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(Pubblicato su: Guerre&Pace, n. 100, giugno 2003)
Asia centrale. Divide et impera.
di Giampaolo R. Capisani
La CSI: da una geometria variabile a una frattura insanabile.
Sono trascorsi quasi dodici anni da quel dicembre 1991 durante il quale in due successive tappe (l’8 a Minsk e il 21 ad Alma Ata) si metteva fine all’Unione Sovietica “come entità di diritto internazionale” e si costituiva la Confederazione degli Stati Indipendenti. Negli anni successivi, si andranno però confrontando due diverse concezioni della CSI: chi come l’Ucraina riteneva tale unione come una mera “struttura di mediazione” della suddivisione dell’eredità sovietica, cioè del debito estero, delle flotte aeree e navali (sia mercantili che militari), delle ambasciate, etc. e chi invece considerava la CSI come il presupposto di un “mercato comune” dello spazio ex-sovietico (possibilmente esteso al campo della difesa) con strutture decisonali collettive, ma comunque incentrata su Mosca.
Nel corso del decennio 1992-2002 lo spazio post-sovietico è apparso sottoposto a influenze multiple e contraddittorie: i numerosi progetti d’integrazione cui si è cercato di dare vita, sono stati contrastati sia dall’ascesa delle nuove “sovranità nazionali” e sia dall’intervento di attori esterni. A fronte di una proliferazione di accordi di carattere economico e militare, tutti supportati da un’attività costante (decine di comitati e una pletora di commissioni che gestiscono le clausole minori nei campi più svariati) la CSI non è riuscita a concretizzare un proprio potere effettivo. Sarà in questo contesto sufficiente ricordare, che nessuno degli accordi sopra citati verrà ratificato da tutti i paesi ex-sovietici; tra quelli a carattere economico ad esempio, l’Accordo di Unione Economica (siglato il 24 settembre 1993) vedeva la defezione di Moldavia, Ucraina e Turkmenistan; dall’Unione Doganale intra-CSI (del gennaio 1996) si autoescluderanno oltre ai tre paesi sopracitati, anche Georgia, Azerbaigian e Uzbekistan. Infine la Comunità Economica Euro Asiatica (dell’ottobre 2000) che nel febbraio 2002 diventerà l’Organizzazione della Cooperazione Centro Asiatica (Caco) sancirà definitivamente la frattura esistente nella CSI, poiché vi aderiranno solo le altre sei repubbliche ex-sovietiche non richiamate precedentemente: Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizstan e Tagikistan. Identica sarà la parabola descritta dagli accordi di carattere militare: al Trattato di Sicurezza Collettiva (del 15 marzo 1992) non aderiranno Moldavia, Ucraina, Turkmenistan, ma dal 2000 Azerbaigian, Georgia e Uzbekistan si rifiuteranno di rinnovare la propria adesione; infine il Trattato di Difesa Comune delle Frontiere Esterne della CSI (del 26 maggio 1995) annovera tra i suoi aderenti, dopo che la Georgia che vi aveva aderito ha denunciato l’accordo, le stesse sei repubbliche del Trattato Caco.
GUAM contro gruppo di Shangai.
Fino alla metà degli anni Novanta i summit della CSI erano considerati solo occasioni per incontri giudicati utili dai singoli stati “neoindipendenti” per diversificare i propri orientamenti di cooperazione. Per contro la mancata adesione agli accordi proposti dalla CSI, rappresenta l’indice più genuino della volontà di alcune capitali ex-sovietiche di edificare delle politiche alternative all’influenza russa; in questo senso sono da interpretare anche la partecipazione delle stesse capitali alla creazione di nuove organizzazioni supranazionali come il Patto di Cooperazione Economica del Mar Nero o l’adesione ad altre istanze d’importanza effimera, quali il Consiglio Baltico o l’Organizzazione della Cooperazione Economica.
Sta di fatto che durante la seconda metà degli anni ’90, si rende ormai manifesta in seno alla CSI la profonda frattura tra i due orientamenti che ormai si fronteggiano aspramente. Dopo un alacre attività della diplomazia statunitense, che coordina allo scopo le riunioni della Nato e dell’OCSE (non OCDE, ma l’ex-CSCE) si riesce a federare un fronte di stati ex-sovietici antagonisti a Mosca; il 13 ottobre 1997 viene pertanto ufficializzata a Strasburgo (?) la nascita del GUAM, acronimo derivante dalle iniziali degli aderenti: Georgia, Ucraina, Azerbaigian, Moldavia, a cui nel 1999 si aggiungerà l’Uzbekistan. Con l’impulso occidentale o forse imperiale, si offrirà una consacrazione all’ostilità che questi stati nutrono nei confronti di Mosca, di cui denunciano il ruolo ambiguo nei conflittti e/o secessionismi nei propri territori: Abkhazia, Ossezia meridionale, Crimea, Nagorno-Karabakh, Trasnistria; inoltre essi rimproverano al Cremlino di approfittare della loro dipendenza energetica per indebolirne la sovranità. Obiettivo del GUAM sarà quello di avviare un percorso di autonomia dalla tutela russa, inizialmente fondato sui trasporti, sull’approvigionamento energetico e sulla sicurezza territoriale. Su quest’ultimo aspetto essi rifiutano perentoriamente la presenza di guardie di frontiera russe e intendono invece affidarsi alla Nato, se non addirittura agli Stati Uniti. Il processo trova un nuovo propellente con l’11 settembre 2001 e con la guerra in Afghanistan, quando nel nome della “guerra contro il terrorismo” Washington riesce ad intervenire in Georgia e ad installare due basi militari in Kirghizstan e in Uzbekistan. Tenuto conto di questa nuova realtà, Tashkent decide nel 2002 di uscire dal GUAM ritenendolo superato e preferendo i rapporti bilaterali con Washington.
A fronte di questa iniziativa, un secondo gruppo di paesi si impegna invece in una cooperazione rafforzata con Mosca. Attorno all’Unione Russia-Bielorussia e alle pressioni dell’Armenia per il rinnovo del TSC del 1992, si svilupperà l’iniziativa che porterà alla formazione del Gruppo di Shangai, cioè quell’alleanza militare nata nel 1996 e il cui nome per esteso è: “Organizzazione per la Sicurezza Collettiva e la lotta contro il terrorismo islamista” cui hanno aderito Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizstan, Tagikistan e Uzbekistan (paese questo del quale, anche per i motivi già richiamati si dà per imminente l’uscita). Fin dal 1992 tra Mosca e Pechino erano stati avviati degli incontri, che avevano consolidato i rapporti tra i due paesi, una specie di entente cordiale che ha toccato il suo apice nel 1999 durante la guerra in Kosovo: esautoramento delle istanze e del potere di veto dei due paesi all’ONU; interventismo “umanitario” (sic!) della Nato; bombardamento “erroneo” (doppio sic!) dell’ambasciata cinese a Belgrado! In questa nuova realtà, che sottende la fornitura alla Cina di sistemi di armamento russi, si sono ottenuti risultati che hanno risolto svariate vertenze di confine tra Kazakistan, Kirghizstan, Russia e la Cina, paese che non ha mai riconosciuto alcuni confini, ritenendoli estorti con dei “trattati ineguali”, cioè accordi risalenti al periodo in cui in Cina non esisteva un’autorità politica legittimata a concluderli. Quando alla fine del 2000, Vladimir Putin giunge al potere incalzato dalle istituzioni occidentali, giudica imprescindibile questo “orientamento strategico asiatico” della CSI e della Russia e si adopera affinché la “partnership strategica” con Pechino, divenga una priorità assoluta per Mosca, una logica militare e politica confermata da quella commerciale ed economica forse ancor più stringente. Nel luglio 2001 si arriva così alla firma tra i due paesi di un “accordo ventennale di cooperazione”, che sebbene determinante sul piano dell’armamento e dell’energia nucleare, si caratterizza per l’impegno della Russia di fornire ingenti quantità d’idrocarburi alla Cina, attraverso due pipelines (uno per il gas e uno per il greggio) che dal Grande Nord siberiano, giungeranno fino al territorio cinese. L’inizio dei lavori viene dato per imminente. Tra passato e tentazione imperiale: l’Asia centrale oggi.
Dopo dodici anni d’indipendenza i paesi dell’Asia centrale e del Caucaso ex-sovietico (si vedano a proposito anche i miei: “Asia centrale: indipendenza anno 6°”, Guerre & Pace, n. 45 e “Dal Caucaso all’Asia centrale” Guerre & Pace, n. 92) si sono oggi polarizzati in due raggruppamenti principali: quelli che hanno privilegiato la continuità con il passato sovietico, la prossimità con la Russia e il proprio carattere asiatico e quelli che risultano arruolati dal progetto e dai mezzi messi in campo dall’Impero. Con questo termine intendiamo l’effetto combinato: dell’imposizione dei principi del neoliberismo di World Bank, BERD e FMI; delle iniziative per la “partnership per la pace” della Nato; degli effetti dei contratti delle multinazionali del petrolio, delle istituzioni come l’OCSE o ancora della necessità dell’apertura commerciale e dei trasporti condotta dalla Comunità Europea con i progetti TRACECA e INOGATE (per un approfondimento su di essi vedi la mia relazione: “Au sud de la Russie: quelques considérations géo-economiques à propos des Pays d’Asie centrale et du Caucase”, Atti del VI° Seminario ESCAS: “Central Asia: a Decade of Reforms, Centuries of Memories”, Venezia, 8-10 ottobre 1998, in corso di pubblicazione presso Olschki Editore, Firenze). Considerare gli Stati Uniti come unico responsabile di ciò che è accaduto in questa parte del mondo, sarebbe ingenuo e politicamente miope; talvolta è più veloce usare termini che devono però essere sempre integrati dalla precisazione fatta sopra.
Tra i cinque stati asiatici ex-sovietici l’Uzbekistan è divenuto il partner privilegiato dell’Impero nel periodo precedente l’intervento in Afghanistan, ricevendo in cambio 160 milioni di dollari dagli Stati Uniti (su questo punto vedi anche: “Uzbekistan a stelle e strisce”, Guerre & Pace, n. 86). Poco tempo dopo essersi fatto prolungare con un referendum il suo mandato presidenziale fino al 2007, il presidente Islam Karimov si recava a Washington per firmare una “dichiarazione di partenariato strategico”. Durante l’estate 2002 mentre il Segretario di Stato Colin Powell leggeva un rapporto al Congresso sui “sostanziali progressi” nel campo dei diritti umani realizzati dal nuovo alleato uzbeko, quattro militanti di un organizzazione di difesa dei diritti umani, venivano pesantemente condannati per avere reso pubblici i dati riguardanti il centinaio di condanne a morte eseguite annualmente nel paese.
Tra i paesi più distanziati da Mosca, ma che restano periferici e come dimenticati dal “Grande Gioco” politico regionale troviamo il Turkmenistan, nel cui sottosuolo si trovano le quinte riserve mondiali di gas naturale; Ashgabat però non dispone delle strutture per farlo giungere ai principali mercati di consumo e quindi il suo gas viene esportato nei paesi confinanti: Russia, Turchia, Iran, Ucraina, ma questo handicap fa capire anche il motivo per cui il Turkmenbashi (il presidente Saparmurad Niazov, campione mondiale di “culto della personalità”) si era a suo tempo associato alla californiana Unocal per il famoso progetto di gasdotto che avrebbe dovuto attraversare l’Afghanistan dei taliban. Il 16 settembre 2002 quel progetto è stato rispolverato dai rappresentanti di questi tre paesi, riunitisi a Kabul: il gasdotto (lungo 1.500 km) dai campi turkmeni di Dauletabad-Donmez, dovrebbe attraversare l’Afghanistan e arrivare alla città pakistana di Multan. Tra i paesi con un atteggiamento apparentemente contraddittorio troviamo il Kirghizstan, che poco prima della campagna in Afghanistan, ha concesso a Francia e Stati Uniti la base aerea di Manas (circa mille soldati e un paio di dozzine tra aerei e droni da guerra, oltre a diversi mirages francese). Il montante degli “aiuti” versati a Bishkek non è mai stato reso noto, poiché con tutta probabilità si è trattato solo di uno “sconto” sul pesante debito che il paese deve al FMI, al punto che certi analisti ritengono che la sovranità del governo kirghiso si riduca ormai a ben poca cosa. Si pensi che l’indebitamento di questi paesi è tale da avere ridotto il tenore di vita della popolazione ad un livello inferiore a quello del periodo sovietico. Infine tra i paesi che hanno preso posizione per il gruppo di Shangai troviamo il Tagikistan e il Kazakistan; quest’ultimo grazie al fatto di detenere i 2/3 delle risorse energetiche del Caspio, risulta essere nel periodo (1989-2000) il primo paese ex-sovietico per Investimenti Diretti all’Estero (Ide) pro-capite: pari a 571 dollari, contro gli 85 della Russia e i 23 del Tagikistan. L’estrazione petrolifera kazaka è passata da 20 milioni di tonnellate nel 1995 a 45 milioni nel 2002, ma si stima che nel 2010, con il giacimento di Kashagan che entrerà in produzione dal 2008 e quello di Tengiz, la capacità estrattiva kazaka raggiungerà i 100 milioni di tonnellate annue.
Per ciò che riguarda il Tagikistan, malgrado la linea di confine (oltre 1.300 km) che condivide con l’Afghanistan esso non ha tratto alcun beneficio dall’evoluzione della situazione, fatto sorprendente se si considera che esso era la retrovia che garantiva i rifornimenti ai mudjahiddin di Massud contro i taliban. Annunciato ma sempre rimandato, l’arrivo dei soldati statunitensi nella base di Kuliab è alla fine sfumato. La visita di Kofi Annan (22 ottobre 2002) è stata l’occasione per il presidente tagiko Imamali Rakmanov, per invocare l’aiuto dell’ONU nella sollecitazione dei fondi promessi per la ricostruzione della guerra civile (1992-1995) e per ricordare l’impegno del suo paese contro il traffico di droga: il 65% degli stupefacenti messi sotto sequestro nel territorio ex-sovietico (3 tonnellate su 4,3 nel 2001) sono stati sequestrati in Tagikistan.
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