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(Pubblicato su: Guerre&Pace, n. 111, luglio 2004)
Il grande gioco caucasico
di Giampaolo R. Capisani
Aliev e Saakashvili e Aliev Uomini nuovi.
Nell’inverno del 2003 la battaglia apertasi a Tbilissi per la successione al Presidente Eduard Shevardnadze, si concludeva con le sue dimissioni e con l’ascesa al potere di una leadership dichiaratamente “filo-occidentale”, guidata da Mikhaïl l Saakashvili. Colui che diverrà il neo-presidente georgiano, grazie alle vittorie elettorali del 4 gennaio (nelle presidenziali) e a quella del suo partito il 28 marzo (nelle elezioni politiche) riusciva, poche settimane dopo essersi insediato, a destabilizzare anche Aslan Abashidze, il “satrapo” della Repubblica Autonoma dell’Adjaria. Anche Abashidze, dopo e come Shevardnadze, grazie a una mediazione russa che sembra avere evitato uno spargimento di sangue, usciva di scena e imboccava la via dell’esilio. Nel corso della lunga presidenza Abashidze (1991-2004) e fin dal tempo della proclamazione dell’indipendenza georgiana, l’Adjaria si era sempre rifiutata di versare a Tbilissi i proventi derivanti dalle importazioni transitanti dal porto di Batumi e dai posti di frontiera con la confinante Turchia. Nel corso dello stesso inverno, nella Repubblica d’Azerbaijan, si verificava la prima “successione dinastica” in una repubblica ex-sovietica: il 31 ottobre 2003 Ilham Aliev sostituiva alla Presidenza il padre Gueïdar Aliev, carismatica figura di aparatchik e di patriarca autoritario, che si spegnerà ormai ottantenne poche settimane dopo (il 12 dicembre) in una clinica di Cleveland, nell’Ohio. Questa “transizione dinastica” veniva salutata con soddisfazione dai maggiori investitori stranieri del paese, cioè dalle majors petrolifere anglo-americane, che ne sottolineavano il carattere positivo all’insegna della “continuità”; non solo, anche Washington benediva l’investitura di Ilham Aliev, giudicandola una procedura “conforme alla Costituzione”. Il fatto che la revisione della Costituzione azera, predisposta unicamente allo scopo di permettere questa “transizione”, fosse stata approvata solo il 24 agosto con un referendum popolare o che i moti di piazza verificatisi a Baku, per protestare contro i presunti “brogli” nelle presidenziali del 15 ottobre, abbiano provocato due morti e decine di feriti, non è stato giudicato degno di attenzione, né dalla Casa Bianca e neppure nei grattacieli di Houston.
Per ciò che riguarda l’Armenia, cioè il terzo paese del Caucaso post-sovietico, non c’è molto da dire; Robert Kotcharian, è stato ri-eletto il 5 marzo 2003 e ha subito voluto ribadire gli orientamenti di politica estera del suo paese e cioè il fatto che Erevan, contrariamente a Baku e Tbilissi non desidera entrare nella NATO, poiché si considera, il punto di ancoraggio storico, dell’asse Mosca-Teheran. Dato questo quadro di trasformazioni regionali, tentiamo di esaminare l’evoluzione politica e istituzionale più recente, utilizzando come chiave interpretativa l’aspetto energetico, una chiave che riteniamo redde rationem del grande attivismo delle multinazionali del petrolio e in parallelo, della diplomazia statunitense.
Il BTC tassello regionale dell’empire building.
Appare evidente che una situazione politicamente incerta e instabile nell’area caucasica (anzitutto in Georgia, ma anche in Azerbaijan) avrebbe rischiato di minacciare un progetto che fin dal 1992, cioè dai mesi immediatamente successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, Washington aveva alacremente promosso e che ancora oggi rappresenta il vero e proprio “baricentro” della politica caucasica statunitense. Un piano anzi, che dopo gli interventi militari in Afghanistan e in Irak, ha acquisito una centralità definitiva e assoluta e ha trovato una sua consacrazione definitiva in quel manifesto programmatico dell’empire-building, meglio conosciuto come nuovo “Grande Medio Oriente”.
Il progetto che, confermatosi nella sua importanza, non è stato a caso perseguito dalle ultime tre amministrazioni ospiti della Casa Bianca (Bush Senior, Bill Clinton e George W. Bush) nonché altrettanto veementemente osteggiato da Mosca, riguarda l’oleodotto battezzato BTC (da Baku-Tbilissi-Ceyan) permetterà di collegare l’Azerbaijan alla Turchia e dovendo attraversare la Georgia, prevede per quest’ultimo paese il primario ruolo di hub (cioè di “perno”) dell’intero progetto; si tratta di un pipeline cui verrà affidato il compito di evacuare il greggio azero (nel tentativo però di sedurre e “ipotecare” anche quello kazako) verso il terminale petrolifero turco di Ceyan (o Yumurtalik, come riportato da certe fonti) e da qui verso i mercati occidentali…evitando accuratamente il network degli oleodotti russi.
I tre obiettivi del BTC.
La ragione della continuità nel tempo del sostegno al progetto BTC, da parte non solo della diplomazia statunitense, ma anche e soprattutto delle majors petrolifere, risiede nei suoi tre obiettivi di fondo.
1) Favorire la fuoriuscita dall’orbita d’influenza russa della Georgia e dell’Azerbaijan, facendo leva sul potenziale energetico dei giacimenti caspici. Questo significa in altri termini, perseguire una logica d’indebolimento della Federazione Russa e della CSI (considerata come una sua mera emanazione). In un precedente articolo dedicato alla Georgia (vedi G&P n° 108 pp. 22-24) abbiamo fatto riferimento agli strumenti politici e militari della cosidetta “occidentalizzazione” georgiana: TRACECA, GUAM, partnership militare con gli USA, trattative per adesione alla NATO, ma a questa utensileria occorrerà affiancare anche la consistente posta energetica in gioco, rappresentata dai giacimenti azeri on-shore e off-shore di Shirag, Serdar, Guneshli, Azeri e Shah Deniz (per un totale di 1,3 miliardi di barili di “riserve provate”) ai quali le ambiziose proiezioni del BTC vorrebbero “attrarre a sé” anche il giacimento kazako di Kashagan (vale a dire ben 10 miliardi di barili di “riserve stimate”). È questo il considerevole potenziale d’idrocarburi che la costruzione del BTC, potrebbe sottrarre a Mosca.
2) In secondo luogo, la realizzazione del BTC permetterrebbe di fare ottenere alla Turchia una fattispecie di “tributo di riconoscenza”. Ankara già partner di primo piano della NATO, é negli ultimi anni divenuta per Washington, un alleato-chiave dello scacchiere mediorientale, evolvendosi dal ruolo di semplice (benché importante) comprimario militare, a quello di “soggetto politico” alleato, come testimoniano i continui riconoscimenti (e i complimenti!) per il ruolo di paese-guida dell’islamismo moderato, da portare come esempio alle élites arabe minacciate dalla mouvance islamista radicale. Inoltre dal BTC, la Turchia non trarrebbe unicamente i vantaggi economici derivanti dalla gestione di un grande terminale petrolifero (nel quale tra l’altro dovrebbe confluire anche l’ingente produzione del greggio estratto nel centro-nord irakeno, ovviamente una volta questo paese pacificato) ma permetterebbe anche ad Ankara di presentarsi all’Unione Europea, nella veste di socio imprescindibile, grazie all’acquisizione dello status di “porta energetica mediterranea”.
3) Infine, data la consistenza delle risorse petrolifere che confluirebbero a Ceyan, esse andrebbero a costituire una massa critica di movimentazione del greggio sufficiente, una volta valorizzata e favorita da una certa attività lobbystica, da contribuire nella rideterminazione del meccanismo internazionale di formazione del prezzo del barile di petrolio. Un dispositivo complesso e regolato da numerose variabili, si pensi solo ai fixing borsistici di Londra (per il brent) e di New York (per il light sweet crude). Tuttavia nello specifico del progetto BTC-Ceyan, l’idea sembra essere quella di porre in diretta concorrenza le disponibilità di greggio del terminale turco, con quelle del porto di Rotterdam (primo terminale petrolifero europeo). Nel frattempo però, prosegue la strategia di accerchiamento e intimidazione dell’OPEC, perseguita da Washington e dalle majors anglo-americane, al punto che nel corso dell’ultima riunione del cartello petrolifero, tenutasi il 31 marzo scorso a Vienna, l’Iraq (non ancora riammesso alle quote del cartello stesso) ha inaspettatatmente e paradossalmente difeso le “ragioni dei paesi consumatori”. Affermazioni che hanno lasciato interdetti tutti i delegati presenti, ma che appare comprensibile se confrontata con la dichiarazione (di pochi giorni precedente) del Segretario al Tesoro statunitense John Snow, secondo il quale i corsi elevati del petrolio sono come “una imposta sugli industriali americani”.
La dinamite di Alfred Nobel in Caucaso.
A questo punto appare però chiaramente, come il progetto BTC non fondi la sua ragione di essere sui profitti attesi, ma bensì su una logica geopolitica e geoeconomica di ben più ampio respiro. In effetti il consorzio dei promotori del progetto, resosi conto della sua scarsa “vendibilità” finanziaria, ha cercato di renderlo più appetibile proponendo di “raddoppiarlo”. I protocolli già siglati, prevedono infatti che nel 2007 inizino i lavori di un gasdotto parallelo al BTC, chiamato BTE (da Baku-Tbilissi-Erzurum) poiché raggiungerà la cittadina turca di Erzurum, già collegata alla rete dei gasdotti che raggiungono l’Europa occidentale. Questa decisione non sembra tuttavia essere servita granché, sarà sufficiente ricordare che anche così la redditività del progetto potrà essere raggiunta con certezza, solo se il petrolio kazako e il gas turkmeno vi transiteranno, essendo la produzione di greggio azero insufficiente, per mantenere a regime il “corridoio energetico BTC-BTE”. Ma sia il Kazakistan che il Turkmenistan hanno attualmente progetti diversi e minacciano periodicamente le majors occidentali di “guardare a oriente” (cioè alla Cina) per le loro esportazioni. L’oleodotto BTC, i cui lavori stanno malgrado tutto avanzando dovrebbe divenire operativo nel 2005, tuttavia esso è stato contestato fin dalla sua nascita da diversi punti di vista. Anzitutto per i suoi costi elevati, stimati dagli analisti finanziari in non meno di 3,6 miliardi di dollari.
Il consorzio privato promotore del BTC, nel cui panel spicca la British Petroleum, si é dato da fare…e potrà così beneficiare di un prestito di 310 milioni di dollari, erogato dalla World Bank attraverso il suo braccio finanziario: la Società Finanziaria Internazionale. Più o meno dello stesso importo sarà anche il prestito concesso al consorzio BTC dalla Banca Europea di Ricostruzione e Sviluppo (BERD). In secondo luogo né è stato messo in discussione l’impatto ambientale; secondo 64 ong ecologiste il tracciato scelto, attraversa zone protette ecologicamente come quella del parco naturale di Borjomi, dove si trova la più importante fonte di acqua minerale georgiana, una delle rare voci di esportazione per questo paese.
Infine, numerosi specialisti hanno sottolineato le numerose difficoltà tecniche del progetto, inerenti all’attraversamento di 1.760 km di una regione accidentata e sismicamente attiva. Omettiamo volutamente di parlare del fatto che il tracciato attraversa il Nagorno-Karabakh, l’enclave armena nel territorio dell’Azerbaigian, che ha già procato una guerra tra Erevan e Baku e che ancora oggi dimora come questione irrisolta. Ricordiamo invece che nel lontano 1890, la ferrovia che trasportava il petrolio estratto a Baku fino al porto di Batumi (a quel tempo primo porto petrolifero mondiale) verrà a trovarsi congestionata a causa del forte incremento della domanda europea; così i fratelli Alfred e Robert Nobel che si erano associati al ramo francese dei Rothschild nell’estrazione del petrolio azero, decisero di realizzare in uno dei punti critici montuosi della via ferrata, il primo pipeline della storia, il cui tracciato venne aperto grazie all’uso massiccio della dinamite inventata da Alfred Nobel!
Bibliografia essenziale
John Roberts, Caspian Pipelines, RIIA, London, 1997.
André Dulait & François Thual, La nouvelle Caspienne. Les enjeux post-soviétiques, Ellipses, Paris, 1998.
Edmund Herzig, The New Caucasus. Armenia, Azerbaijan and Georgia, RIIA, London, 1999.
Lutz Kleveman, The New Great Game. Blood and Oil in Central Asia, Atlantic, 2003.
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