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(Pubblicato su: Guerre&Pace, n. 108, aprile 2004)
Crogiolo a stelle e strisce.
di Giampaolo R. Capisani
“Volpe bianca” sul viale del tramonto.
La sera del 23 novembre 2003, l’ex-leader della diplomazia sovietica della perestroïka, Eduard Ambrosievitch Shevardnadze (popolarmente detto “Volpe bianca”) rassegnava le dimissioni dalla Presidenza della Repubblica Georgiana, mettendo definitivamente fine alla sua lunga carriera politica. Era l’atto finale di una sorta di rivoluzione pacifica, enfaticamente ribattezzata dalla stampa anglofona: “rivoluzione delle rose”, sopravvenuta circa undici anni dopo la sanguinosa guerra civile, che provocò la caduta (e la misteriosa morte in Cecenia) del precedente capo di stato, Zviad Gamsakhurdia: il primo Presidente della Georgia indipendente. I poteri venivano assunti ad interim da Nino Burdjanadze (in georgiano, Nino è un nome femminile) una giurista quarantenne insediata alla Presidenza del Parlamento nel 1999, proprio da Shevardnadze e da questi considerata come una fedelissima, in quanto figlia di Anzor Burdjanadze, ricco proprietario di panetterie, suo grande amico d’infanzia, nonché testimone di nozze. Nel corso del 2001 in effetti, a varie riprese durante grandi manifestazioni popolari che invocavano le dimissioni dell’anziano presidente (75 anni) la Burdjanadze ebbe modo di mostrarsi solidale con quest’ultimo, ma in questa nuova occasione le cose sono andate diversamente: in brevissimo tempo, senza tentennamenti, la compassata Burdjanadze indiceva nuove elezioni, fissandole le presidenziali per il 4 gennaio 2004 e le politiche per il 28 marzo.
Il “Dopo-Shevardnadze”.
Tra le tre “personalità forti” espresse dall’opposizione georgiana, oltre a Nino Burdjanadze e Zurab Jvania (anche lui quarantenne, che ha ricoperto la stessa carica politica della prima fino al 1999) la figura emergente è senza dubbio quella di Mikhaïl Saakashvili, che vincendo le elezioni di gennaio (in qualità di “candidato unico” dell’opposizione) è divenuto il nuovo Presidente della Georgia. Si badi bene: si tratta di personalità, che hanno tutte un passato comune con Shevardnadze e che da diversi mesi hanno invece cercato d’incarnare un’immagine moderna, giovane e “riformatrice”. Conoscitori delle tecniche di comunicazione di massa, sono tutti apertamente filo-occidentali. “Misha” ad esempio, è stato sindaco di Tbilissi ed ex-Ministro della Giustizia, ruoli istituzionali dai quali ha condotto grandi, generiche quanto populistiche campagne contro “la corruzione”. Questo giovane avvocato di 35 anni (a quanto parrebbe, il più giovane capo di stato del mondo) ha perfezionato i suoi studi alla Columbia University di New York e, lasciati gli incarichi politici, ha poi fondato un proprio partito nel ruolo di leader: il “Movimento Nazionale”. Pur non riuscendo ad egemonizzarli, “Misha” ha dimostrato inoltre, una certa abilità nell’ottenere il consenso di una serie di segmenti sociali e di personaggi che potremmo semplicisticamente definire come i “delusi” da Shevardnadze, tra i quali spicca però un consistente numero di ex-“zviadisti” (da Zviad Gamsakurdia) vale a dire soggettività politiche ultranazionaliste. Costoro, nel corso dell’ultimo decennio, privi di una rappresentanza politica comune (tentata e fallita nel 1995) hanno dato vita ad effimere guerriglie, a rapimenti, oppure sono rimasti latenti e accomunati unicamente dall’odio viscerale nei confronti di Shevardnadze. Le loro accuse ricorrenti nei suoi confronti, sono quelle “di avere svenduto l’Abkhazia ai russi” e di “avere tradito il paese”, considerandolo “l’unico responsabile della disfatta militare georgiana dell’autunno 1993”.
Una sovranità limitata, ma comunque trasferibile.
La sconfitta del 1993, portò alla secessione (e poi all’autoproclamazione dell’indipendenza) della “Repubblica Autonoma” Abkhaza dalla Republika Sakartvelos (Georgiana). Ancora oggi la linea di confine, cioè il fiume Inguri, viene presidiata da soldati della CSI (tutti però di nazionalità russa) e dagli osservatori ONU della missione Monug. Il conflitto abkhazo (oltre 3.000 vittime e 200.000 profughi civili) è stato in assoluto quello più opaco e confuso di tutto lo spazio ex-sovietico: basterà dire che vi ritroviamo i separatisti abkhazi insieme ai guerriglieri ceceni di Dudaïev che, sostenuti entrambi dall’Armata Rossa, combattono contro l’esercito georgiano! Ma l’intera vicenda rimanda più in generale alla complessità della geopolitica georgiana, nella quale una considerevole porzione del paese sfugge al potere centrale; la sovranità di Tbilissi, non si estende effettivamente che sul 65% del territorio, poiché anche la “Regione Autonoma” dell’Ossezia meridionale ha proclamato la sua indipendenza nel 1994. Abkhazia e Ossezia sono da tempo sedotte dall’idea dell’annessione alla Russia confinante e vi prosperano “economie grigie” fondate solo sul contrabbando (auto straniere, alcoolici, sigarette, armi, carburanti). Viaggiatori riferiscono che Sokhumi e soprattutto Tskinvali (i due capoluoghi regionali) sono dei giganteschi duty free. Come se non bastasse, anche la “Repubblica Autonoma” dell’Adjaria (nel sud-ovest del paese) è indipendente. Se non politicamente essa lo è economicamente e de facto, visto che non ha mai versato al budget nazionale, i proventi degli scambi doganali con la Turchia e del porto di Batumi. L’Adjaria è autoritariamente governata da Aslan Abashidze (una specie di satrapo regionale) e amministrata da esponenti del clan della moglie (i Gogitidze). In Javakhezia poi, regione popolata da una forte minoranza armena il lari (la moneta georgiana) non ha corso, perché gli viene preferito il rublo russo o il dram (la moneta armena). Infine la situazione economica è drammatica: oltre il 54% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e gli abitanti di Tbilissi si sono ormai disabituati ad utilizzare metropolitane e ascensori, per via dei numerosi black-out elettrici quotidiani. Tutto questo a dispetto degli oltre 1,3 miliardi di dollari di aiuti forniti da Washington e della grande condiscendenza usata dal FMI con lo stato georgiano nelle tranches di prestiti non onorati.
Gli steps della “occidentalizzazione”.
Oggi, guardando indietro alla storia recente, s’intravedono le tappe della “occidentalizzazione” della Georgia: a) 1993 - il lancio da parte dell’Unione Europea, su impulso del FMI e dei suoi dogmi sull’“apertura economica e commerciale” di un “Corridoio Eurasiano” (la “Nuova Via della Seta”) con cui spezzare il monopolio russo sui grandi assi di esportazione; approvazione dei progetti: Traceca (Transport Corridor Europe-Caucasus-Asia, sulle infrastrutture ferroviarie, stradali e portuali); Inogate (per ciò che riguarda i pipelines, cioé oleodotti e gasdotti) e SRAR (Southern Ring Air Route, sulla creazione di nuovi corridoi aerei).(1) b) 1997 - costituzione su proposta dell’OCSE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, ex CSCE) di alcune ex-repubbliche sovietiche in polemica con la CSI e soprattutto con Mosca, in un organismo denominato GUAM (acronimo da: Georgia, Ucraina, Azerbaijan, Moldova).(2) c) 2002 - insediamento (in Georgia, ma non solo) di un dispositivo militare forte di oltre 200 tra consiglieri e istruttori per l’esercito locale.(3) Nella primavera del 2003 il Parlamento georgiano ha ratificato i termini di un partenariato militare più stringente con Washington, in base al quale i soldati statunitensi saranno dispensati dalle formalità consolari per entrare o uscire dal paese. Ma dato questo quadro, cosa può spiegare la determinazione per non dire l’accanimento, con il quale le diverse amministrazioni succedutesi a Washington, hanno cercato d’inglobare nella propria sfera d’influenza la Georgia? Anzitutto il ruolo-chiave strategico che il paese riveste nella regione, ma in secondo luogo “il problema” è quello della realizzazione dell’oleodotto BTC (Baku-Tbilissi-Ceyan) che collega il Caspio al terminale turco e mediterraneo di Ceyan. Dell’aspetto energetico, del BTC e della sua centralità nella “crisi georgiana” ci occuperemo in futuro in altra sede.
L’ombra di George Soros.
Nella sua irresistibile ascesa politica, Saakashvili é riuscito ad incrociare il suo percorso con quello della movimento studentesco “Kmara” (in georgiano Kmara significa “Basta” ) una mouvance che si autodefinisce “nata nelle università, per protestare contro gli arcaismi e la corruzione” (4). Il suo simbolo (un pugno bianco in campo nero) è identico, cioé direttamente mutuato, dall’organizzazione studentesca serba “Otpor”, che nell’ottobre del 2000 risultò determinante nella caduta di Milosevic; lo stesso simbolo tuttavia, comparve anche nelle piazze di Bratislava (in quel caso il bersaglio era Vladimir Meciar) e nei cortei di Zagabria (contro Franjo Tudjman). Non sarà però peregrino a questo punto, sottolineare che sia “Otpor” quanto “Kmara”, hanno entrambi beneficiato di un sostanzioso sostegno da parte del finanziere americano George Soros e della sua “Open Society”, che ha fornito loro i mezzi per dotarsi di giornali e media di grande impatto: come Radio B-92 a Belgrado e il canale televisivo Rustavi 2 a Tbilissi. Le cronache riferiscono poi, che già in estate “Kmara”, si era posta alla testa di un movimento di protesta, contro la cessione della rete elettrica nazioanle al monopolio russo UES, giudicandolo come una minaccia alla sovranità del paese e accusando Shevardnadze di non esservisi opposto con sufficiente determinazione. È un vero peccato che “Kmara” abbia trascurato il dettaglio che la società di distribuzione georgiana fosse fino a quel momento detenuta da una società privata statunitense! In sintesi, senza sopravvalutare il ruolo di “Kmara” nella crisi georgiana, va nel contempo ad essa riconosciuto il fatto di essere stato un’elemento trainante della “transizione”, grazie alla sua colorita vivacità e alla sua carica ironica; un attivismo cui non sembra tuttavia estranea un’indicazione di fondo data dallo stesso George Soros, che nell’inverno 2002 durante un convegno all’Università Centro-Europea di Budapest (il quartier generale dell’“Open Society”) dichiarava “di ritenere il Presidente georgiano spacciato” (in inglese: burned out).
1918-2003: YES, SIR!
Washington in effetti, considerando che nel 2005 sarebbe scaduto il secondo mandato presidenziale di Eduard Shevardnadze e che, in base alla costituzione georgiana, quest’ultimo avrebbe dovuto uscire di scena, aveva discretamente iniziato a sostenere l’opposizione, cercando di preparare il terreno per un trasferimento dei poteri “morbido” a Tbilissi. Nei piani di Washington l’importanza strategica della Georgia è stata ribadita a più riprese, fondamentale pertanto che il migliore alleato degli Stati Uniti nella regione avesse un “amico”, come primo presidente del “Dopo-Shevardnadze”. Tuttavia, nello spirito di una “continuità senza rottura”, nei giorni precedenti le elezioni legislative del 2 novembre, numerose personalità statunitensi si erano recate in Georgia per dimostrare il proprio sostegno a Shevardnadze e al suo partito: dall’ex-segretario di Stato James Baker al senatore John McCain, dal generale John Shalikashvili ell’ex-consigliere di Clinton, Strobe Talbott…Dopo la consultazione elettorale però, gli avvenimenti subivano una accellerazione brutale: gli osservatori dell’OCSE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) denunciavano gravi brogli elettorali… Attenzione però! Gli osservatori OCSE hanno denunciato gravi brogli elettorali in tutte le elezioni tenutesi nella regione caucasica nel 2003: Armenia, Azerbaijan, Ossezia meridionale e Cecenia. Ad esclusione di quest’ultimo paese, che rappresenta ovviamente un caso particolare, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha tuttavia fatto proprio solo il “caso georgiano”, denunciando anch’esso dalla metà di novembre “massiccie frodi elettorali”. Mentre le manifestazioni di piazza si moltiplicavano, un conteggio parallelo dei voti, indipendente, ma finanziato da fondazioni statunitensi, dava come vincente l’opposizione e “Misha” Saakashvili. (Se il calcolo politico di Washington di puntare su Saakashvili, si rivelerà giusto o piuttosto tragico, ce lo diranno solo gli anni a venire, visto che nel momento in cui scriviamo, in vista delle elezioni del 28 marzo 2004 la tensione cresce in Adjaria, nuovo bersaglio scelto dall’attivismo di “Kmara” con una sua emanazione denominata “Nostra Adjaria”). A questo punto, dati questi segnali a Shevardnadze non restava altro che trattare una resa onorevole; si vocifera che all’ambasciatore americano a Tbilissi, Richard Miles, a Colin Powell e Igor Ivanov, “Volpe bianca” abbia chiesto una legge sull’immunità personale per sé e per la sua famiglia, come quella concessa a Boris Eltsin nel 1999. Non verrà accontentato, ma incamminandosi, forse… chissà… guardando dalle finestre del Parlamento che danno sull’Avenue Rustaveli, avrà pensato a ciò che vi accadeva 85 anni prima, quando il 22 novembre 1918 vi risuonavano i suoni secchi degli ordini in lingua inglese degli ufficiali dei reparti militari britannici, che stavano occupando la città (allora chiamata Tiflis) per difenderla dal bolscevismo… e può darsi che tra sé abbia sussurrato: YES, SIR!
1) Abbiamo esaminato questi progetti in: Giampaolo R. Capisani, “Au sud de la Russie: quelques considérations géo-economiques à propos des Pays d’Asie centrale et du Caucase” in: Giampiero Bellingieri e Giovanni Pedrini (a cura di), Central Asia. A Decade of Reforms, Centuries of Memories, collana Orientalia Venetiana XV, (pp. 183-191), Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2003.
2) Ci siamo già occupati del GUAM in: Giampaolo R. Capisani, “PetrolCHINA”, in: Global Magazine, anno I°, n. 3, (pp. 82-86), giugno 2003 e “Asia centrale. Divide et Impera”, in: Guerre & Pace, anno XI°, n. 100, (pp. 37-38), giugno 2003.
3) Sulla presenza militare statunitense in Georgia si veda: Giampaolo R. Capisani, “Dal Caucaso all’Asia Centrale”, in: Guerre & Pace, anno X°, n. 92, (pp. 13-15), settembre 2002.
4) Si veda il sito: www.kmara.ge.
Fonti cronachistiche tratte dai quotidiani: Le Monde, Libération, The Guardian, The Times, El Pais.
Fonti di approfondimento: Jean Radvanyi, “La Georgie aux prises avec ses archaïsmes”, Le Monde Diplomatique, gennaio 1996 e Mohammad Reza Djalili (a cura di), Le Caucase post-soviétique: la transition dans le conflit, Bruylant-LGDJ, Bruxelles-Paris, 1995.
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