 1920 si realizzava il mandato britannico e nel 1921 l'Iraq diveniva una monarchia costituzionale, sul cui trono venne posto l'aristocratico hascemita Feisal I°, già compagno d'armi del colonello Thomas R. Lawrence (cioé l'agente inglese noto come "Lawrence d'Arabia", con il quale aveva organizzato nel 1916 la "rivolta araba" contro i Turchi). Nel 1928 la TPC assumeva il patronimo di Iraq Petroleum Company, il suo capitale azionario era così suddiviso: il 52,5% a società inglesi o anglo-olandesi (Anglo-Persian e Anglo-Saxon, cioè RD-Shell), per il 21,25% francesi (Compagnie Française des Pétroles), per un altro 21,25% americane (Standard Oil of New Jersey e S.O. of New York) che gli Stati Uniti avevano imposto attraverso il principio della "porta aperta" (cioè il diritto delle società statunitensi di aprire attività all'estero) e infine il 5% a Gulbenkian.

Ricorsi storici e riflussi petroliferi

A quasi un secolo dalla sistemazione post-coloniale attuata con l'accordo Sykes-Picot e la Conferenza di Sanremo, gli equilibri regionali tornano oggi ad essere rimessi in discussione, ma la posta in gioco sembra essere la stessa di un tempo: l'accaparramento del potenziale petrolifero iraqeno. Oggi come allora infatti l'Iraq riveste un ruolo-chiave nell'ambito petrolifero mondiale, dato che nel suo sottosuolo esistono riserve "provate" (delle quali cioé è stata dimostrata l'esistenza), stimate in 112 miliardi di barili, cui va aggiunto un potenziale (anch'esso accertato, ma non sfruttato) stimabile tra i 150 e i 250 miliardi di barili. In altre parole le riserve iraqene corrispondono quasi a quelle attribuite dagli specialisti all'Arabia Saudita, leader mondiale dell'estrazione di idrocarburi. Per questa ragione e indipendentemente dalla crisi attuale, tutto lascia supporre che all'Iraq nei prossimi decenni sia destinato il ruolo di protagonista energetico dell'intera area medio-orientale e quindi mondiale. Attualmente su 73 giacimenti conosciuti solo 15 sono sfruttati; dei 58 rimanenti almeno una dozzina vengono classificati "giant", cioè suscettibili d'interesse internazionale. Solo a titolo di esempio i due giacimenti riguardanti gli accordi recentemente negoziati, ma non firmati tra Totalfinaelf e Baghdad celano riserve provate tra i 15 a i 16 miliardi di barili, vale a dire il doppio delle riserve che Totalfinaelf (quinta società mondiale) avrebbe internazionalmente estratto nei suoi ottantanni di esistenza.
Sul piano dei consumi poi, ricordiamo che l'economia statunitense impiega un quarto del petrolio annualmente messo sul mercato, ma negli ultimi anni per gli Stati Uniti quello energetico è stato proprio il ventre molle del sistema economico: tra una "crisi energetica californiana" e una privatizzazione selvaggia, per approdare al "fallimento Enron", il settore energetico ha dimostrato tutta la sua fragilità e probabilmente quella del modello post-taylorista che oggi ha bisogno di ri-costituirsi come impero, come "guerra preventiva", come superamento del diritto internazionale e delle sue regole. In ogni caso i bisogni energetici mondiali aumentano esponenzialmente (e tutto lascia supporre che il petrolio resterà ancora per decenni la fonte di energia principale) con un consumo giornaliero mondiale di greggio che oggi ammonta a 77 milioni di barili e che all'attuale ritmo di crescita, sarà pari a 90 nel 2012, per toccare i 120 nel 2030. Una cifra enorme che supera del doppio la capacità produttiva dell'insieme dei paesi OPEC o se si preferisce di ben quattro volte la produzione saudita. Dei cinque grandi produttori medio-orientali: Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq, è proprio quest'ultimo il paese in cui il potenziale delle riserve è quello più importante, il più rapido da estrarre e il meno caro da sfruttare; la capacità di produzione iraqena è di 2,8 milioni di barili/giorno, ma è pesantemente limitata dalle sanzioni; nel 1979 essa era di 3,7 milioni di barili/giorno, quindi esistono ampi margini per aumentare subito la produzione e in maniera considerevole. Non solo. Appare realista e concreto pensare che l'Iraq possa in un futuro prossimo sostituire l'Arabia Saudita nel ruolo di leader petrolifero mondiale. Chiaramente, la messa a regime del potenziale petrolifero iraqeno avrebbe dei costi e dei tempi, ma tenuto del deterioramento per non dire delle gravi tensioni nei rapporti politico-diplomarici tra Riyad e Washington (ricordiamo qui en passant che 15 dei 19 dirottatori dell'11 settembre 2001 erano cittadini sauditi, come del resto Osama Bin Laden e che la dinastia saudita è una monarchia assoluta con requisiti democratici pressoché nulli). Quindi la "guerra preventiva" rispetto a quanto sostenuto finora non potrà che avere un "carattere ordinativo", quello cioè del rimodellamento del "gioco petrolifero" mondiale, che solo gli sprovveduti potranno leggere come scontro tra stati e/o civiltà e che perseguirà i seguenti obiettivi: 1) assicurare negli anni a venire le principali fonti estrattive d'idrocarburi; 2) indebolire l'organizzazione dell'OPEC, non a caso fondata a Baghdad nel lontano 1960; 3) prevenire scenari incerti e/o ostili in Medio-oriente; 4) scongiurare un terzo shock petrolifero, dopo quelli devastanti e recessivi del 1973 e del 1979.
Del resto ancora nel febbraio 2001 nel "Rapporto sulla sicurezza energetica degli Stati Uniti", redatto da un gruppo di lavoro presieduto da Dick Cheney che poi diventerà il vicepresidente statunitense e che costituirà il riferimento più importante sulla regione medio-orientale, si dichiara esplicitamente che uno degli obiettivi prioritari di Washington avrebbe dovuto essere quello di ottenere: "un migliore accesso alle ricchezze petrolifere del Golfo Arabo-Persico".



Balzelli di guerra.
di Michele Paolini (già pubblicato su "Global Magazine", n. 2, maggio 2003).

Il petrolio serve alla guerra. E non da adesso ma da quasi un secolo. La meccanizzazione dei campi di battaglia ha trasformato i conflitti armati in un grande business dei consumi petroliferi bellici. Gli aerei, le navi, gli autocarri, i carri armati e i lanciafiamme non vanno ad acqua fresca. In Italia, tra il 30 giugno 1915 e il 31 ottobre 1918 finì all'esercito il 48% della benzina disponibile e con la marina e l'aviazione la quota superò il 50%. I consumi fecero registrare un'impennata. L'85% della spesa complessiva venne versato nelle casse di due sole compagnie fornitrici, che realizzarono così utili colossali: la Siap e la Nafta. Durante la Grande Guerra, l'87,5% del fabbisogno alleato venne fornito dalla Standard Oil of New Jersey, come allora si chiamava la Exxon. Nel novembre 1918, il ministro degli esteri inglese Lord Curzon commentò: "Gli storici potranno dire che gli alleati veleggiarono verso la vittoria su onde di petrolio".
Il petrolio serve a fare la guerra anche perché offre al Tesoro risorse finanziarie straordinarie sotto forma di tasse di guerra applicate sui suoi derivati. Già nel settembre del 1915 ne venne imposta una di 8 lire al quintale "sulla vendita di olii esteri e nazionali". È interessante osservare come da allora molte di queste tasse siano rimaste comprese nel prezzo al consumo delle benzine. Misure "una tantum" automaticamente passate in eredità a generazioni di consumatori per lo più ignari. Nella cui percezione il fattore principale di condizionamento del prezzo della benzina appare la quotazione del petrolio greggio. Il che è vero solo in parte, perché il greggio pesa soltanto su una delle componenti del prezzo alla pompa. Questa quota è il cosiddetto prezzo industriale: la parte dei ricavi di cui beneficiano i paesi esportatori e le compagnie al netto delle tasse. Quota costituita dunque non solo dal prezzo del petrolio, ma anche dai margini dell'industria. La componente più grande però è quella fiscale, che in Italia pesa sul prezzo alla pompa per una percentuale oscillante intorno al 70%. Più complicato è separare le due parti di cui si compone il prezzo industriale, nel nostro paese indicate all'incirca così: 13% i margini dell'industria, 17% i ricavi dei paesi esportatori.
Nel 70% destinato allo stato pesano ancora oggi incredibili balzelli guerraioli. Non abbiamo mai smesso di finanziare la guerra di Mussolini contro l'Abissinia, che nel 1935 portò il prezzo da 2 a 3,90 lire il litro. Continuiamo a pagare la crisi di Suez del 1956, quando l'Egitto nazionalizzò il canale e ciò fece aumentare il prezzo di 14 lire. Ma paghiamo anche l'"una tantum" con cui venne finanziata la missione militare del 1982 in Libano, costata ai consumatori 205 lire in due rate. C'è stato poi l'aumento di 23,11 lire deciso nel gennaio del 1996 per finanziare la missione in Bosnia, scaduto e ritirato il 31 dicembre dello stesso anno. Insomma, dal calderone dei balzelli di guerra lo stato prende a piene mani e finanzia imperterrito il suo fabbisogno, spese militari comprese. Vecchi balzelli per nuove guerre.


Ricostruzione imperiale (I conti dell'azienda Iraq).
di Michele Paolini (già pubblicato su "Global Magazine", n. 3, giugno 2003, con il titolo: I conti dell'azienda Iraq.)

Tony Blair ha annunciato il 14 aprile un piano in tre fasi per ricostruire l'Iraq. Primo, l'immediata "messa in sicurezza" del Paese e gli aiuti umanitari. Secondo, nel giro di qualche settimana dalla fine del conflitto, l'insediamento di un governo ad interim. Terzo, entro un anno, le elezioni e l'avvento di un governo iracheno "pienamente rappresentativo". Era il preavviso dell'arrivo di Jay Garner in qualità di capo dell'Office for Reconstruction and Humanitarian Assistance (Orha), avvenuto il 21 aprile, cui è poi subentrato Paul Bremer dal 6 maggio.
La ricostruzione farà sorgere un Iraq made in Usa mai visto. In questo senso "ricostruzione" è la meno neutra delle parole. In realtà, sotto occupazione l'Iraq diventerà altro. Lo ha ammesso al quotidiano "la Repubblica" del 5 maggio anche il sottosegretario italiano alla difesa Salvatore Cicu: "Non è possibile lasciare l'Iraq così come è uscito dalla guerra". Dunque nessun ritorno all'ordine. Se mai, molto probabilmente, ritorno al disordine unilaterale degli affari. Vantaggioso per i soliti noti, naturalmente. Innanzi tutto, gli industriali del petrolio e delle costruzioni.
La ricostruzione comprenderà politica e istituzioni, aiuti umanitari, industria e infrastrutture. Saranno importanti anche servizi come la gestione di porti, aeroporti, elettricità, acquedotti, sanità e istruzione. Senza tralasciare le attività di peace-keeping, o all'occorrenza war-keeping, che andranno adeguatamente finanziate, come tutto il resto, attraverso la vendita del petrolio.
La pianificazione di queste attività risale a una fase precedente all'attacco. Il "Wall Street Journal" del 17 pubblicava indiscrezioni inerenti i contratti già siglati dall'amministrazione Bush per gli "appalti segreti". Essi in gran parte beneficavano un ristretto gruppo di società statunitensi, tra cui l'Halliburton del vicepresidente Dick Cheney e la Bechtel dell'ex-segretario di stato George Shultz, nel 1991 impegnata nello spegnimento dei pozzi kuwaitiani e oggi nel ripristino del porto petrolifero di Umm Qasr. Le indiscrezioni hanno trovato poi sostanziali conferme in quanto pubblicato a metà aprile dalla stampa internazionale. La US Agency for International Development (Usaid), unitamente al Pentagono incaricata di gestire gli appalti, ha ammesso alle prime gare soltanto aziende statunitensi, mentre i subappalti potranno essere affidati successivamente a società di altri Paesi, purché allineati. Tutto ciò in attesa di una seconda fase, in cui le istituzioni e le organizzazioni internazionali dovrebbero recuperare almeno in qualche misura quel ruolo - tanto debole in partenza - così platealmente sottrattogli.
Un nodo da sciogliere sarà perciò l'Onu. Nodo doppio. Da una parte è in discussione il programma "oil for food", da cui prima dell'occupazione dipendeva la sopravvivenza del 60% degli iracheni, che la guerra ha poi gettato in una disperazione peggiore. Com'è noto, il programma regolava il commercio di petrolio dell'Iraq, limitandone le quantità, raccogliendo i ricavi in un conto controllato dalle Nazioni unite e destinandoli all'acquisto sotto sorveglianza di beni e servizi a uso umanitario. Esso è rimasto in vigore con le misure provvisorie approvate il 28 marzo dal consiglio di sicurezza per i successivi quarantacinque giorni ed è stato prolungato con un voto del 24 aprile fino al 3 giugno. Ma i ruoli politici si sono nel frattempo capovolti. Detronizzato Saddam Hussein, "oil for food" ha reso possibile all'Onu qualche forma di condizionamento sull'amministrazione provvisoria. Prima dell'occupazione era il governo iracheno a gestire lo sfruttamento del greggio tramite il proprio ministero per l'Energia. Adesso lo fanno i liberatori dell'Iraq.
Ora, portare la produzione ai livelli auspicati, cioè da 2 milioni di barili al giorno a 6 e oltre, rende indispensabile la costruzione di uno spazio giuridico coerente. In primo luogo una legge bancaria. Soltanto a questa condizione è possibile fare affluire gli investimenti e rimuovere contestualmente i vincoli mantenuti dal programma. Senza un'adeguata cornice non è pensabile un afflusso di capitali esteri, soprattutto quando essi siano di dimensioni notevoli, come nel caso dell'industria petrolifera. ExxonMobil prevede investimenti per oltre 100 miliardi di dollari in esplorazione e produzione nell'arco dei prossimi sette anni.
Preparate le condizioni, una parte dei fondi necessari alla ricostruzione potrebbe rendersi disponibile. Tuttavia, almeno dal 21 marzo la Francia ha fatto sapere di volere porre il veto a ogni risoluzione che disponga una copertura legale a questa ricostruzione, magari legittimando ex-post l'occupazione angloamericana. Il che rinvia all'altra parte della questione, inerente il ruolo generale delle Nazioni Unite.
La Casa Bianca ha dimostrato la propria determinazione a proseguire sulla strada percorsa verso un nuovo disegno delle strutture internazionali su base unilaterale, cercando di apporre alla trasformazione una cosmesi posticcia. In questo tentativo ha lanciato l'ipotesi di una "risoluzione omnibus" dell'Onu che codificasse in un sol colpo lo status giuridico dell'occupazione e le procedure della ricostruzione. Se la Francia di Jacques Chirac si è opposta, ciò non è avvenuto soltanto per una questione di principio. Benché essa in una certa misura abbia probabilmente pesato. Il gruppo TotalFinaElf, strategico nel sistema produttivo francese, considera l'Iraq cruciale per il raggiungimento dei propri fondamentali obiettivi di crescita. Il presidente Thierry Desmarest ci ha tenuto a precisarlo, dicendo: "sapremo batterci". Con la ricostruzione unilaterale, gli Usa hanno voluto fare della torta irachena un solo boccone. E a TotalFinaElf, cioè alla Francia, resterebbero soltanto le briciole. Così l'Onu si è trasformata per Chirac e per l'intero club degli esclusi - Russia compresa - in una linea di difesa. Il 22 marzo, il capo della diplomazia russa Igor Ivanov ha ammonito: "Non permetteremo che i contratti conclusi ai tempi di Saddam Hussein vengano annullati". Né l'Onu è l'unico appiglio. La posizione di Francia, Germania e Russia ha trovato eco anche nella dichiarazione comune approvata al vertice dell'Unione europea tenuto ad Atene il 16 e 17 aprile. Essa, licenziata al termine di un iter particolarmente travagliato, dopo la consultazione del segretario dell'Onu Kofi Annan e del ministro degli esteri russo, ha sottolineato la centralità delle Nazioni Unite nel processo verso l'autogoverno degli iracheni, ha affermato l'impegno dell'Ue a svolgere una parte nella ricostruzione e ha valutato in modo favorevole la partecipazione delle istituzioni finanziarie internazionali. Insomma, ha sostenuto un approccio multipolare al rebuilding programme.
La questione posta da Ivanov era importante. In effetti, i capitali esteri potrebbero riattivare l'estrazione del greggio iracheno e con essa si potrebbe finanziare l'intero circuito della ricostruzione. Sempre ammesso che il fabbisogno di finanziamento possa venire tempestivamente e completamente soddisfatto in questo modo. Ma intanto rimarrebbe aperto il problema del debito. Secondo alcune stime, mentre il budget della ricostruzione ammonterebbe a cento miliardi di dollari, sull'Iraq graverebbero obblighi finanziari di varia natura per 383 miliardi. Di questi, i debiti veri e propri peserebbero per il 33%; i riconoscimenti di guerra risalenti al 1991 peserebbero per il 52%; i contratti pendenti per il 15%. I contratti riguardano in larghissima parte la Russia. Gli Usa premono per una cancellazione del debito, che penalizzerebbe però i maggiori creditori, tra cui Francia e Germania. Chirac e Schroeder si oppongono risolutamente, chiedendo un preliminare riconoscimento del ruolo dell'Onu e un successivo negoziato nell'ambito del Club di Parigi. Un primo compromesso è stato raggiunto il 13 aprile, quando i ministri finanziari del G-7 hanno raggiunto un accordo che prevede l'intervento del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale nella ricostruzione e il riconoscimento del ruolo del Club di Parigi in un prossimo negoziato sul debito. Gli Usa hanno ottenuto in cambio il consenso all'ipotesi di una nuova risoluzione Onu.
In questo quadro, il 16 aprile Bush ha anche chiesto al consiglio di sicurezza la revoca delle sanzioni "ora che l'Iraq è stato liberato". Ma ha dovuto incassare il categorico rifiuto di Russia e Francia, poi corretto in una controproposta più interlocutoria: "sospensione senza abolizione". L'amministrazione provvisoria in Iraq ha comunque annunciato la costituzione dell'Iraq National Oil Company (Inoc), strutturata secondo le caratteristiche di una corporation. Ad essa competerà la titolarità formale del business petrolifero iracheno. Presidente designato è Philip Carroll, ex dirigente della Royal Dutch Shell. E neppure questa impronta imperiale sul greggio iracheno sembra apprezzata negli ambienti dell'Onu né tra russi e francesi, che avrebbero gradito la presenza di un iracheno.
Nel momento in cui consegniamo questo articolo (6 maggio) molti governi reclamano il loro dividendo. Inclusi quelli dell'asse "pacifista" russo-franco-tedesco. Figuriamoci gli interventisti. Ma Washington non intende concedere troppo. Basti pensare che la Gran Bretagna, malgrado l'impegno militare diretto, si deve adoperare per assicurare alle proprie imprese un ruolo remunerativo niente affatto scontato. E lo fa anche sotto la pressione dei propri industriali, che mirano a una fetta del 15-20% della torta. Di qui la posizione assunta da Tony Blair, anch'egli favorevole ad una ricostruzione guidata dalle Nazioni Unite. L'Italia del governo Berlusconi, nel suo piccolo e sulla base di sollecitazioni analoghe, non è da meno. Presidenza del consiglio, ministeri e ambasciate si sono messi all'opera per tutelare l'"interesse nazionale". La missione italiana in Iraq rientrerebbe in questo sforzo. Berlusconi conta così di vedere riconosciuti sia i meriti acquisiti come "alleato della prima ora" sia il ruolo italiano, decisivo nella prossima fase di definizione dello spazio geostrategico mediterraneo e mediorientale.



Bersaglio OPEC.
di Giampaolo R. Capisani (già pubblicato su "Global Magazine, n. 2, maggio 2003, omettendo per un errore di stampa la stupenda citazione di Rumsfeld)

"Otterrete molto di più con una parola gentile e un fucile in mano, anziché solo con una parola gentile". -Donald Rumsfeld citando Al Capone-

L'OPEC come fattore di resistenza all'economia globale.

L'ipotesi che cerchiamo di sostenere in questo articolo, è che il "carattere ordinativo" della guerra in corso, nella quale il rovesciamento del regime di Saddam Hussein sarà il secondo momento (considerando l'Afghanistan come l'atto di esordio) rappresenta solo il punto di partenza di una più vasta redistribuzione dei poteri nell'area medio-orientale, regione che sottolineiamolo, corrisponde al più grande bacino mondiale di produzione d'idrocarburi. Numerosi sono gli specialisti, prima di tutto liberali e in secondo luogo statunitensi, che da diversi anni vanno sostenendo che le condizioni istituzionali, legislative e contrattuali che prevalgono in questi paesi, costituiscano dei "colli di bottiglia" (in italiano leggasi "lacci e lacciuoli") del mercato petrolifero mondiale. Sta di fatto, che tutti i paesi maggiori produttori di idrocarburi di questa regione, fanno parte ormai da decenni dell'OPEC e che quindi esistano validi motivi di ritenere che proprio il cartello petrolifero, possa essere il prossimo target del nuovo ordine imperiale; aspetto che conferirebbe alla guerra una qualità diversa da quello riduttivo e supinamente accettato del "confronto tra stati-nazione". L'obiettivo è quello di impedire che l'OPEC possa influire come in passato ha fatto, sui corsi petroliferi. Ciò significa mettere il cartello fuori dal "gioco petrolifero", con strategie che vanno dal suo semplice esautoramento, a un suo dissolvimento a partire dall'esaperazione delle divisioni al suo interno, oppure ancora alla sua trasformazione in un inutile orpello "consultivo" e folkloristico.
Baghdad, settembre 1960: per iniziativa di Iraq, Iran, Arabia Saudita, Kuwait e Venezuela, viene fondata l'OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) alla quale tra il 1961 e il 1975 aderiranno anche l'Algeria, la Libia, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Gabon (che ne uscirà nel 1995), la Nigeria e l'Indonesia (l'Ecuador ne farà parte dal 1973 al 1992). Dalla sua sede di Vienna, l'OPEC perseguirà una strategia avente per obiettivo: "il coordinamento e l'unificazione delle politiche petrolifere degli stati membri e la determinazione dei mezzi migliori per salvaguardare i loro interessi, individualmente e collettivamente". La costituzione dell'OPEC si verificherà quattro anni dopo che i paracadutisti franco-inglesi cercheranno di rioccupare il canale di Suez, nazionalizzato il 26 luglio 1956 da Nasser (impresa da cui desisteranno per l'ultimatum sovietico e la presa di distanza di Eisenhower) e anche a causa in della decisione presa dalle maggiori compagnie petrolifere di diminuire i prezzi (posted price) le royalties che queste ritenevano congruo pagare ai governi dei territori nei quali estraevano il greggio. Soprannominata anche the oil machine, l'OPEC ebbe un ruolo fondamentale, nell'imporre invece il principio che i posted price venissero stabiliti dai rispettivi governi, anziché dalle compagnie. La prima dimostrazione di forza si ebbe nel 1973 quando in seguito alla guerra del Kippur, il cartello proclamava il blocco delle esportazioni verso i paesi occidentali, facendo quadruplicare il prezzo del petrolio determinando il primo shock petrolifero. Il secondo shock petrolifero si verificò nel 1979, come conseguenza della rivoluzione iraniana del 1979; in quell'occasione il greggio toccò il picco storico dei 34 dollari al barile. Inutile dire che, anche dati questi precedenti storici, l'OPEC polarizza numerose ostilità: da chi la indica come un "retaggio della decolonizzazione" a chi vi scorge un pericolo per lo sviluppo dell'economia globale. D'altra parte tutti gli altri cartelli delle materie prime (caucciù, caffè, cacao, etc.) con la sola eccezione dei diamanti della Central Selling Organization (emanazione della De Beers) non sono forse stati dissolti negli ultimi anni a colpi di liberalizzazione forzata dal FMI o chi per lui?

L'Iraq epicentro della liberalizzazione mondiale del greggio.

La messa sotto tutela del potenziale petrolifero iracheno, da parte della "coalizione anglo-americana" è motivo di grande apprensione nella sede OPEC di Vienna, dove questa prospettiva viene vissuta con preoccupazione. Sintomatica la dichiarazione rilasciata il 22 marzo scorso da un esponente dell'OPEC (il vicepresidente venezuelano Jose Vicente Rangel) nella quale ha comparato l'intervento militare a: "un cavallo di Troia, anzi un 'carro' di Troia introdotto nel cuore della piazzaforte petrolifera". In effetti, malgrado le divisioni al loro interno e le diversità che li contraddistinguono i paesi del cartello petrolifero, hanno tutti in comune il fatto di considerare il petrolio una merce non ordinaria e diversa dalle altre; spesso poi le équipes di governo dei suddetti paesi, traggono la propria legittimità dalla capacità di redistribuire al proprio interno le entrate petrolifere, che in molti casi rappresentano l'80-90% del loro PNL. Infine aspetto non trascurabile, tutti questi paesi hanno nazionalizzato la propria industria petrolifera tra il 1971 e il 1976 e sono dotati giuridicamente di una legislazione che limita, ma in proporzioni variabili, l'accesso delle multinazionali a questo lucroso settore. Ecco il motivo per cui la presenza anglo-americana nel "laboratorio iraqeno", potrebbe evolversi da "Operazione Iraqi Freedom" a "Operazione Oil Market" e palesarsi come fattore di forzatura e accellerazione della liberalizzazione del petrolio regionale. Ma siffatto progetto, quello cioè della necessità di tale liberalizzazione, presuppone l'inevitabilità di uno scontro con l'OPEC e implica il rischio di un'estensione del conflitto (il famoso effetto domino di cui si parla) ma può permettersi di mobilitare diversi casus belli a geometria variabile: Iran=asse del male e/o rischio nucleare; Siria=alleata di Saddam Hussein; Egitto e Arabia Saudita=regime anti-democratico.

I PSA: un trasferimento di sovranità ante-litteram.

Sul piano tecnico-giuridico, lo strumento per annichilire l'OPEC e imporre la prima fase della liberalizzazione, esiste già e nel gergo petrolifero si chiama Production Sharing Agreement (PSA), vale a dire un "accordo di condivisione della produzione" che significa la condivisione della sovranità, su un singolo giacimento o su tutte le riserve energetiche. Il PSA è una tipologia di contratto internazionale diffusosi a partire dagli anni 50, ma che ha l'enorme vantaggio di permettere alle majors petrolifere una "sovraquotazione borsistica" sulle piazze laddove queste sono quotate. Inoltre essendo un accordo tra uno stato sovrano e una compagnia petrolifera, esso permette a quest'ultima d'inscrivere le riserve che condivide grazie al PSA nel proprio bilancio, poiché la giurisdizione dei metodi contabili (soprattutto anglosassoni) considera tali diritti di sfruttamento acquisiti con i PSA stessi, come degli attivi tangibili a tutti gli effetti. Inutile dire che grazie a questa particolarità e al meccanismo di un simile apprezzamento contabile, gli investitori sono da sempre fortemente attirati dai PSA e dal settore energetico. Viceversa, esiste anche un altro contratto possibile che è quello della prestazione di servizi, che però è ovviamente assai meno remuneratore e quindi meno ambito dalle multinazionali, non potendo beneficiare dell'effetto dopante sul titolo borsistico. Tra i paesi che hanno sempre rifiutato la ripartizione della sovranità e quindi di siglare accordi PSA, troviamo la Russia, la Cina, l'Iran, l'Arabia Saudita, il Kuwait e con essi quasi tutti quelli aderenti all'OPEC. L'unica eccezione in sede OPEC é l'Iraq, paese nel quale gli accordi siglati di esplorazione e sfruttamento erano invece proprio dei PSA; ma va ricordato che le quote fissate dal programma "Oil for Food" e la necessità di uscire dall'isolamento imposto con le sanzioni, avevano drasticamente ridotto il potere negoziale di Baghdad.

Le regole di mercato saltano.

Parallelamente all'inizio della guerra, le diplomazie parallele delle majors petrolifere anglosassoni, o per chi lo preferisce della "coalizione", si sono alacremente messe al lavoro sia a Washington che a Londra. All'ombra del Big Ben, BPAmoco (BP sta per "Blair Petroleum") e RoyalDutch/Shell (2ª e 3ª società mondiali) hanno scelto come partner della ricostruzione post-bellica Sharif Ali Ben Hussein, ex-banchiere da anni residente a Londra, capofila dei monarchici iraqeni e pronunciatosi possibilista sugli accordi PSA; mentre all'ombra della Casa Bianca, é di dominio pubblico che ExxonMobil e ChevronTexaco (1ª e 4ª società mondiali) abbiano scelto come personalità di riferimento quell'Ahmed Chalabi, molto prossimo al vicepresidente Dick Cheney, già fondatore del Congresso Nazionale Iraqeno (CNI) artificiale organismo dell'opposizione in esilio e primo percettore per entità di denaro, delle somme elargite dal Congresso degli Stati Uniti. Appare scontato aggiungere che il CNI e Chalabi hanno già dichiarato che, una volta caduto il regime, la nuova équipe riterrà valido il principio del PSA. Sia nell'ipotesi Ben Hussein che in quella Chalabi, appare chiara la ricaduta di grandi benefici a favore delle quattro più importanti multinazionali petrolifere mondiali, che potrebbe avere un effetto tonico sulle due principali borse mondiali per capitalizzazione, cioè quelle New York e Londra, che tra l'altro sono anche le uniche dove si contratta il prezzo del greggio. Dati questi presupposti e il valore della posta in gioco, risulta evidente come la situazione nella regione risulti quasi compromessa per l'OPEC e questo s'intuisce anche da come vanno precisandosi i contorni del protettorato, anzi di quell'"amministrazione civile provvisoria", secondo la formula consacrata da Washington, che dovrà guidare l'Iraq post-bellico, ma nel quale (vedi la "lista nera" del Financial Times) ci sarà posto solo per le majors petrolifere che parlano inglese. Come ha detto Rumsfeld (alla faccia delle "regole di mercato"): "Chi fa la guerra, amministra la pace". Tra le diverse opzioni allo studio che sembrano sfumature di questa affermazione sembra farsi strada quella che successivamente alla rapida sicurizzazione dei pozzi (nel sud e nel nord dell'Iraq) vede l'aumento il più rapido possibile dell'estrazione petrolifera, condizione che in poco tempo condurrebbe l'Iraq allo sfondamento della quota assegnata dall'OPEC e quindi a un conflitto o addirittura a una defezione dal cartello. In questo quadro, stona la dissonanza degli analisti della Petroleum Finance Company Energy di Washington che avverte i responsabili della futura "amministrazione" che, "qualora dovesse pensare di prendere la decisione di fare uscire il paese dall'OPEC, essa potrebbe incorrere in gravi problemi…". Il 2003 si è dunque annunciato come un annus horribilis per l'OPEC, diversi tra i suoi paesi membri stanno vivendo momenti critici, per non dire drammatici. L'Iran è considerato un rogue state (uno stato canaglia), Indonesia e Algeria sono instabili sul piano interno. In Nigeria diverse etnie rivendicano la rendita petrolifera e la riduzione estrattiva di greggio è pari al 30%. Il Venezuela un duro scontro ha visto opporsi il presidente Hugo Chavez ad una opposizione sostenuta da Washington, che nel tentato golpe del 2002, aveva tempestivamente riconosciuto come legittimo il nuovo presidente, poi destituito. L'ex-presidente dell'OPEC Sadek Boussena, ma l'ex-ministro saudita del petrolio e presidente dell'OPEC negli anni 70 Yamani è lapidario: "l'obiettivo degli Stati Uniti è chiaro: privatizzare il petrolio iraqeno".



PetrolCHINA.
di Giampaolo R. Capisani (già pubblicato su "Global Magazine, n. 3, giugno 2003)


"Una sola Cina".

A partire dal secondo dopoguerra, ma è meglio dire dalla Rivoluzione Cinese, la principale fonte delle tensioni sino-americane, è stata la questione di Taiwan; l'isola di Formosa (sinonimo di Taiwan) venne annessa dal Giappone nel 1895, per tornare sotto la sovranità cinese soltanto nel 1945. Quattro anni dopo nel 1949, vi si insediava il governo nazionalista, anti-comunista e in fuga dal continente del Kuomintang, che fin da subito poté godere della tutela statunitense. Ciononostante, sia Pechino, quanto Taipei che Washington, aderirono tutte alla dottrina secondo cui esisteva "una sola Cina" e in ossequio alla quale, un solo paese era legittimato ad essere membro e ad occupare il relativo seggio dell'ONU. Seggio mantenuto da Taipei fino al 1971, ma che in seguito verrà attribuito a Pechino. Nel 1971 infatti, con l'obiettivo di contrastare e isolare in seno al Consiglio di Sicurezza, l'Unione Sovietica (i cui rapporti con la Cina, in seguito alla "destalinizzazione" conseguente al congresso del PCUS del 1956 erano divenuti pessimi) Washington, impantanata nella guerra del Vietnam, decise di sacrificare l'alleato taiwanese sull'altare della nascente collaborazione con Pechino. Negli anni successivi, la progressiva ripresa delle forniture di armi a Taiwan, in violazione degli impegni presi, avrebbe a lungo andare avvelenato i rapporti tra la Casa Bianca e il potere ereditario del "Celeste Impero". Il 1989 può in questo senso essere considerato come un anno di svolta, poiché è nel contempo sia l'anno della riconciliazione sino-sovietica e sia quello della repressione di piazza Tienanmen. Un secondo anno-chiave è il 1996, quando la crisi tra i due paesi toccava il suo apice in seguito alla decisione di Washington di dislocare due squadriglie aeronavali a Taiwan, in risposta ai missili cinesi lanciati presso la costa dell'isola, con lo scopo d'intimidire gli indipendentisti, che pure nel 2000 riuscirono a sloggiare il Kuomintang dal potere. Sempre del 1996 è anche il rinnovo (in senso più stringente) del "Trattato di Sicurezza nippo-americano", che instaurava tra Pechino e Stati Uniti un clima di sfiducia duratura, tenuto anche conto che nell'intera area asiatica estremo-orientale, il Giappone viene normalmente percepito, come un paese potenzialmente predatore delle sue ex-vittime.

GUAM contro Shangai.

In merito al riavvicinamento sino-sovietico prima e sino-russo poi, varrà la pena ricordare che durante la seconda metà degli anni '90, in seno alla Confederazione degli Stati Indipendenti, era andata palesandosi una frattura insanabile tra due orientamenti ormai divenuti antagonisti. Da un lato le strutture imperiali, in primis la diplomazia statunitense ma non solo essa, riuscivano in margine alle riunioni Nato e OCSE (l'ex-CSCE) a federare un fronte di stati ex-sovietici antagonisti a Mosca, che il 13 ottobre 1997 veniva ufficializzato a Strasburgo (?) con il nome di GUAM; acronimo delle iniziali degli aderenti: Georgia, Ucraina, Azerbaigian, Moldavia, a cui tra il 1999 e il 2002 si aggiungerà l'Uzbekistan. L'impulso imperiale, offrirà così un alveo di rilievo istituzionale all'ostilità che questi stati nutrivano e tutt'ora nutrono nei confronti di Mosca (di cui denunciano l'ambiguità nei secessionismi nei propri territori: Abkhazia, Ossezia meridionale, Crimea, Nagorno-Karabakh, Trasnistria) ma che soprattutto accusano il Cremlino di approfittare della loro dipendenza energetica per indebolirne la sovranità. Da allora il GUAM perseguirà l'obiettivo di avviare un percorso autonomo dalla tutela russa, che intende fondarsi sull'approvigionamento energetico, sul sistema dei trasporti e sulla sicurezza territoriale, aspetto quest'ultimo in merito al quale, il GUAM rifiuta in blocco la presenza di truppe russe e intende invece affidarsi alla Nato, se non addirittura agli Stati Uniti. Dopo l'11 settembre 2001 e dopo la guerra in Afghanistan, nel nome della "guerra contro il terrorismo" Washington riusciva così ad intervenire in Georgia e ad insediare due basi militari in Kirghizstan e in Uzbekistan (Tashkent deciderà per questo motivo di uscire nel 2002 dal GUAM, preferendovi i rapporti bilaterali con Washington).
Un secondo gruppo di paesi ex-sovietici però, nell'intento di contrastare questa iniziativa, s'impegnava invece sulla via di una cooperazione rafforzata con Mosca e guarderà nel suo insieme alla Cina come elemento embrionale di un contropotere di contenimento dell'iniziativa imperiale e occidentale; nel 1996 si costituirà così "l'Organizzazione per la Sicurezza Collettiva e per la lotta contro il separatismo e il terrorismo islamista", un'alleanza militare cui aderirono Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizstan, Tagikistan e Uzbekistan (paese che ne ha annunciato l'uscita). Fin dal 1992 tra Mosca e Pechino i rapporti erano andati consolidandosi, erano stati ad esempio risolti diversi contenziosi di confine tra Cina e Kazakistan, Kirghizstan e Russia; un feeling che toccava il suo apice nel 1999, durante la guerra in Kosovo, con l'interventismo "umanitario" della Nato; l'esautoramento delle istanze e del potere di veto dei due paesi all'ONU e il bombardamento "collaterale" dell'ambasciata cinese a Belgrado. Alla fine del 2000, Vladimir Putin giunge al potere incalzato dalle istituzioni imperiali: la realtà è infatti quella di un buon numero di repubbliche ex-sovietiche, ma anche la quasi totalità dei paesi socialisti est-europei, che risultano arruolati dal progetto imperiale. Intendiamo con questo diversi effetti sovrapposti e combinati: l'imposizione dei principi neoliberisti di World Bank, BERD e FMI; le iniziative nel nome della "partnership per la pace" e l'adesione richiesta o accettata alla Nato di molte capitali dell'Europa orientale; gli effetti dei contratti delle multinazionali del petrolio; il ruolo delle istituzioni come l'OCSE, ma soprattutto la necessità più volte invocata dell'apertura commerciale e dei trasporti nei territori dell'ex-blocco socialista, cui venne convertita anche la Comunità Europea con il progetto della cosidetta "Nuova Via della Seta", che nel TRACECA (trasporti intermodali) e nell'INOGATE (oleodotti e gasdotti) aveva trovato il sua corollario geoeconomico. (Per un approfondimento su quest'ultimo argomento, si veda il mio: Au sud de la Russie: quelques considérations géoeconomiques à propos des Pays d'Asie centrale et du Caucase, Atti del VI° Seminario ESCAS: Central Asia: a Decade of Reforms, Centuries of Memories, Venezia, 8-10 ottobre 1998, in corso di pubblicazione presso Olschki Editore, Firenze). Inutile sottolineare che dato il carattere transnazionale dell'insieme di queste iniziative, del quale gli Stati Uniti sono solo un segmento, sarebbe erroneo ritenere Washington responsabile unico di ciò che è accaduto in questa parte del mondo, sarebbe una considerazione semplicista, ma ingenua, oltreché miope politicamente. In questa situazione il neopresidente Putin, giudicherà fin da subito imprescindibile "l'orientamento strategico asiatico" della Russia (e di ciò che restava della CSI) e si adopererà affinché la "partnership strategica" con Pechino divenga una priorità per Mosca; nel luglio 2001 si arriverà così alla firma di un "accordo ventennale di cooperazione" tra i due paesi, che si caratterizza anzitutto per l'impegno russo di fornire ingenti quantità d'idrocarburi alla Cina, attraverso due pipelines (uno per il gas e uno per il greggio, il cui inizio dei lavori viene dato per imminente) che dal Grande Nord siberiano giungeranno fino al territorio cinese.

L'implicazione crescente della Cina in Medio Oriente e nel "gioco petrolifero mondiale".

In effetti oltre alla questione di Taiwan più sopra richiamata, l'altra ossessione che caratterizza la politica estera di Pechino è la "questione energetica". Conseguenza amara della sua spettacolare crescita economica (che ha vissuto una brutale accellerazione nel dicembre 2001 con l'adesione all'Organizzazione Mondiale del Commercio e che oggi rischia un'altrettanto brutale battuta d'arresto con l'epidemia di SARS) la Cina è divenuta importatrice netta d'idrocarburi dal 1993. Nel decennio scorso (1992-2002) il suo consumo di greggio è cresciuto al sostenuto ritmo del 6%, mentre la sua produzione domestica stagnava, incrementandosi annualmente solo del 2%. Nel 2001 la Cina importava un terzo dei suoi consumi, cioè 65 milioni di tonnellate di petrolio su 200. Le risorse energetiche "storiche" cinesi, situate nel nord del paese vanno esaurendosi, mentre i nuovi giacimenti scoperti nella provincia occidentale e maggioritariamente islamica (e politicamente instabile) del Xinjiang (o Sinkiang-Uigur) una parte dei quali concessi all'ENI attraverso l'AGIP, soffrono di difficoltà tecniche che ne ritardano lo sfruttamento. Gli analisti, concordano sul fatto che a partire dal 2010 il gigante cinese dovrà importare perlomeno la metà della sua domanda energetica e tenendo conto che già oggi il Medio Oriente fornisce i due terzi dei suoi acquisti, si calcola che questa percentuale sia destinata a toccare la quota dell'80% nel 2010. Cifre che parlano da sole, nel senso che riassumono chiaramente l'importanza della posta in gioco in Medio Oriente per la crescita economica cinese e che spiegano l'implicazione via via crescente di Pechino in questa regione e più in generale nel "gioco petrolifero mondiale". In ragione del regime delle sanzioni applicate dopo la Prima Guerra del Golfo dalle Nazioni Unite all'Irak, quest'ultimo paese non forniva mediamente che 400.000 tonnellate di greggio cioè lo 0,6% annuo del totale delle importazioni cinesi; ma, nella prospettiva della fine dell'embargo, un contratto di grande importanza era stato siglato nel giugno 1997 tra Baghdad e due compagnie di stato cinesi: la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la China North Industries Corporation (o Norinco, società attiva nella vendita di armamenti). Il consorzio così creato, ribattezzato al-Waha, otterrà i diritti esclusivi di sfruttamento per 22 anni, della metà dei campi petroliferi di al-Ahdab (sud-est di Baghdad) dal potenziale stimato in 180 milioni di tonnellate di petrolio e con un investimento calcolato in non meno di 1,3 miliardi di dollari. Nel 1998 poi, voci ufficiose, ma informate, riferivano della conclusione dei negoziati tra CNPC e l'Irak per lo sfruttamento del campo di al-Fayah (nel sud irakeno). Per vari motivi ed in entrambi i casi però, la presenza cinese non è mai andata oltre la firma dei contratti; le società di Pechino, visto il clima d'incertezza legato alle sanzioni (delle quali la Cina non ha mai cessato di chiedere con veemenza la fine, in ambito ONU) si sono limitate a prospezioni geologiche, provocando il risentimento di Baghdad, che aveva più volte minacciato di fare decadere "ogni contratto non onorato". È di attualità recente poi il fatto che di questi due contratti, come di tutti gli altri firmati dall'Irak nell'ultimo decennio (censiti in almeno una ventina da uno studio della Deutsche Bank dell'ottobre 2002): quelli per i campi petroliferi di Majnour e Bin Umar con Totalfinaelf; quello di West Kurna con Lukoil e quelli di giacimenti minori con Pertamina (Indonesia), Petronas (Malaysia) e Sonatrach (Algeria) la nuova "autorità civile provvisoria" ha fatto tabula rasa; affidando d'ufficio "per un periodo iniziale" imprecisato alla multinazionale statunitense Halliburton, la gestione dei pozzi irakeni e la commercializzazione del relativo greggio da essi estratto. Detto questo, appare tuttavia chiaro che l'inedito attivismo cinese in Medio Oriente, è anzitutto dettato dalla forte dipendenza da questa regione di Pechino; del resto ne è una prova anche il ruolo ben più importante assunto dalla diplomazia cinese alle Nazioni Unite verso la fine del 2002, soprattutto se confrontato al "profilo basso" adottato nel caso della guerra del 1991 e malgrado la Cina abbia preferito lasciare l'iniziativa "visibile" dei paesi anti-guerra alla Francia.
Inoltre a partire dall'11 settembre 2001, Pechino sembra avere riconsiderato la propria fragilità di fronte ai due possibili rischi di una situazione più incerta: l'innalzamento brutale dei corsi del greggio e/o la rottura (cioè l'interruzione) degli approvigionamenti energetici. Il progetto rimasto latente per molti anni di una "riserva strategica cinese" è stato rapidamente riattivato (si consideri che nella notte del 19 marzo, allo scatenamento dell'intervento anglo-americano in Iraq, Pechino non disponeva che di pochi giorni di autonomia energetica, mentre gli Stati Uniti potevano disporre invece di ben tre mesi e l'Europa di due) con l'obiettivo di costituire una riserva di almeno 15 milioni di tonnellate, pari a tre mesi di autosufficienza. Nello stesso tempo, la Cina intende riorganizzare le sue linee di rifornimento: quelle che giungono via nave dal Medio Oriente devono transitare attraverso lo stretto di Malacca (tra Singapore e Indonesia) posto sotto controllo statunitense; così le società petrolifere cinesi vanno ormai da tempo sollecitando nuovi accordi con Kazakistan e Russia, la maggior parte dei quali erano già stati siglati prima dell'11 settembre 2001 (tra essi ricordiamo quello gigantesco lungo oltre 3.000 km che parte dai campi kazaki di Tengiz e Karachaganak) poiché l'opzione che pricilegia l'Asia centrale e la Siberia, rappresenta per Pechino l'affrancamento dalle linee di rifornimento ipotecate dagli Stati Uniti, consentendo a Pechino una "profondità strategica" vitale, nel caso ad esempio di una crisi con Taiwan.



Le curve di Hubbert.
di Michele Paolini (già pubblicato su "Global Magazine", n. 0, novembre 2002).

King Hubbert (1903-1989) era un geologo della Shell. Nel 1956 si presentò ad un meeting dell'American Petroleum Institute con i risultati di uno studio sulla previsione della produzione petrolifera nazionale statunitense. Le conclusioni del lavoro erano pessimistiche ed allarmanti: la produzione degli Usa avrebbe raggiunto un picco nei primi anni Settanta per poi decrescere inesorabilmente. Negli ambienti dell'industria petrolifera le sue ricerche vennero respinte a larghissima maggioranza. Le critiche gli imputavano un grave difetto di catastrofismo ecologico. Già allora il pensiero unico dei petrolieri recitava una formula del tipo: "gli investimenti nell'esplorazione e le innovazioni tecnologiche possono prolungare indefinitamente l'orizzonte temporale della produzione". Vietato parlare di "limite". Nel 1968, la scoperta del giacimento supergiant di Prudhoe Bay, in Alaska, sembrò dare ragione a tutti gli altri e torto a Hubbert. Ma nel 1973 il picco venne raggiunto e la produzione statunitense cominciò fatalmente a decrescere. Come volevasi dimostrare. Aveva ragione Hubbert.
Il modello definito dal geologo descriveva con una "curva a campana" il lifetime del petrolio, il tempo di vita della produzione. Il profilo era divisibile in tre fasi: crescita, stabilizzazione e declino. Le curve potevano riferirsi a un singolo giacimento come ad un'intera provincia petrolifera o anche alla produzione mondiale nel suo complesso. Gli inconvenienti di questo modello sono di solito indicati nell'impostazione di carattere troppo rigidamente geologico. L'economia vi viene rappresentata come se fosse il regno della concorrenza perfetta, la variabile del prezzo è intesa troppo meccanicamente in funzione dei costi e così via. Certo. Però Hubbert è oggi riconosciuto come il fondatore di un metodo rigoroso e capace di interpretare i trend in modo sostanzialmente attendibile. Studi basati sulle curve di Hubbert hanno trovato recentemente credito anche presso l'Agenzia Internazionale per l'Energia. E dal 1995 si è assistito a un vero e proprio risveglio di studi hubbertiani, della cui serietà nessuno sembra più dubitare. Le applicazioni più recenti riguardano proprio le prospettive della produzione su scala mondiale. I risultati cui sono pervenuti molti lavori diversi appaiono sorprendentemente convergenti. Per la maggior parte, indicano che il picco della produzione mondiale verrà raggiunto molto presto, tra il 2004 e il 2008. Comunque entro la fine del decennio. Kenneth S. Deffeyes ritiene che il picco sarà raggiunto prima del 2004. Secondo una ricerca di Colin J. Campbell il picco avrebbe dovuto essere raggiunto addirittura tra il 1999 e il 2002. Applicazioni solo relativamente meno allarmanti stimano che la curva della produzione mondiale potrebbe conoscere il suo picco nel secondo decennio degli anni Duemila, in particolare nel 2016, per poi svoltare comunque verso il declino.
Se le cose stanno così, ci sono due domande da porre ai decision-makers della politica internazionale. Prima domanda: quali effetti potrebbe avere sul mercato e sull'opinione pubblica occidentale un'ampia divulgazione e discussione di queste interessanti ricerche? Soprattutto alla vigilia di una nuova guerra, combattuta - vedi un po' le coincidenze - nel Golfo Persico in nome della crociata contro le armi di distruzione di massa. Seconda domanda: c'è un rapporto tra le curve di Hubbert e il fatto che l'Iraq sia il paese con le riserve petrolifere più durature del mondo? Ebbene sì, sono domande tendenziose.



Bechtel: Profiting from Destruction. Saturday 07 June 2003 © Copyright 2003 by TruthOut.org
http://truthout.org/docs_03/060403A.shtml

New Report Exposes Contractor Bechtel as Threat to Iraqi Environment, Human Rights and Basic Services. U.S. Taxpayers Blindly Funding Post-War Corporate Profiteering and Cronyism, Public Interest Groups Say.

SAN FRANCISCO, California - Bechtel Group Inc., one of the lead contractors in the reconstruction of Iraq, has a 100-year history of capitalizing on environmentally unsustainable technologies and reaping immense profits at the expense of societies and the environment, said a report released today by Public Citizen, Global Exchange and CorpWatch. Its release was timed to coincide with a day of direct actions around the country to protest Bechtel's presence in Iraq, the report concludes that the Bush administration must be stopped from doling out contracts to undeserving firms with which it has close ties, including Bechtel and Halliburton.

The report, Bechtel: Profiting from Destruction, provides case studies from Bechtel's history of operations in the water, nuclear, energy and public works sectors. It documents a track record by Bechtel of environmental destruction, disregard for human rights and financial mismanagement of projects that has affected communities all over the world and does not bode well for the people of Iraq.

"If environmental and consumer protection violations had been taken into account, Bechtel would not have been awarded such an important contract in Iraq," said Sara Grusky, senior organizer with Public Citizen. "The American people are funding this contract through their tax dollars but are being denied the right to see what their money is supporting."

On April 17, Bechtel was awarded $34.6 million of an 18-month Iraq reconstruction contract worth up to $680 million, including the rehabilitation, reconstruction and expansion covering all key elements of Iraq's infrastructure, including electrical grids, water and wastewater systems. The contract was part of a limited bidding process that forbade public review and was kept secret even from Congress.

"This contract is about profit-making, not humanitarian efforts," said Maria Elena Martinez, executive director of CorpWatch. "The Iraqi people are in desperate straits thanks to the U.S. government, and now a U.S. company stands to make hundreds of millions of dollars. It exemplifies the typical revolving door between big business and government - in this case, Bechtel's board members and our high-ranking government officials."

A historical look at Bechtel's wrongdoings includes:

o In Papua New Guinea, Bechtel partnered in constructing the world's largest gold mine in 1970. The mine daily dumps hundreds of thousands of tons of toxic waste from the mining operations directly into local rivers. In 2000, a waste dump accident resulted in four deaths.

o Environmental and human rights groups have charged that Bechtel, in a partnership with Shell called InterGen, circumvented U.S. environmental laws by building a power plant on the Mexican border for the sole purpose of exporting energy to the United States. The La Rosita InterGen plant located in Mexicali, Baja Calif., and partly owned by Bechtel, was the subject of a May 6, 2003, court ruling that found that the U.S. Department of Energy and Bureau of Land Management had acted illegally in granting permits to InterGen to build this power plant.

o In Cochabamba, Bolivia, in 1999, Aguas del Tunari, a subsidiary of Bechtel, provoked protests that shut down the city when it privatized the city's water system, then implemented massive price hikes that left many people unable to afford water. The United Nations has formally declared water to be a human right - Bechtel violated this international resolution when it deprived people of their right to water. The outcry forced the Bolivian government to cancel Bechtel's contract; Bechtel is now suing the country in a World Bank court for $25 million in lost profits.

o At nuclear power plants in Palisades, Mich.; Humboldt Bay, Calif.; Three Mile Island, Penn.; San Onofre, Calif., and Davis-Besse, Ohio, Bechtel was involved in some of the U.S. commercial nuclear industry's more notable mishaps.

o In Nevada, Bechtel was awarded the management contract for a proposed nuclear waste repository at Yucca Mountain, a site considered sacred by the Western Shoshone people and part of a decades-long land dispute between the United States government and the Native Americans. On these same lands, Bechtel manages a Nevada test site and counterterrorism facility where nuclear, biological and chemical weapons construction and testing are carried out. The operation of the facility and its environmental and health effects have prompted ongoing protests from Native Americans, environmental and disarmament advocates.

o In Boston, Bechtel's mismanagement and cost overruns have been unprecedented. Bechtel designed and manages the Boston Central Artery tunnel project, also known as "the Big Dig." This federally funded project is the most costly civil engineering undertaking in U.S. history; estimated at $2.5 billion in 1985, it reached $14.6 billion in 2003.

In San Francisco in 2002, the Board of Supervisors phased out a contract with Bechtel for the management of the upgrade of the city's water systems before its completion date. Bechtel was charged with doing unnecessary and overpriced work and charging the city for tens of thousands of dollars' worth of personal expenses.

The report also documents Bechtel's history in Iraq, where the company was pushing for an oil pipeline deal in the 1980s at the same time that Saddam Hussein was committing his worst atrocities against the Iraqi people. Bechtel was named by Hussein's government as one of the U.S. companies that provided it with materials that could be used to make weaponry.

"Bechtel has demonstrated brazen moral corruption by first contributing to the development of Iraq's weapons, then pushing for a war against Iraq, and finally profiting from the tragedy and destruction wrought by that war," said Andrea Buffa, peace campaign coordinator at Global Exchange. "It is a textbook example of what war profiteering looks like. This report answers the question - 'What's wrong with Bechtel?' "

The report's recommendations include:

o Implementing a democratic reconstruction in Iraq, led by the Iraqi people with the help of international institutions like the United Nations.

o Opening up and making transparent the bidding process for U.S. government contracts in Iraq and elsewhere.

o Companies bidding for U.S. government contracts should have satisfactory records of integrity and business ethics.


Saturday 07 June 2003 © Copyright 2003 by TruthOut.org
http://truthout.org/docs_03/060403A.shtml

BuzzFlash Interviews
June 23, 2003

What Did Eisenhower Mean When He Warned of a Military Industrial Complex? Take a Look at the Carlyle Group.

A BUZZFLASH INTERVIEW

With Dan Briody, Author of "The Iron Triangle: Inside the Secret World of the Carlyle Group"

They are at the epicenter of the military-industrial-complex-Bush-Cheney-crony-capitalism administration. The Carlyle Group is the model example of the nearly seamless connection between the Bush administration, self-enrichment and companies who receive big government defense contracts.

The roster of Carlyle "consultants" reads like a who's who guide to government officials of the 1980s, starting with former president George Bush, former secretary of state James Baker, and former defense secretary Frank Carlucci.

The most chilling aspect of Briody's book is that the political connections and lobbying activities he unmasks are not illegal.

It is a testament to the brain dead mainstream media that the relationship between the Carlyle group and the Bush-Cheney cartel is not a national scandal.

Brady is an award winning journalist who has written for Forbes, Wired, Red Herring and the Industry Standard.

You can purchase his book as a BuzzFlash premium at: "The Iron Triangle:Inside the Secret World of the Carlyle Group."

* * *

BUZZFLASH: If we were looking at the Carlyle Group -- aside from its controversial nature and the political world of who runs it and the consultants affiliated with it -- what business model does it represent?

BRIODY: It's what's known as a private equity firm. And that's a very vague term to describe a whole umbrella of different types of companies. What Carlyle specializes in is buyouts, which means that they operate very similar to a mutual fund. Only instead of buying and selling stock, they buy and sell private companies. And they also do venture capital and real estate. So they're in a variety of different kind of financial transactions-based businesses. But their bread and butter is buyouts. And within that area, they focus heavily on government-regulated industries - anything that depends very heavily on policymaking and legislation coming out of Washington, D.C. As such, they hire a number of ex-politicians to help them in that regard.

BUZZFLASH: In terms of companies that they buy out, most notably in terms of their political-business crossover, they're probably most known for their relationship to the defense industry, even though that's not by any means exclusively what they do.

BRIODY: They got their start in the defense buyout business. They struggled for the first couple of years before they hired Frank Carlucci, who was the outgoing Secretary of Defense from the Reagan administration. And Carlucci brought them in the direction of defense buyouts in the late '80s, early '90s, in between the Cold War and the Gulf War, when defense properties were undervalued. And the company struck gold a couple times in that business and was able to build a very healthy buyout practice on the back of these defense LBOs, or leveraged buyouts.

From there, they have diversified over the ensuing 10-12 years, into everything from healthcare to telecommunications, to aerospace and others. But defense is still the cornerstone of their practice. And when people think of the Carlyle Group, the first thing they think of is defense.

BUZZFLASH: On the cover jacket of your book, it says that the book will provide witness to how the Carlyle Group profited from the Sept. 11 terrorist attacks and continues to profit from the ongoing war on terrorism. What evidence do you provide for that?

BRIODY: There are a number of transactions that the company profited from directly following the Sept. 11 attacks. The most important one was the fact that they were able to take United Defense, their crown jewel of defense holdings public shortly after the attacks. In fact, in the prospectus that they circulated, before that IPO, they cited the Sept. 11 attacks as one of the reasons why they were able to sell public stock in this company at this time. So that was all on the back of the defense build-up following Sept. 11.

There are also a number of other holdings of theirs -- like at that time, they owned a company called the IT Group, which is a company that cleans up hazardous materials and won a very lucrative contract to clean up the Hart Senate Building in Washington, D.C., which had been tainted by anthrax.

They also own a company called U.S. Investigative Services, USIS, which is a company that does background checks and provides varying levels of security clearance for different government employees, airline employees - things like that. Obviously their contracts went through the roof after Sept. 11.

In addition to that, they own companies that do all kinds of security, different aerospace companies. So whenever there's a big defense buildup, those companies profit. So there are a number of ways that they've profited very handsomely from Sept. 11.

* * *

BUZZFLASH: I recall that reading in the British papers that Tony Blair was considering privatizing a portion of the intelligence apparatus in Britain, and that the Carlyle Group was going to be subcontracted to do some of that.

DAN BRIODY: He did, in fact. The new company is called Qinetiq. It's spelled Q-I-N-E-T-I-Q. It's the research arm of the ministry of defense in the U.K., which is essentially equivalent to DARPA [the Defense Advanced Research Projects Agency] here in the U.S. And the Carlyle Group was part of that transaction, so they own part of Qinetiq. It was a very controversial transaction in the U.K., obviously. I mean, if you could try to imagine a foreign company coming in and buying DARPA from the United States. It's unimaginable. And particularly a company that's so stockpiled with very powerful former politicians.

BUZZFLASH: So Tony Blair essentially condoned the privatization of a large section of the British defense intelligence apparatus to the Carlyle Group. It would be comparable for us to subcontract that to a foreign company.

BRIODY: Yes, which I don't think would ever happen.

BUZZFLASH: You mentioned in another interview that we heard - I believe it was on NPR, Terry Gross - that your book doesn't detail illegal activity of the Carlyle Group. And whether that exists or not, you don't know. But it details the legal activity, which is, to you, probably the more worrisome issue - that all of this is legal. By that, do you mean the seamless relationship between the private military sector and the governmental military sector?

BRIODY: That's exactly what I mean. The book opens up with a mention of Dwight Eisenhower's farewell speech, in which he warned the country against the formation of this military-industrial complex. And I think that that is exactly what we're seeing today. We're seeing a very tight-knit group of companies and private military contractors that are virtually indistinguishable from various administrations and the political infrastructure of Washington, D.C. - so much so that it's not clear whose interests we're acting on when we go to war.

BUZZFLASH: And now we see the extension in the case of Britain, to the British defense intelligence industry.

BRIODY: Right. And we're also seeing Carlyle expand into Italy. They just bought part of Fiat's aerospace division, which was a state-controlled Italian military agency. And they are also in the running to buy out DaimlerChrysler's aerospace division in Germany. So we're seeing a real broadening of the military activity around the Carlyle Group, so much so that's becoming more than just a domestic concern here - it's becoming an international concern.

BUZZFLASH: Now Carlyle is - correct me if I'm wrong - a holding company. Is it publicly traded?

BRIODY: It is not publicly traded.

BUZZFLASH: So it's a limited partnership?

BRIODY: Yes. It's a limited partnership. And as such, it's under no obligation to release any of its financial data. So it's very difficult for the average citizen to find out what the holdings of this company are and where the conflicts of interest might be. You may have noticed that they "opened up" their website recently because they were receiving a lot of criticism for being secretive and closed up. But they're still controlling what information they're putting on that website, so it's not like we're getting a look under the hood, so to speak, of this company. And they'll never go public. They would never do that.

BUZZFLASH: Now probably the most controversial relationship is the relationship of former President Bush to the company. As you point out, so many of the members of the cast of characters in the Carlyle Group have been associated with past administrations, particularlyReagan and Bush's. Former President Bush has probably the highest profile relationship. What is his relationship to the Carlyle Group, and what has he been used for?

BRIODY: George Bush Sr. is a senior advisor to the company -- again, an ambiguous term -- but essentially his role is to travel abroad and meet with foreign business leaders and foreign heads of state, give speeches on behalf of the Carlyle Group, and pack the house full of wealthy investors who will contribute to Carlyle's buyout fund. And also he has had his hand in a number of deals for Carlyle. He has worked closely with business leaders in South Korea and in Saudi Arabia. He's very close with the bin Laden family. He's close with the royal family in Saudi Arabia. So he's been very, very involved and a very effective business partner for the Carlyle Group for a number of years now.

BUZZFLASH: Is there cause to be concerned? Some people who cover Carlyle also mention that one shouldn't solely focus on him, because he sort of jumps in and out. It's more the day-to-day people who cross back and forth between their relationships with government officials and the private industry - the military-industrial complex, if you will, as Eisenhower called it. But former President Bush is the most visible symbol. Do you have any speculation on how that might impact foreign policy, since he's the father of the current president?

BRIODY: There have been numerous reports that have been widely circulated, and not disputed, by the New York Times, Wall Street Journal, of how the father of the president is advising his son on foreign policy. Certainly in the first year, he was very active in advising his son on policy toward Korea and toward Saudi Arabia. And in both cases, he stepped in and placed phone calls himself to the leaders of those nations to try to smooth things over for his son, who was struggling a little bit in the early going, in dealing with some of those more sensitive areas. So I think that the impact of the father on the son in foreign policy has been very significant and very inappropriate, given the investments of George Bush Sr.'s company in both regions - in both the Korean peninsula and in Saudi Arabia.

BUZZFLASH: On pages 144 to 146, you discuss a little bit of the relationship between Carlyle and the bin Laden family. Can you just mention that in passing, and what that relationship was and perhaps is now?

BRIODY: The Carlyle Group started working in Saudi Arabia in the early '90s through a Saudi prince, who is one of the biggest foreign investors here in the United States. And through that relationship, they started expanding their business in Saudi Arabia very significantly. One of the most important investors that they found in the kingdom was the bin Laden family, which, of course, owns the Saudi Binladin Group. It's about a $5 billion construction company -- extremely wealthy family, extremely successful company, and who officially disavowed Osama bin Laden back in the early '90s.

So they had been doing business with the bin Laden family for, give or take, five or six years, when Sept. 11 happened. And suddenly, Osama bin Laden became public enemy number one. He was on the cover of all the newspapers. And it came to light that this company that was employing George Bush Sr. counted the bin Laden family among their investors. And they had to divest themselves from that relationship because of the criticism.

BUZZFLASH: And although you don't mention it, there are those, including author Greg Palast, who have claimed that the Bush administration ferreted out members of the bin Laden family on special planes after Sept. 11. But again, that's not a part of what's in yourbook, but we're just pointing that out.

Let's look at United Defense as one example of the relationship between the private industry, the defense industry, and, in this case, it's a publicly held company owned by the privately held Carlyle Group. Is that correct?

BRIODY: That's right. And they own 50% of it.

BUZZFLASH: And what is United Defense? Maybe you can give us as a case study of the interrelationship between a company that has an umbilical cord to the U.S. government, about how a company like that is never a loser.

BRIODY: United Defense is a classic military contractor. They make guns and gun systems, large Howitzer-type, mobile Howitzers. They make the Bradley fighting vehicles and the Paladin gun systems that we've seen a lot of on TV, especially during the Iraqi war. They are one of the largest defense contractors to the Army in the nation. And the Carlyle Group has owned this company since 1997.

When they bought the company, there was a gun program that was the future of United Defense. It was a gun called the Crusader. It was essentially a next-generation Paladin gun system - a very large, mobile Howitzer. It looks like tank, but it's essentially an enormous gun. And the Crusader was heavily criticized by a national defense panel that was put together to assess the military requirements going forward. It was called too heavy, too slow - a Cold War relic. And it was on the chopping block for years after that. But the Carlyle Group was able to mount a very successful campaign by using strategically placed lobbyists, by extending their personal relationships with folks in the Pentagon and in Washington, and by waging essentially a public relations campaign for the gun, and they kept it alive through successive rounds of defense budget cuts - miraculously.

No one could believe that this gun had survived as long as it did. And then finally after Sept. 11, when all ships were sort of, you know, rising on the tide of defense spending, they were able to take United Defense public, make hundreds of millions of dollars off of that IPO, only to then finally have the Crusader program cancelled in a very public fashion by Donald Rumsfeld in an announcement. But of course, behind the scenes, what the public didn't see was that United Defense was awarded a brand-new contract for a brand-new gun that very same day that the Crusader program was cancelled. In fact, the press release that United Defense put out about it had the announcement of the new contract in it as well.

BUZZFLASH: So they were essentially held harmless.

BRIODY: Yes, exactly.

BUZZFLASH: Perhaps this is more of a comment, but we found it not-so-curious that after the controversial visit of Bush to the U.S.S. Abraham in the flight suit, that he returned to California from 30 miles offshore and gave a speech at, of all places, the United Defense plant. Do you have any thoughts there about the fact the President of the United States is speaking at a plant that is 50% owned by a company that his father is a consultant with?

BRIODY: I think it's brazen, and I think it's shameless. And I think that that will go down as a hallmark of this administration. We have seen an absolute affinity for mixing business and politics, and throw in a war and you've got the Bush administration. And that scene of him giving that speech at United Defense's plant in Santa Clara summed up perfectly what this administration is all about.

BUZZFLASH: So all the interconnections were right there -- he was boosting the war effort, talking about keeping the country secure, which meant, in this case, he was praising the employees of United Defense, who, in essence, are employees, in part, of the Carlyle Group, with which his father is affiliated.

BRIODY: He was doing it all. He was pitching a tax cut for the very wealthy while doing an advertisement for his father's company, and professing the war to be over, and kicking off his reelection campaign, all in one fell swoop. It was an amazing achievement.

BUZZFLASH: And yet for all these connections, I did not see any of them in the press. I only made them because of your book, and knowing about the Carlyle Group, and just going back and confirming that United Defense was, in essence, a company that the Carlyle Group had ownership of.

BRIODY: It was missed by most of the mainstream media, and that was very disappointing. But The Nation picked up on it, thank God.

BUZZFLASH: Going in another direction, you detail how the firm, when it was opened in 1987, picked the name, "the Carlyle Group."

BRIODY: Well, the co-founders, David Rubenstein and Stephen Norris, were, at the time, meeting frequently at this hotel on the Upper East Side of New York called the Carlyle Hotel. And the Carlyle was very, very, very opulent and it's a very swanky establishment. It's a beautiful hotel. And these guys were looking for a name that gave them a sense of legitimacy and credibility in the industry. They wanted something that was a little blue-blood, or, as Steve Norris put it, gave them a silk-stocking air. And so they thought that the Carlyle Group was the right way to go. And certainly it does have that blue-blood,old money kind of feel to it, even though it's only 15 years old.

BUZZFLASH: Your book about the Carlyle Group, subtitled Inside the Secret World of Carlyle Group, is called The Iron Triangle. Why did you choose that title?

BRIODY: Well, "the iron triangle" is the euphemism that is employed in a number of different areas. But among the areas that it's employed is this confluence of business and politics that Eisenhower was talking about when he referred to the military-industrial complex. This is a combination of power and influence that is very dangerous and can result in foreign policy decisions that are based solely on monetary concerns of very few people. And that's what I think we've found here today.

BUZZFLASH: Recently we've read that the Carlyle Group is starting to dabble into media acquisition. Is that right? And if so, should we be worried about that?

BRIODY: Yes, they have picked up a couple media companies. They, for a while now, have owned a very popular publication called Le Figaro in France, and they have been expanding their media acquisitions. And I definitely think this is something that we should be concerned about. I mean, anytime you see a company that has this much political clout-- and obviously has a political agenda -- picking up media properties, you've got to be concerned, especially with the action that the FCC has taken so far this year. We're looking at the potential for having a real controlling influence in the media. And I personally would not like to see Carlyle Group controlling the information that I receive on a daily basis.


Il "caso" Halliburton. Primo beneficiario della ricostruzione iraqena e della "fine del mercato"
di Giampaolo R. Capisani (articolo inedito)

L'8 marzo 2003 il corpo del genio dell'U.S. Army attribuiva "d'ufficio" alla Kellogg Brown & Root (KBR, filiale del gruppo Halliburton) un contratto da 71,3 milioni di dollari: "per lo spegnimento di eventuali incendi dei pozzi petroliferi iraqeni, causati dalle operazioni militari o da atti di sabotaggio e la rimessa in operatività (dei suddetti pozzi)." Mentre scriviamo (fine giugno 2003) tale problema si è rivelato più serio del previsto poiché una serie di attentati ha gravemente danneggiato la rete degli oleodotti iraqeni; tra i più recenti ricordiamo quello del 12 giugno, che ha colpito l'oleodotto che collega i pozzi settentrionali di Kirkuk (nel Kurdistan) al terminale turco di Ceyan e quello del 21 giugno, che ha distrutto parte del pipeline che mette in comunicazione i giacimenti del nord e quelli meridionali, al porto di Mina al-Bakr, nel Golfo Persico. Più complesso e anche più interessante sarà invece stabilire se questi atti di sabotaggio saranno da attribuire alla "resistenza saddamista" o a quei militanti della rete Audah (letteralmente "il ritorno") che il Washington Post considera una filiazione tout court dell'islamismo sciita e che quindi frettolosamente riconduce alla Repubblica Islamica Iraniana. Comunque sia, l'inizio della commercializazione del petrolio iraqeno una scadenza annunciata per il 22 giugno, ha potuto essere solo parzialmente rispettata grazie ai depositi, riempiti nelle settimane precedenti del terminale di Ceyan. Tornando al contratto KBR, la decisione di attribuirlo "d'ufficio" ha provocato grande clamore negli ambienti economici statunitensi anche perché da quella data, né il contratto, né le clausole in esso contenute, sono state rese pubbliche. Inoltre per la prima volta e in base: "all'urgenza e alla necessità di rispettare il segreto militare" la procedura seguita del Pentagono è stata "discrezionaria", essa cioè ha ignorato (e aggirato) l'usuale meccanismo delle gare e della messa in concorrenza delle società candidate. Appare ovvio pertanto che sull'amministrazione Bush siano arrivate, da varie parti politiche veementi accuse di favoritismo nei confronti di una società (la Halliburton), il cui amministratore delegato tra l'ottobre 1995 e l'agosto del 2000, era stato quel Dick Cheney che oggi rappresenta il numero due dell'amministrazione, cioé il Vicepresidente degli Stati Uniti. Nel corso dei mesi successivi è inoltre trapelato (ed oggi appare chiaro) che il contratto assegnato alla Halliburton, è di gran lunga più rilevante di quello annunciato: al gruppo infatti è stata assegnata tutta la logistica dei 150.000 soldati statunitensi stanziati nel Golfo Persico. Secondo una fonte parlamentare di Washington, il costo delle riparazioni dei pozzi iraqeni a due mesi dalla fine della guerra, sarebbe già triplicato toccando i 213,7 milioni di dollari e tale cifra dovrebbe aumentare ancora in futuro, a causa dello stillicidio di attentati alle installazioni petrolifere, che caratterizza l'Iraq post-bellico. Novità ancor più interessante poi, è che la mission affidata a KBR va bene al di là del banale spegnimento dei pozzi incendiati e della loro riattivazione, poiché come ha recentemente dichiarato il comandante del corpo del genio dell'U.S. Army, il generale Robert Flowers, il contratto assicurerà: "l'attività delle installazioni e la distribuzione dei prodotti", aggiungendo poi che la "procedura d'urgenza" del contratto con KBR dovrà scadere in agosto, mese in cui il genio statunitense prevede di lanciare un concorso per la gestione delle infrastrutture petrolifere iraqene. Peccato che una secca smentita sia giunta poco dopo da Gary Loew, un suo subordinato, ma che ricopre l'incarico di "responsabile del genio dell'U.S. Army per il petrolio iraqeno", che ha dichiarato che i tempi per attribuire nuovi contratti sono troppo brevi e che tassativamente esclude che in agosto vengano lanciati nuovi concorsi. Ma torniamo ad Halliburton; società che per capitalizzazione borsistica (10,775 miliardi di USD -fonte Bloomberg-) risulta essere la terza società mondiale d'ingegneria petrolifera dietro a Schlumberger (27,506) e Baker Hughes (11,375), ma davanti a BJ Services e Weatherford. Halliburton ha realizzato nel 2002 ben il 67% del suo fatturato (12,572 miliardi di USD) fuori del territorio degli Stati Uniti. Un dato su cui pesa il fatto che nell'indifferenza generale (cioè della stampa specializzata e non) nel dicembre 2001 ovvero tre mesi dopo l'11 settembre, la società otteneva un accordo di durata decennale, che impegnava la sua filiale KBR: "alla presenza in 72 ore dalla comunicazione, sul teatro di operazioni e alla fornitura di servizi e supporto logistico a 25.000 uomini ovunque nel mondo nei 15 giorni successivi", come recita la copia del contratto regolarmente depositato alla SEC (l'organismo di controllo borsistico statunitense). Nei quattordici mesi scorsi, in cui KBR ha assicurato gli approvigionamenti delle truppe USA nel Golfo, essa ha generato entrate per 425 milioni di dollari fornendo cibo, vestiti ed equipaggiamenti vari in Kuwait, in Qatar, in Arabia Saudita, in Afghanistan e in Iraq. Anche il contratto del dicembre 2001 è stato assegnato con caratteristiche "d'urgenza e d'ufficio" anziché per concorso; fatto che a suo tempo aveva indignato il deputato democratico Henry Waxman che sostiene: "Le cifre che Halliburton può ricevere a questo titolo sono virtualmente senza limiti…Questo tipo di accordi presenta grandi rischi per i contribuenti!" Va tuttavia ricordato che KBR aveva già ottenuto tra il 1992 e il 1999 un contratto molto simile (in seguito prorogato fino al 2004) che aveva lo scopo di assicurare il supporto delle truppe statunitensi nei Balcani, un attività che complessivamente avrebbe fruttato al gruppo non meno di 1,2 miliardi di USD; peccato che un inchiesta del Servizio Investigativo del Congresso degli Stati Uniti, abbia dimostrato come in Bosnia la Kellogg Brown & Root massificato la pratica fraudolenta delle "sovraffatturazioni".
Ma le necessità del "nation building" iraqeno si situano su ben altra scala di ampiezza: si pensi che a tutt'oggi gli ordini assegnati ad Halliburton superano i 600 milioni di dollari per un montante totale (quello destinato cioè, sia alla ricostruzione che all'aiuto umanitario dell'Iraq) di 2,4 miliardi USD. Qual'è il bilancio di questa situazione? Anzitutto sul piano interno la violazione delle più banali "regole di mercato" così care ai governanti liberali di ogni tempo e di ogni luogo, che più sopra abbiamo descritto ha innervosito altri "attori" dello stesso calibro di Halliburton, che a questo punto si chiedono se l'attività di lobbyng presso la Casa Bianca non risulti alla fin fine più remunerativa della cosidetta "efficienza del capitale" o degli "investimenti in R&D". Ben più grave lo strascico sul piano delle regole di concorrenza internazionali giacché i grandi beneficiari del programma iraqeno "Oil for Food" cui è stato posto recentemente fine dall'ONU, erano società francesi, russe e cinesi, rimaste oggi a bocca asciutta. Esse considerano la situazione creatasi, come una violazione delle regole e certamente si daranno da fare per ottenere soddisfazione sul piano giuridico. A parte questo si ha l'impressione che questo non sia che l'ultimo degli "scacchi etici" del sistema imperiale capitalista: scandali Enron, Global Crossing e Tyco; eutanasia di Arthur Andersen; querelle giuridica dei prigionieri di Guantanamo e del TPI; esautoramento dell'ONU; inesistenza delle "armi di distruzione di massa" iraqene... forse ha ragione Donald Rumsfeld quando candidamente ammette: "Chi fa la guerra, amministra la pace", ma da parte nostra, noi l'abbiamo sempre saputo e questo dimostra che "il mercato e le sue regole" sono una "bela fola" che si racconta ai bambini prima della nanna. Anche a quelli un po' cresciuti che studiano alla Luiss oppure in via Sarfatti e leggono Il Sole 24 ore.

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