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firmata da 13 scrittori italiani A ciascuno il suo stile, a ciascuno il suo “incubo”
E tutto questo accettando la scommessa di raccontare, rigorosamente, l’Italia. Un’Italia sorprendente, inedita, ma sempre riconoscibile. Il cielo e il mare, i monti e le città del più solare Paese europeo precipitano in un incubo gotico collettivo, popolato da creature mostruose nel corpo o nell’anima, che lanciano al lettore la sfida più inquietante: Sei davvero sicuro di essere diverso da me? In Danse Macabre (1981), Stephen King osserva che il racconto horror è essenzialmente un racconto di riconciliazione. Il polo apollineo (la ragione, la chiarezza, il buon senso, il quieto vivere quotidiano) viene insidiato da quello dionisiaco (scatenamento di forze nascoste, esplorazione del proibito, destabilizzazione) fino alla ricomposizione finale. Il mutante, l’estraneo, viene identificato, descritto, fatto agire, combattuto e alla fine distrutto. Perciò il genere horror ha certamente un aspetto conservativo: conferma lo status quo, le leggi «naturali » in cui viviamo o ci illudiamo di vivere, mostrandoci visioni delle orribili alternative che ci attendono se le abbandoniamo. Se le cose stessero solo così, la conclusione sarebbe abbastanza deprimente: l’horror si iscriverebbe tra i generi della narrativa consolatoria, di puro intrattenimento, quella che dice al lettore: «Stai tranquillo, tu vai bene così come sei, tu sei normale, sei giusto; lascia che siano gli altri a cambiare. E se nella realtà che ti circonda si apre uno strappo, una lacerazione attraverso la quale intravedi qualcosa di inquietante o mostruoso, aspetta con fiducia: verrà un eroe a rimettere le cose a posto». Questa descrizione aprirebbe una curiosa contraddizione con un dato di fatto: la stragrande maggioranza, se non la totalità, degli scrittori e dei registi cinematografici che praticano l’horror professa un’ideologia ferocemente antiborghese, da destra come da sinistra, e si propone, come obiettivo artistico e come orizzonte personale, una dura critica nei confronti della società, e in particolare delle sue ipocrisie, dei suoi conformismi, delle regole asfissianti che mirano a nascondere verità inammissibili sulla natura umana e le sue voragini. Per fortuna, infatti, nell’horror c’è dell’altro. L’esplosione di energia del polo dionisiaco è centrale in questo tipo di narrativa, perché dà al lettore la possibilità di esercitare per procura – delegandole ai personaggi del racconto o del film – emozioni proibite, di riconoscerne in sé la presenza. Il mostro sei tu. Il mostro sei anche tu. Questa è l’altra faccia della medaglia, l’aspetto eversivo del genere, il veleno che viene sottilmente instillato nel mondo reale e che funziona come il liquido di contrasto che si usa in certi esami clinici: permette di vedere con chiarezza a volte spaventosa il problema di cui si era solo intuita la presenza. Rende visibile il disagio, il malessere, il conflitto che sentiamo agitarsi dentro di noi tra certi istinti selvaggi, incontrollabili, e la ragione che si sforza di dominarli. E se anche alla fine la ragione prevale, riconciliandoci con noi stessi e con le cadenze normali, rassicuranti, della nostra esistenza quotidiana, non potremo non confessare il piacere che abbiamo provato nel vedere manifestarsi queste forze oscure in tutta la loro potenza. Per questo l’horror è un genere che consente la creazione di grandi metafore sociali: parte sempre da uno spunto di rilevanza sociologica, lo elabora creativamente e alla fine lo restituisce al lettore in forma di parabola, di narrazione esemplare. Una cosa che spesso non si considera è che scrivere horror è anche molto divertente. L’autore prova un senso di liberazione da certi vincoli del realismo, di potenziamento delle proprie energie. La fantasia, finalmente, può scatenarsi in ogni direzione, senza più freni. Due dei testi fondamentali della narrativa horror di tutti i tempi, Frankenstein di Mary Shelley e Il vampiro di John William Polidori, sono nati in circostanze giocose. Durante la vacanza di un piccolo gruppo di scrittori e amici sul lago di Ginevra, nell’estate del 1816, Lord Byron suggerì che ciascuno dei presenti scrivesse un racconto dell’orrore, come antidoto alla noia tremenda di cui tutti stavano soffrendo dopo due settimane di pioggia torrenziale che li teneva forzatamente al chiuso. Polidori, il medico personale di Byron, sintetizzò nella sua opera una lunga tradizione letteraria (si parla di vampiri già nell’Asino d’oro di Apuleio), creando la prima figura moderna di quell’icona horror che quasi un secolo dopo Bram Stoker portò alla perfezione: il non morto che sugge la linfa vitale ai vivi, quasi invulnerabile, dormiente di giorno, rapace di notte, la cui estrema incarnazione novecentesca sarà non tanto il vampiro quanto lo zombie. La Shelley ideò un’elaborazione originalissima del mito ebraico del Golem: un uomo sintetico fatto di parti di altri uomini, e al tempo stesso una sfida alla morte. Il padre di tutti i cyborg, gli uomini bionici, i terminator . Un particolare di non poco conto: all’epoca di questo episodio Mary Shelley aveva vent’anni, il dottor Polidori ventuno! È proprio il caso di dire che alle origini dell’horror moderno sta un gioco da ragazzi, un divertimento di società tra uomini e donne che dall’adolescenza, dai suoi turbamenti, dal suo spirito ludico erano appena usciti. O forse non erano mai usciti. Lo stesso spirito di gioco serio (non c’è gioco che non lo sia) ha ispirato questa antologia. In Italia esistono due grandi tradizioni di esplorazione dell’irrazionale. Una è quella popolare, risalente fino agli Etruschi e a Romani, che già conoscevano mostri, fantasmi, case infestate, lupi mannari e tutta una casistica di fenomeni che modernamente definiamo paranormali. Le fonti che abbiamo sono trascrizioni di resoconti orali, leggende che hanno cavalcato generazioni e secoli, testimonianze iconografiche. L’altra tradizione è quella letteraria. Basta pensare ai riti di evocazione dei morti descritti fra l’altro nell’Eneide o alla commedia di Plauto Mostellaria (da «monstrum»: La commedia degli spettri), e poi giù giù lungo i secoli bui, la familiare commistione tra vita terrena e ultraterrena del Medioevo, il gusto barocco del mostruoso, fino a sfociare nell’Ottocento, secolo dedito all’horror forse più di ogni altro in passato. Se dovessi scegliere due titoli da invocare come numi tutelari di questa impresa letteraria forse li prenderei proprio dall’Ottocento e citerei anzitutto L’alfiere nero di Arrigo Boito, un racconto pubblicato nel 1867, che un secolo dopo avrebbe potuto tranquillamente venire sceneggiato per un episodio della mitica serie televisiva Ai confini della realtà. Ma forse il libro che mi piacerebbe di più gettare provocatoriamente sul tappeto sarebbe I promessi sposi. Esiste una poco nota recensione che Edgar Allan Poe dedicò al romanzo simbolo dell’Ottocento italiano, in cui il grandissimo scrittore bostoniano fa un’affascinante lettura di Manzoni «secondo Poe»; e fioccano parole di ammirazione per tutti gli elementi gotici dei Promessi Sposi che di norma vengono ignorati dalle letture conformiste del romanzo, eppure stanno lì da vedere: il sequestro della vergine, il castellaccio dell’Innominato, la descrizione della peste, le numerosissime scene notturne e tenebrose, il sogno allucinante di don Rodrigo. Vengono davvero i brividi a pensare a questo abbraccio ideale, al di qua e al di là dell’oceano, tra il più maledetto degli scrittori americani e il più beatificato e mummificato degli scrittori italiani. E su questo ponte transatlantico naturalmente possiamo correre di nome in nome e di suggestione in suggestione fino al Novecento di Bontempelli, Buzzati, Calvino e altri autori in cui il racconto fantastico tende a colorarsi decisamente del nero dell’horror. Attualmente in Italia ci sono molti autori che praticano il genere senza dichiararlo tale, che lo sfiorano, sfondando nelle loro opere il confine tra reale e irreale. Questo avviene comunemente in quella meravigliosa branca della letteratura che è la narrativa per ragazzi, ma il fenomeno è molto più esteso. Si tratta spessissimo di scrittori la cui ispirazione è fortemente radicata nell’analisi e nella ricreazione artistica di una realtà storicamente e socialmente determinata. Non sono evocatori di nuvole e nebbie, ma indagatori del mondo. Eppure a volte il loro sguardo buca la parete che separa il mondo visibile dalle intuizioni, le ombre, i terrori di ciò che si apre al di là. Scorrendo i nomi degli autori inclusi in questa antologia è facile riconoscere tre diverse tipologie. Ci sono scrittori che con l’horror hanno una frequentazione stretta o addirittura esclusiva, ed è ovvio che a loro sia stato lasciato grande spazio in questo libro. Parlo di Paola Barbato, Mauro Boselli, Gianfranco Nerozzi, Chiara Palazzolo e naturalmente Tiziano Sclavi, che come padre del personaggio cult Dylan Dog ha un posto speciale nel cuore di tutti gli horrorofili italiani. Ci sono poi autori che, muovendosi di preferenza in territori contigui della narrativa di genere, come il noir o il thriller o la fantascienza, hanno incorporato spesso nelle loro opere pagine autenticamente horror; e, in ogni caso, certamente appariranno ai lettori vicini alle atmosfere che ci si aspetta da questa dimensione narrativa. Parlo di nomi come Vittorio Curtoni, Marcello Fois, Andrea Pinketts, Nicoletta Vallorani. La qualità della scrittura di questi autori è una chiave che apre loro qualsiasi porta, e le loro opere lo dimostrano senza che ci si debba spendere troppe parole sopra. Infine abbiamo scrittori la cui immagine presso il pubblico è sicuramente lontana dall’horror, come Gianni Biondillo, Andrea Carraro, Gianluca Morozzi e Aldo Nove. La cosa curiosa è che in questi autori il curatore dell’antologia ha sempre visto un potenziale enorme in questa direzione; anzi, molto più che un potenziale. Certe livide descrizioni ed esplosioni di violenza parossistica nella Milano di Biondillo, nella Roma di Carraro e nella Bologna di Morozzi hanno un sapore che, se si trattasse di autori angloamericani, li farebbe rientrare tranquillamente nel new gothic; per quanto riguarda Nove, io a volte ho la sensazione che lui scriva solo horror, anche quando pare che faccia tutt’altro. Tutti hanno accettato la sfida di creare racconti che si scostassero, almeno nel loro spunto di partenza, dalle convenzioni angloamericane che ormai dominano il genere. Sono andati tutti insieme a cercare l’ombra e il buio dentro il cliché consunto del «paese del sole». Ciascuno con il suo linguaggio e la sua irripetibile visione narrativa del mondo, hanno scritto pagine che giustificano pienamente la definizione di nuovo horror italiano. Talvolta l’Italia sta nelle pieghe del paesaggio, nell’insolito Mediterraneo fantasmatico di Chiara Palazzolo e nei desolati, fascinosi panorami montani dei racconti di Paola Barbato e Mauro Boselli. Negli incubi metropolitani di Gianni Biondillo, Marcello Fois, Gianfranco Nerozzi, Andrea Pinketts, dove la città non è mai la megalopoli indistinta ma sempre quella città lì, inchiodata da una frase in dialetto, dal nome di una via, da un colore dell’aria, dall’indolenza o dalla frenesia dei suoi abitanti. E così la provincia attonita di Vittorio Curtoni, il sotterraneo dove Sclavi dipinge un mondo rovesciato e terrificante. Perfino nello spazio solo apparentemente neutro evocato da Gianluca Morozzi si sente una carnalità che riconosciamo nostra, della nostra vita e della nostra letteratura. Talvolta invece sono i personaggi a essere irrimediabilmente italiani: nel racconto di Aldo Nove si muovono generazioni fotografate in un limbo dove vita e morte si confondono, mura di cimiteri e interni di appartamenti che sono parenti stretti dell’incubo corporale di Andrea Carraro. Per finire con l’inverno spettrale che attraversa come un sogno il racconto di Nicoletta Vallorani. La meno mediterranea delle stagioni, in apparenza; e invece è tempo di riappropriarcene. A fianco del nostro cammino corre sempre un mondo altro, il grande serbatoio in cui si nascondono desideri proibiti, paure inconfessabili, sogni, incubi, misteri personali o collettivi. A volte da questo universo parallelo arrivano segnali. Possono essere quasi inavvertibili come un soffio di aria gelida o una parola sussurrata; possono prendere forme vistose e invasive, tracimando nella nostra realtà e conquistandola. Spesso, una disamina razionale dei rapporti umani penetra quasi spontaneamente nel fantastico. Il fantastico e l’horror possono essere risposte metaforiche potentissime alle domande che la ragione si fa sui perché fondamentali dell’esistere. E da queste risposte, per rimbalzo, nascono altre domande, altre suggestioni.
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