15 novembre 2002

 

 

Oggetto: Note preliminari relative allo Studio di Impatto Ambientale del progetto di Centrale termoelettrica a ciclo combinato di Bentivoglio (BO) proposta dalla società Mirant Techint

 

 

Le presenti note intendono contribuire alla valutazione dei rischi per la salute e per l'ambiente, da parte delle popolazioni interessate, insiti nella proposta di realizzazione di una centrale termoelettrica a ciclo combinato a gas metano della potenzialità di 753,4 MW elettrici netti che le società Mirant Techint intendono realizzare a Bentivoglio (BO). In particolare si farà riferimento allo Studio di impatto ambientale ed ai relativi allegati, redatto dalla società 3E Ingegneria Srl, datato giugno  2002.

Le stesse costituiscono osservazioni al SIA suddetto ai sensi del DPCM 27.12.1988. 

 

 

  1. Quadro di riferimento programmatico e progettuale

 

Un primo cenno occorre svolgerlo relativamente al “profilo del proponente” ovvero alle due società Mirant Italia / Gruppo Mirant e Gruppo Techint.

Nel capitolo 1.1.2 viene offerta una sintetica panoramica delle attività delle due società. In considerazione  che nel SIA si sottolineano le scelte di tutela ambientale che sarebbero state svolte per ridurre l’impatto della centrale in progetto corre l’obbligo ricordare che entrambe le società non possono essere annoverate tra quelle con una particolare attenzione agli aspetti ambientali.

La Southern  Company oltre ad essere una delle società “responsabili” del black out elettrico della California nel corso del 2000, è tra le tre società USA (assieme alla American Electric Power e la Tennessee Valley Authority), nel gruppo delle 100 società esaminate dal Ceres, una società di studi americana, che producono in assoluto le maggiori quantità di emissioni.

 

La Techint, assieme all’Agip, partecipa alla realizzazione dell’ “Oleducto Crudos Pesados” (OCP), si tratta di un oleodotto lungo 500 km di petrolio greggio in costruzione in Equador ad altissimo impatto ambientale in quanto attraversa praticamente tutte le diverse aree naturali del paese comprese 11 aree protette  e la foresta tropicale. Di fronte alle proteste degli indigeni, degli ambientalisti locali e internazionali (italiani compresi) le istituzioni locali hanno sempre risposto con la repressione, l’incarceramento e l’espulsione in caso di attivisti stranieri (recentemente di un italiano).

 

Per quanto concerne le motivazioni del progetto, principalmente, le società  proponenti fanno riferimento al "nuovo scenario energetico nazionale" costituito sostanzialmente dal processo  in corso di liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, dal raggiungimento degli obiettivi del protocollo di Kyoto in termini di riduzione delle emissioni dei "gas serra", dalla riduzione delle emissioni degli ossidi di azoto e dall'annullamento di quelle degli ossidi di zolfo e delle polveri, dalla sicurezza del sistema elettrico nazionale.

L'impianto si inserirebbe in tale prospettiva in virtù della tecnologia del ciclo combinato a gas naturale che comporta una riduzione - a parità di kwh prodotto - rispetto ad altre tecnologie impiegate nelle centrali termoelettriche, emissioni "di ossidi di zolfo e polveri … nulle". Inoltre l'ubicazione prescelta oltre alla prossimità della linea elettrica di trasmissione e di un gasdotto con caratteristiche idonee sarebbe altresì dovuta in relazione al deficit produttivo locale, della regione Emilia Romagna e della provincia di Bologna, la prossimità con il "polo industriale" bolognese e modenese, "l'opportunità di incrementare l'occupazione industriale della zona", la "convenienza per le industrie presenti nell'area e per quelle di futuro insediamento di stipulare contratti di fornitura a costi inferiori a quelli attuali" e "la localizzazione in un'area industrialmente poco congestionata ed a maggiore 'ricettività ambientale' ".

 

Viene inoltre affermato che tra le diverse localizzazioni quelle in provincia di Bologna e l'area di Bentivoglio sarebbero quelle "risultate più idonee ad ospitare la centrale in progetto".

 

A questo punto si passano in rassegna le diverse norme e atti di pianificazione nazionale e locale per poi concludere in merito al rapporto tra queste e il progetto.

 

Seguiamo, per comodità espositiva, le conclusioni (capitolo 2.9 del SIA).

 

-          Pianificazione energetica. Gli obiettivi di programmazione energetica europea costituiti dall'aumento dell'efficienza energetica, dalla riduzione dell'immissione di gas serra e dalla riduzione delle emissioni inquinanti, sarebbero "pienamente soddisfatte dalla scelta dl tipo di centrale e del tipo di combustibile che consentono il massimo rendimento e il minimo delle emissioni di CO2 conseguibili nella generazione dell'elettricità da combustibili fossili, l'annullamento delle emissioni di SO2 e delle polveri e una notevole riduzione delle emissioni di NOx" (p. 58 del SIA).

 

In particolare si pone l’accento sull’effetto positivo che la realizzazione della centrale avrebbe in termini di produzione di “gas serra”, senza evidenziare le criticità dei rapporti tra il progetto stesso – e la cornice nel quale si inquadra – e questa problematica.

Qui ci limitiamo a evidenziare il contrasto tra tali affermazione e l’assoluto silenzio – in termini di assenza di valutazioni in merito – in merito proprio alle emissioni di gas serra (anidride carbonica) prodotte dalla centrale, se non in termini di generico confronto con gli impianti esistenti, nonostante che la valutazione delle emissioni di gas serra sia esplicitamente richiesta dalla normativa (DPR  348/99), su cui torneremo, e il fatto pacifico che la centrale rappresenta un incremento in termini assoluti di emissioni di anidride carbonica (e degli altri inquinanti) nell'area interessata.

Inoltre va sottolineato che non esiste alcuna correlazione tra la realizzazione di nuove centrali termoelettriche a ciclo combinato con la dismissione di impianti esistenti se non - potenzialmente - in termini economici.

Ovviamente i gestori di questi impianti (l'ENEL e le GENCO oramai completamente cedute dall'ENEL) non intendono in alcun modo dismettere centrali "obsolete" ma semmai intervenire sui cicli di produzione di energia sia incrementando i rendimenti (con cicli combinati) sia modificando il combustibile (con un passaggio tendenziale al carbone, di minore costo rispetto al gas naturale) per sopperire ai maggiori costi e rimanere concorrenziali.

 

La delibera CIPE 19.11.1998 (in fase di revisione) indica tra le azioni per conseguire per il raggiungimento degli impegni nazionali di riduzione dell’emissione di gas serra, anche l’aumento di efficienza del sistema elettrico rimandando al Ministero dell’industria l’individuazione di “criteri e misure per aumentare l’efficienza del parco termoelettrico, a partire dagli impianti di produzione di energia che comportano alti consumi e basse rese” destinati, sempre secondo la delibera CIPE, a un ruolo marginale per effetto della liberalizzazione del settore.

Non si tratta, dunque, di un riconoscimento aprioristico che la realizzazione di nuovi impianti – nel nostro caso  cicli combinati basati sulla tecnologia dei turbogas – di per sè configuri una riduzione delle emissioni  bensì una sottolineatura della necessità di interventi sul parco termoelettrico esistente.

La delibera CIPE anzidetta, attualmente in fase di revisione, ha indicato le modalità di raggiungimento degli obiettivi di riduzione dei “gas serra” in Italia (l’obiettivo e la riduzione del 6,5 % delle emissioni rispetto al  1990 corrispondenti ad una riduzione pari a 100.000.000 di tonn/anno di CO2) illustrate anche nel “Libro bianco per la valorizzazione energetica delle fonti rinnovabili” (aprile 1999) che ha l’obiettivo di individuare gli strumenti e le iniziative atte alla realizzazione degli obiettivi fissati dalla delibera del CIPE 137/98 che per comodità si trascrivono nella tabella 1.

 

Tabella 1. Azioni nazionali per la riduzione delle emissioni di gas serra

 

Azioni

Mt CO2

2002

Mt CO2

2006

Mt CO2

2008-2012

Aumento di efficienza del parco elettrico

4/5

10/12

20/23

Riduzione dei consumi energetici nel settore dei trasporti

4/6

9/11

18/21

Produzione di energia da fonti rinnovabili

4/5

7/9

18/20

Riduzione dei consumi energetici nei settori  industriale/abitativo/terziario

6/7

12/14

24/29

Riduzione delle emissioni nei settori non energetici

2

7/9

15/19

Assorbimento delle emissioni di CO2 dalle foreste

-

-

(0,7)

TOTALE

20/25

45/55

95/112

 

Come si puù vedere La delibera CIPE citata distribuisce i diversi obiettivi parziali su altrettanti settori di intervento, nei quali hanno la preponderanza gli interventi inerenti la riduzione dei consumi energetici.

In questa prospettiva il ruolo del gas naturale quale sostituto di altri combustibili fossili è sicuramente positivo sotto il profilo della riduzione delle emissioni nell’ambito di una “fase intermedia” verso l’applicazione estesa di “fonti rinnovabili” e a basso impatto ambientale (oltrechè delle imprescindibili attuazione delle misure di riduzione dei consumi energetici in tutti i settori). Da tale osservazione non si può però arrivare a definire il gas naturale come un combustibile “pulito” grazie al quale qualunque nuovo impianto che utilizzi tale combustibile sia da considerarsi di per sé un contributo alla riduzione dei “gas serra”.

Sempre in questo contesto non vanno sottaciuti gli scenari alternativi fondati sostanzialmente sul repowering delle centrali esistenti, ed in particolare di quelle immesse sul mercato dalle società ex ENEL, mediante l'uso del gas metano e delle tecnologie di combustione per la produzione di energia elettrica più recenti.

Questa prospettiva è stata valutata in tempi precedenti alla liberalizzazione del mercato elettrico e rappresenta certamente una valida alternativa – anche nell’ambito della liberalizzazione e della riduzione del deficit dal lato dell’offerta di energia elettrica – rispetto alla realizzazione ex novo di un elevato numero di nuove centrali termoelettriche come vedremo più avanti.

Studi effettuati per un utilizzo più efficiente del gas naturale nell’industria italiana introducendo tecnologie avanzate di cogenerazione [1] hanno individuato i seguenti “scenari” volti anche a ridurre l’impatto ambientale della produzione energetica:

a)   ripotenziamento con turbine a gas avanzate delle centrali a vapore cogenerative già operanti a gas naturale;

b)   ripotenziamento con turbine a gas avanzate anche delle centrali cogenerative alimentate a olio combustibile;

c)   sostituzione e applicazione degli utilizzi elettrici a metano nelle centrali termoelettriche esistenti, a basso rendimento.

 

La stima degli effetti di questi scenari ipotizzati sono quelli riportati nella Tabella 2 che  segue, sia in termini di maggiore produzione di energia elettrica che di riduzione di consumo di combustibili tradizionali, di effetto sulle emissioni di gas serra e di altri inquinanti. 

 

Tabella 2. Effetti degli scenari di intervento sugli impianti termoelettrici esistenti

 

Effetti

Scenario A

Scenario B

Scenario C

Maggior consumo di gas, GWh

45.100

154.200

0

Minor consumo di olio combustibile, GWh

0

54.300

12.200

Maggior produzione elettrica, GWh

28.300

64.800

11.300

Minor consumo di olio combustibile per evitata produzione elettrica, GWh

74.500

170.600

29.700

Minor fabbisogno energetico, Mtep

2,53

6,06

3,60

Minori emissioni di anidride carbonica, Mton

11,5

31,6

11,60

Minori emissioni di ossidi di zolfo, Mton

0,128

0,387

0,072

Minori emissioni di ossidi di azoto, Mton

0,041

0,118

0,048

 

Nota: Per la stima delle emissioni si sono adottate le seguenti ipotesi :

per l'anidride carbonica, da composizioni medie di gas naturale e olio combustibile;

per gli ossidi di zolfo, olio BTZ con 1 % di zolfo, zolfo assente nel gas;

per gli ossidi di azoto, turbine a gas 25 ppm vd 15 % di ossigeno, caldaie a gas 3 % di ossigeno, caldaie a olio 300 ppmvd al 3 % di ossigeno.

Fonte: G. Lozza, Politecnico di Milano, "Scenari tecnologicamente avanzati per un utilizzo più efficiente del gas naturale nell'industria italiana", in “Cogenerazione industriale e ambientale”, atti degli incontri presso Expo 2000, Torino, 6 dicembre 1996, Quaderno Comitato Termotecnico Italiano n. 6.

 

 

L'autore dello studio e della tabella riportata conclude che:

 

- in relazione allo scenario a) si otterrebbe di "svincolarci da gran parte delle importazioni di elettricità o di rinunciare alla costruzione di nuove centrali termoelettriche per un ammontare indicativo di oltre 6.000 MW";

 

- in relazione allo scenario b)  si avrebbe un raddoppio della energia elettrica generata dagli impianti cogenerativi potenziati, "gli impianti di cogenerazione industriale produrrebbero circa 8.000 GWh, quasi la metà dell'energia globalmente generata oggi per via termoelettrica in Italia, ENEL compresa";

 

- in relazione allo scenario c) i rendimenti aggiuntivi "libererebbero circa 7.874 Mmc/a" di gas metano "oltre all'intero consumo ipotizzato nello scenario" a) (5.864 Mmc/a); si avrebbe "una generazione elettrica aggiuntiva di circa 11.290 GWh/a ottenuta a parità di consumo globale di gas naturale e con una riduzione significativa dei consumi di olio".

 

In altri termini la via della riduzione del deficit produttivo non è esclusivamente basata sulla realizzazione di nuove centrali termoelettriche ancorchè basate su cicli cogenerativi a metano a minore impatto ambientale ma ha nella riconversione, ripotenziamento e miglioramento dell'efficienza delle centrali esistenti una strada concreta rispettosa degli obiettivi di riduzione dell'emissione di gas serra.

 

Nel caso della confinante regione Lombardia la questione è in fase di discussione nell’ambito della redazione del Piano Energetico Regionale, quest’ultimo a fronte di una necessità produttiva lorda di immissione in rete al 2010 (tenendo conto dei pompaggi e delle perdite) intorno a 63.000 GWh si avrebbe, con a produzione di energia elettrica con impianti regionali stabili al livello dell’anno 2000, un incremento del deficit che arriverebbe fino a circa 24.500 GWh (dai 23.700 GWh del 2000).

Nel 2000, in Lombardia, la produzione di energia da impianti termoelettrici è stata molto inferiore rispetto alla producibilità dei medesimi impianti, le motivazioni della  mancata produzione”– indicate nel PER – sono ricondotte a “motivi commerciali”.

Per ridurre l’importazione di energia al 10 % (obiettivo del PER della Lombardia) occorrebbe una maggiore produzione di energia elettrica immessa in rete pari a circa 18.200 GWh e una produzione totale lorda pari a circa 56.700 GWh.

Tenendo conto dello stato impiantistico e degli interventi in atto sulle centrali esistenti in Lombardia avremmo :

 

- in esito alle iniziative di potenziamento/modifica degli impianti termoelettrici esistenti a combustibili fossili (Tavazzano, Turbigo, Ostiglia, Sermide, Cassano d’Adda, Ponti sul Mincio, Lamarmora/Brescia, altre di dimensioni inferiori) si avrebbe una produzione netta che passerebbe dalla stima del PER, al 31.12.2000, di 28.622 GWh a 43.776 GWh ovvero un incremento di 15.154 GWh. Per raggiungere l’obiettivo complessivo di incremento di 18.200 GWh basterebbero pertanto una produzione locale ulteriore di 3.046 GWh. In altri termini con le iniziative in atto sugli impianti esistenti si coprirebbe l’83 % dell’obiettivo di incremento della produzione di energia. Questo incremento verrebbe raggiunto con potenziamenti nel complesso limitati delle centrali di maggiori dimensioni (da 6.221 MWe netti a 6.631 MWe complessivi) ma soprattutto con incrementi del rendimento di trasformazione (dal 36-39 % al 50-53 %) e con un maggiore utilizzo degli impianti (da circa 3.700 ore/anno a una media di 5.500 ore/anno). Va subito segnalato che quest’ultimo valore di ore annuali utilizzo degli impianti – a fronte della loro ristrutturazione e in particolare le trasformazioni in cicli combinati a gas – appare sottostimato in quanto -  per esempio – tutti i proponenti di nuove centrali “turbogas”, come nel progetto che ci occupa, indicano nei progetti stime di funzionamento degli stessi (per ragioni in primo luogo economiche) di 7.500/8.000 ore anno, tant’è che nel PER si stimano periodi di funzionamento per questa tipologia di nuove centrali proposte a 6.000 ore/anno di utilizzo.

 

Se al risultato conseguibile con gli interventi sulle centrali esistenti si aggiungono le produzioni ottenibili con le tre nuove centrali autorizzate in Lombardia (Sannazzaro de’ Burgundi, Mantova e Voghera – qui non si entra nel merito delle caratteristiche dei singoli impianti e dei relativi impatti ambientali) si avrebbe una ulteriore produzione netta pari a 14.112 MWe.  Complessivamente (interventi su centrali esistenti e queste tre nuove centrali) si avrebbe una produzione aggiuntiva pari a 29.266 GWh, quindi ben oltre l’obiettivo di riduzione al 10 % delle importazioni di energia, per la precisione – tenuto conto che le centrali di Sannazzaro e di Mantova vanno a sostituire impianti esistenti e quindi l’incremento produttivo è parziale- il totale della produzione stimabile con questo insieme di interventi arriverebbe a 57.888 GWh pari al 91,8 % del fabbisogno di immissione in rete totale (che abbiamo indicato in 63.000 GWh), comunque al di sotto del 10 % di dipendenza dall’esterno.

 

Ogni ulteriore centrale proposta e realizzata comporterebbe un surplus di produzione di energia elettrica nella regione Lombardia (nella quale sono state presentate 31 richieste di connessione al GRTN per nuovi impianti “turbogas” nella regione Lombardia ammontano oramai a 31 impianti – di cui circa 17 in fase di VIA - per ben 16.200 MWe di potenza a cui equivarrebbe una produzione aggiuntiva complessiva annua (sempre a 6.000 ore di funzionamento) pari – solo per questi impianti – a 102.600 GWh (a fronte della stima del PER di un fabbisogno totale di 63.000 GWh).

 

La situazione della regione Emilia Romagna non è molto differente, gli estensori del SIA mostrano i grafici del GRTN – anno 2000 - concernenti la regione Emilia Romagna da cui si può ricavare l’esistenza di un parco termoelettrico di 3.688,8 MWe che però ha prodotto solo 11.429 GWh nel 2000 (queste centrali sono state mediamente in funzione per 3.100 ore/anno, per 2/3 del tempo non sono state in produzione).

Va ricordato che dalle analisi riportate nel PER dell’Emilia Romagna risulta che, nel periodo 1990-1999 il sistema energetico regionale ha ridotto le emissioni a effetto serra di circa il 7%, in conseguenza di tre strategie adottate:

1) la progressiva sostituzione di prodotti petroliferi con gas naturale;

2)      il minor utilizzo della potenza termoelettrica da parte di ENEL (in accordo con i limiti imposti dal D. Lgs. N. 79/99);

3)      l’aumento dei risparmi energetici.”

 

Si afferma dunque che una parte del deficit di produzione di energia elettrica, come in regione Lombardia, è frutto di una voluta autoriduzione produttiva da parte dell’ENEL (o meglio, dei limiti di produzione assegnati a questa società dal DLgs 79/99). Nel complesso, in Emilia Romagna, si è verificato un “calo della produzione di energia termoelettrica (da 12.200 GWh nel 1990 a 8.700 GWh nel 1998)”.

 

A fronte di questa situazione (ove sono ampie le possibilità di recupero di producibilità degli impianti esistenti anche in una visione “autarchica” del soddisfacimento del fabbisogno di energia elettrica[2]) le richieste di realizzazione di nuove centrali sono di ben 20 nuovi impianti (compreso quello della Mirant/Techint) per una potenza installata di 10.890 MWe[3] di impianti turbogas con una capacità produttiva (su 8.000 ore/anno) di ben 87.120 GWh.

 

Sempre in relazione al deficit produttivo della regione Emilia Romagna (e dell’Italia in generale) ovvero della differenza tra la quantità di energia elettrica realmente prodotta dal parco delle centrali esistenti  e quella richiesta nei diversi settori sociali va ricordato che la questione è stata recentemente valutata nell’ambito della “Indagine conoscitiva sulla  situazione e sulle prospettive del settore energia” [4] anche con diverse audizioni dei principali attori pubblici e privati interessati alla materia (attività e conclusioni che appaiono sconosciute agli estensori del SIA).

In tale ambito sono emerse valutazioni differenti sulla effettiva necessità (e sul numero) di realizzare nuove centrali termoelettriche, anche in relazione alla copertura attualmente garantita dal parco elettrico nazionale rispetto alla domanda della rete, analizzando la problematica non sotto il profilo della produzione reale di energia elettrica (che è conseguente alle ore di reale funzionamento degli impianti oltrechè alla convenienza stessa di tenerli in produzione rispetto alla disponibilità – e agli impegni contrattuali pluridecennali – di energia dall’estero) ma di quello della potenza disponibile degli impianti.

Secondo il GRTN gli impianti di produzione di elettricità in Italia attualmente hanno una potenza disponibile pari a 76.400 MW[5], mentre la potenza offerta alla punta – nel corso del 2001 – è  stata di 48.700 MW[6], a fronte di una richiesta alla punta pari a 52.000 MW, per il cui soddisfacimento si è dovuto ricorrere ai 6.000 MW di potenza disponibili con i contratti con l’estero. In conclusione il sistema garantirebbe – con le importazioni - solo 2.700 MW di riserva con cui fare fronte ai previsti incrementi di domanda per i prossimi anni.

I rappresentanti dell’ENEL contestano tali dati valutando che “nel 2000 si è riscontrato ancora un valore di riserva prossimo al 25 per cento[7], un dato largamente superiore a quello di gran parte degli altri paesi aperti alla competizione. Riteniamo quindi che  il livello di capacità installata sia sufficiente a garantire la sicurezza del sistema e la continuità del servizio e che, pur considerando l’aumento della richiesta degli ultimi mesi e quella prevista nei prossimi anni, un modesto incremento della capacità sia sufficiente a sostenere la domanda elettrica del paese per i prossimi anni” [8] , lamentando inoltre che “Già oggi le nostre centrali vengono utilizzate in misura largamente inferiore alla loro potenzialità”, a causa dei meccanismi di incentivazione (CIP 6/92) che danno precedenza al dispacciamento dell’energia prodotta da tali impianti. I rappresentanti dell’ENEL, sempre in tale audizione, evidenziavano che “Analizzando i dati dell’ultimo decennio, è evidente come, a fronte della crescita di produzione di operatori terzi incentivati, corrisponda un progressivo decremento delle ore di funzionamento degli impianti ENEL”. Si tratta della posizione di uno degli attori che ha degli interessi da difendere; va segnalato però che quanto evidenziato dall’ENEL viene indirettamente confermato dai altri attori –Commissione parlamentare compresa anche se poi tale richiesta non è stata inserita nel decreto “Marzano” converito con la Legge 55/2002 – quando richiedono che l’ENEL sia obbligata a immettere sul mercato ulteriori centrali, in quanto avrebbe tuttora una posizione dominante; in altri termini sarebbe da modificare l’obbligo del DLgs 79/99 che disponeva all’ENEL di non possedere più del 50 % di produzione[9] di energia elettrica modificandola nel senso di prevedere un tetto non riferito alla produzione ma alla capacità produttiva (nello specifico l’ENEL dovrebbe vendere centrali per ulteriori 6.000 MW di capacità produttiva).

Inoltre, altri contributi alla discussione fanno rilevare che la situazione di “rischio” indicata dal GRTN, e dovuta a stime maggiori della differenza tra potenza installata e concretamente disponibile, sia dovuta a fattori contingenti del 2001, ed in particolare a un numero consistente di centrali in fermata contemporanea di tipo manutentiva e/o per interventi di ristrutturazione, la bassa produzione delle centrali idroelettriche a causa della carenza di precipitazioni meteoriche nonché alcuni picchi di consumi connessi con condizioni climatiche particolarmente rigide.

Un ulteriore fattore di riduzione delle potenzialità produttive – su cui tutti gli attori e la commissione attività produttive si sono trovati d’accordo - è dovuto alla presenza di “strozzature” nella rete di trasmissione che causa l’impossibilità di trasmettere quantità idonee di energia elettrica a sostegno di richieste di picco.

Si rammenta che la commissione, nel documento finale, pur ritenendo necessari nuovi impianti ha evidenziato – anche a fronte delle numerose richieste, quasi esclusivamente impianti a ciclo combinato a metano (per una capacità installata pari quasi a 100.000 MW (2,5 volte la capacità installata nazionale !) – la necessità di forme di regolazione del sistema elettrico da parte del Governo ovvero di colmare il vuoto venutosi a creare per effetto del Dlgs 79/99 e finora surrogato impropriamente dal GRTN.

Tant’è che a fronte del  Decreto Legge 7.02.2002, più volte invocato dagli estensori del SIA, e alle relative contestazioni presentate dalle regioni, si è arrivati il 5.09.2002 ad un accordo della Conferenza unificata Stato-Regioni e Stato-Città nelle quali sono stati definiti dei criteri generali finalizzati alla valutazione dei progetti di costruzione di nuove centrali.

 

Tra questi criteri oltre a quelli relativi alla applicazione delle tecnologie più recenti e che riducano gli impatti ambientali vi sono quelli relativi a :

-          massimo utilizzo possibile dell’energia termica cogenerata;

-          riduzione o eliminazione, ove esistano, di altre fonti di produzione di energia e di calore;

-          diffusione del teleriscaldamento finalizzato alla climatizzazione anche delle piccole utenze produttive e delle utenze private di piccole dimensioni;

-          utilizzo prioritario di siti industriali già esistenti;

-          completezza ed affidabilità delle modalità previste per l’immissione di nuova energia da fonti rinnovabili;

-          nel caso uno stesso territorio sia interessato da più progetti le Regioni possono promuovere la valutazione comparativa degli stessi.

L’ultima previsione è un richiamo alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica) in via di definizione (ma, anche in virtù del decreto "sblocca centrali" da recepire nella legislazione italiana "a buoi fuggiti"). La direttiva 2001/42/CE del 27.06.2001 "concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull'ambiente" prevede infatti che gli stati membri emanino delle legislazioni inerenti la valutazione di impatto ambientale applicata a determinati "piani e programmi", tra i quali sono esplicitamente richiamati (art. 3) quelli "che sono elaborati per i settori agricolo, forestale, della pesca, energetico, industriale, dei trasporti, della gestione dei rifiuti e delle acque, delle telecomunicazioni, turistico, della pianificazione territoriale o della destinazione dei suoli e che definiscono il quadro di riferimento per l'autorizzazione dei progetti elencati negli allegati I e II della direttiva 85/337/CE" (tra cui vi sono gli impianti termoelettrici).

 

Da ultimo non bisogna dimenticare che tutti i documenti europei e nazionali sottolineano la necessità di politiche efficaci sul lato della domanda di energia (non solo elettrica) e non solo sul lato dell’offerta. In altri termini tutti accettano la priorità costituita dalla riduzione dei consumi (con usi più efficienti e razionali) ma le uniche iniziative concrete che avanzano sono quelle rappresentate da proposte come quelle in discussione ovvero sul lato dell’offerta peraltro creando una aspettativa – in particolare nei clienti “idonei” – di una riduzione significativa dei costi dell’energia che oggettivamente riduce l’interesse per investimenti nelle attività economiche-produttive finalizzate alla riduzione dei consumi.

In altri termini vi è contraddizione tra una prospettiva economica di incremento della produzione di energia elettrica e quella della necessità ambientale di ridurre le emissioni climateranti e in genere l’inquinamento del settore energetico e non solo.

 

Per riprendere l’esposizione del SIA :

 

-          sotto il profilo della pianificazione regionale e provinciale

 

la centrale proposta risponderebbe alle richieste contenute in tali documenti (Programma Triennale di sviluppo delle attività produttive) in quanto comporterebbe un incremento occupazionale e “potrà attrarre industrie anche alimentari o agricole mettendo a disposizione calore prodotto in cogenerazione” , inoltre la tecnologia produttiva utilizzata garantisce sia “l’internalizzazione del sistema produttivo” che “la affidabilità dei prodotti e dei sistemi produttivi, per la protezione della salute e dell’ambiente” (p. 59 del SIA).

In questo affermazioni emergono due aspetti :

 

1)      il fatto che l’impatto ambientale non sarà connesso solo con la realizzazione della centrale in questione ma con la realizzazione di una ben più vasta zona industriale in virtù della attrazione della centrale stessa (questo in conseguenza del fatto che la destinazione attuale dell’area è di tipo agricolo, su cui torneremo);

2)      l’inesistenza, allo stato attuale, di ogni valutazione di fattibilità circa i reali utilizzi del “calore prodotto in cogenerazione”, questione che compare in questo passo del SIA ed in pochissimi altri accenni generici senza alcuna valutazione in merito alla produzione di calore, all’assetto cogenerativo concreto della centrale, ai “clienti” e alle loro caratteristiche di assorbimento dell’energia termica.

 

Quindi emerge da un lato un impatto “nascosto” della centrale e dall’altro un beneficio potenziale (l’utilizzo di energia termica) che trova posto solo nelle intenzioni e non ha alcuna verifica fattuale (va da sé che la quantità di energia termica che può essere resa disponibile da una centrale delle dimensioni di quelle proposta sarebbe esorbitante per il fabbisogno dei comuni e delle frazioni poste nelle vicinanze, ovvero la positività potenziale di un teleriscaldamento delle diverse utenze della zona – a quanto risulta mai presa in considerazione finora – va basata su idonei  studi valutativi da cui può scaturire una proposta di centrale termica anche cogenerativa in cui la produzione termica è finalizzata all’obiettivo centrale – il teleriscaldamento – e la produzione elettrica in cogernazione diviene un “di più”. In altri termini il ragionamento – per tener conto delle esigenze locali – è rovesciato rispetto a quello che fanno i proponenti dell’impianto i quali dichiarano di mettere a disposizione i “cascami” della produzione principale di energia elettrica – ovvero l’energia termica – senza alcuna considerazione delle quantità in gioco, della capacità di assorbimento reale degli utenti esistenti – e futuribili – in altri termini senza alcuna considerazione del dato locale).

 

In conclusione, sotto questo profilo, il SIA dichiara che “non risultano invece controindicazioni agli indirizzi programmatici di cui ai documenti esaminati” (programmazione regionale e provinciale).

 

Si segnala a tale proposito che vi sono aspetti concernenti questi documenti che non appaiono presi nella dovuta considerazione in rapporto all’impatto ambientale della centrale, e precisamente :

 

a)      LR 20/2000, Disciplina generale sulla Tutela e l’Uso del Territorio

 

-          “assicurare che i processi di trasformazione siano compatibili con la sicurezza e la tutela dell’integrità fisica e con l’identità culturale del territorio”;

-          “migliorare la qualità della  vita e la salubrità degli insediamenti urbani”;

-          “ridurre la pressione degli insediamenti sui sistemi naturali e ambientali”;

 

b)      il Piano Territoriale Paesistico Regionale ove evidenzia “il sistema delle aree agricole : la pianificazione infraregionale ha l’obbligo di individuare gli elementi caratterizzanti il paesaggio rurale e di osservare le indicazioni per la sua conservazione e valorizzazione”;

 

c)      Il Piano stralcio per il sistema idraulico dei corsi d’acqua Navile e Savena abbandonato, nel quale sono comprese come zone a rischio l’insediamento industriale a destra del Navile, a valle del canale Emiliano Romagnolo, il centro abitato di Bentivoglio, la frazione di Casoni, e lambisce il sito della centrale.

Oltre agli obiettivi di riduzione del rischio idraulico il Piano si è posto – seguendo la stessa esposizione del SIA - obiettivi “di un miglioramento – o quanto meno di un non peggioramento – della qualità dei corsi d’acqua” (p. 41 del SIA), con limitazioni (vincoli) per gli usi industriali dell’acqua in caso di siccità ovvero di privilegiare gli usi irrigui  con finalità complessive di risparmio idrico.

 

d)      Il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (documento preliminare del novembre 2001) che, tra l’altro, “definisce i criteri per la localizzazione e il dimensionamento di strutture e servizi di interesse provinciale e sovracomunale”; “definisce le caratteristiche di vulnerabilità, criticità e potenzialità delle singole parti e dei sistemi naturali ed antropici del territorio e le conseguenti tutele paesaggistico ambientali; definisce i bilanci delle risorse territoriali e ambientali, i criteri e le soglie del loro uso, stabilendo le condizioni e i limiti di sostenibilità territoriale e ambientale delle previsioni urbanistiche comunali che comportano rilevanti effetti che esulano dai confini amministrativi di ciascun ente” (p. 45 del SIA); questo Piano indica tra gli obiettivi “ridurre le emissioni inquinanti in atmosfera; mantenere le concentrazioni di inquinanti al di sotto dei limiti che escludono l’insorgere di patologie acute e croniche nella popolazione; assicurare un costante miglioramento della qualità dell’aria ….” nonché, una politica energetica basata “sul contenimento dei consumi, …. sulla riduzione dell’emissione di gas serra” (p. 49-50 del SIA), infine intende “valorizzare, salvaguardare la qualità del paesaggio rurale tradizionale e non”;

 

e)      Il Piano Faunistico Venatorio Provinciale che ha tra gli obiettivi “il raggiungimento e il mantenimento di densità compatibili con gli usi agricoli del territorio” (p. 53 del SIA).

 

Si tratta di indicazioni – ancorchè molte di carattere generale – che collidono con diversi impatti ambientali connessi alla centrale (emissioni in atmosfera, occupazione di territorio ad uso agricolo con la prospettiva di ulteriore “attrazione” di insediamenti industriali, uso delle risorse idriche, impatti sulla densità della fauna etc) con carattere aggiuntivo rispetto alla situazione locale, nonostante  ciò nessuna valutazione viene presentata ma si parla genericamente e ambiguamente di “assenza di controindicazioni”.

 

-          Sotto il profilo della pianificazione locale

 

Gli estensori del SIA indicano che l’area oggetto dell’interveno (PRG approvato dal Consiglio Comunale di Bentivoglio il 17.12.1998 e dalla Giunta Provinciale il 18.12.2000) è “attualmente classificata come zona produttiva agricola E1 di valore paesaggistico-ambientale” , viceversa si dice che “nelle aree contigue del Comune di Malalbergo sono localizzati diversi impianti industriali” (p .54 del SIA); di conseguenza, secondo gli estensori del SIA, la modifica del PRG di Bentivoglio, per l’area interessata (ed altre nel futuro) sarebbe in linea con le indicazioni della LR 20/2000 per la quale “i nuovi insediamenti sono individuati prioritariamente nelle aree limitrofe a quelle esistenti” . Va osservato a tale proposito :

 

a)      appare chiara la volontà recente delle amministrazioni locali (comune e provincia) di non prevedere per l’area interessata una destinazione diversa da quella di agricola di pregio;

b)      si fa riferimento, in modo non chiaro, non al fatto che l’area confinante del Comune di Malalbergo sia a destinazione industriale ma che vi sono insediamenti industriali in aree contigue. Nel SIA non vengono presentati estratti né dei PRG dei due comuni né delle norme tecniche attuative per cui non vi è una carenza ingiustificata di tali importanti informazioni. Cercando di interpretare le affermazioni ambigue del SIA, non sembra comunque si sia nel caso indicato dalla LR 20/2000.

c)      In contrasto con decisioni assunte di recente dagli enti locali in merito alla destinazione d’uso dell’area interessata gli estensori del SIA (p. 54 del SIA, si evidenzia che la richiesta viene presentata nel SIA come se uno degli scopi di questo studio sia questa richiesta !), richiamando la Legge 55 del 9.04.2002, affermano che “si richiede la variante dello strumento urbanistico vigente per la trasformazione in area per insediamenti industriali della zona proposta per l’intervento”. Dunque non sarebbero gli insediamenti a dover “subire” i vincoli territoriali ma esattamente il contrario, sono le proposte di insediamenti che vincolano (modificano) la destinazione del territorio ! E ciò appare già a livello di studio di impatto ambientale che invece di evidenziare le criticità ambientali connesse ad una data opera sarebbe invece finalizzato a superarle se non ad occultarle in dispregio alle finalità e alle modalità di svolgimento di uno studio di impatto ambientale anche secondo la nostra (parziale) normativa sulla VIA.

 

Precisiamo che ben si conosce che tale rovesciamento è dovuto alla legge citata (cosiddetta “sbloccacentrali”) che nel dichiarare gli impianti di produzione di energia elettrica di potenza superiore a 300 MWtermici “opere di pubblica utilità e soggetti ad una autorizzazione unica, rilasciata dal Ministero delle attività produttive” con “effetto di variante urbanistica” – pertanto non occorre neppure richiedere la variante in quanto compresa nell’autorizzazione – ma va ricordato che tale norma si caratterizza come norma provvisoria “sino alla determinazione dei principi fondamentali della materia in attuazione dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione, e comunque non oltre il dicembre 2003” e che la stessa è stata – a seguito delle rimostranze delle amministrazioni regionali e per la parte di carattere ordinativo della autorizzazione ministeriale – in parte limitata dall’accordo citato del 5.11.2002. Accordo – come già detto – che indica tra i criteri da utilizzare per la valutazione delle proposte di nuove centrali l’ “utilizzo prioritario di siti industriali già esistenti”, che non è il caso in esame.

 

E’ pertanto pacifico che la destinazione d’uso attuale è in netto contrasto con il progetto ed è pertanto inspiegabile come si possa affermare  che “non risultano esservi controindicazioni alla modifica della destinazione d’uso” in particolare in virtù  dell’assenza di vincoli di alcun genere relativi al sito (ancor più non presentando alcunchè in merito al contenuto del PRG e delle norme attuative dello stesso non è chiaro come possa essere verificata quest’ultima affermazione – ovviamente l’assenza della possibilità di verifiche su affermazioni come quella qui riportata evidenzia una delle carenze “strutturali” del SIA in esame ovvero la non corrispondenza con le norme in materia di VIA e con quelle di “buona tecnica” relative a tali studi).

 

Tra le altre “pianificazioni di interesse” si cita il documento internazionale Agenda XXI, mentre non si ha alcuna conoscenza in merito alla esistenza, ai contenuti e al rapporto con l’impianto proposto :

-          della convenzione di Ginevra sull'inquinamento atmosferico transfrontaliero a lunga distanza e suoi protocolli attuativi;

-          del Piano Regionale di Risanamento della Qualità dell’Aria (si rammenta che tale documento è stato previsto dal DPCM 28.03.1983 e confermato nei successivi provvedimenti in materia),

-          del Piano Regionale di risanamento delle acque (previsto dalla Legge 319/1976).

Inoltre, in considerazione della vicinanza e del ruolo della città di Bologna e interpretando le indicazioni inerenti la copertura del fabbisogno locale di energia ovvero “le carenze di energia elettrica prodotte in loco” – p. 262 del SIA – come  non riferibili ai soli comuni nelle immediate vicinanze del sito, nulla si conosce in merito all’esistenza e ai contenuti del Piano Energetico Ambientale Comunale di Bologna (previsto dalla Legge 10/1991) e al rapporto tra quanto ivi indicato e il progetto in questione.

 

In merito al quadro di riferimento progettuale, oltre a quanto già detto sopra, si sottolinea ancora :

 

a ) che non ha alcun fondamento – per quanto detto – l’affermazione relativa alla “futura dismissione di centrali del sistema nazionale divenute obsolete per ragioni di efficienza e di protezione ambientale” (p. 62 del SIA) proprio in virtù del fatto che il principio regolatore – su cui fanno affidamento i proponenti l’impianto in questione – è rappresentato dal prezzo di vendita dell’energia e dai relativi meccanismi di mercato. Ciò sta producendo non la dismissione di centrali ma interventi di diverso genere che vanno da repowering finalizzati all’incremento dei rendimenti di conversione – di cui abbiamo già detto - a quelli dell’utilizzo di combustibili a minor costo (carbone) che non garantiscono certo una maggiore “protezione ambientale” ma il cui utilizzo, per utilizzare un termine caro agli estensori del SIA, “non presenta controindicazioni” rispetto alla normativa nel campo di produzione di energia. In sintesi : appare infondata, o perlomeno non verificabile o desumibile di per sé dai meccanismi messi all’opera dalla liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, la valutazione che impianti di questo genere vadano a sostituire i vecchi impianti tradizionali a basso rendimento e con combustibili a maggior impatto ambientale, quindi per una ovvia considerazione conservativa degli effetti di nuovi impianti di produzione termoelettrica, le emissioni connesse con impianti come quello proposto non possono che essere considerate come aggiuntive alla situazione esistente.

 

b) Tra i criteri di scelta delle tecnologie viene indicato (p. 66 del SIA) quello di “rendimenti netti superiori al 55 %” , si evidenzia però che sono gli stessi estensori del SIA ad affermare che la centrale in progetto ha un rendimento netto leggermente inferiore a tale soglia (ovvero il 54,9 %, v. p. 72 del SIA).

 

c)