Di Enrico Fletzer - 25 Ottobre 2005
A discapito dei numerosi liberi pensatori che vivono e lavorano a Bologna, nutriti come siamo da un indomabile spirito critico perennemente rivolto contro l’ingiustizia, la stupidità e la malvagità, stiamo assistendo quasi ipnotizzati al fallimento annunciato del rilancio economico, politico e culturale della città.
Una ragione risiede nella politica asociale del Sindaco, massima autorità sanitaria e di polizia della nostra città e che con la sua campagna ossessiva, sembra stravolgere il concetto stesso di Bologna che si vorrebbe trasformare in una città confessionale tutta casa, curia e comunale. L’ultimo esempio delle cariche avvenute a Palazzo D’Accursio denota la possibilità di un avvitamento sulla spirale reazione—repressione con i rappresentanti dei partiti della coalizione sporchi del sangue degli studenti in lotta.
Bologna, nell’immaginario degli italiani, ma anche nella realtà rimane il luogo delle libertà descritto dal sociologo Aldo Bonomi, che in economia è anche e soprattutto, oltre il mercato clandestino degli appartamenti per studenti, il centro del Distretto del Piacere del nostro paese, un mix di carne e sensualità, di progetti ed attuazioni culturali che vanno dalla gastronomia alla vita notturna, dall’industria al turismo, settori strategici a livello nazionale e internazionale su cui si può ancora sperare anche grazie ad un esteso sistema di welfare. Non è un caso che il paradiso della mortadella costituisce anche la città elettiva degli antiproibizionisti e degli artisti del nostro paese.
Ma ora Bologna sta perdendo quota e l’orologio sta virando verso il Medioevo grazie alle controtendenze di un Sindaco divenuto famoso per il senso dell’humour, il divieto della birra, la litania della legalità, il più alto indice di gradimento padano e per il tasso imperdonabile di bacchettonismo di un personaggio a metà tra il Noske, Pino Arlacchi e l’abate Faria. Predicare acqua e bere vino è stato fin da prima della sua campagna elettorale il suo motto. Un mix di barbera e tortellini destinato ad avere conseguenze.
Nei prossimi mesi la “città più libera del mondo” rischia di diventare un paesone “stanziale” controllato da un esercito di pizzicagnoli e di benpensanti impegnati in uno scontro al coltello contro l’ideal-tipo del “migrante” secondo l’ipotesi non tanto peregrina descritta da Franco Berardi Bifo.
In questo non dissimile a grandi sindaci autoritari che lo hanno preceduto, Cofferati ripercorre la politica di “tolleranza zero” di Rudolph Giuliani, ideatore della teoria dei “vetri rotti” ma anche la rotta disastrosa del giudice Schill, del Partito dell’Offensiva dello Stato di Diritto, che fece dell’ipocrisia e della carta legale il suo cavallo di battaglia e che fu cacciato a furor di popolo dal Senato d’Amburgo. Cofferati promette altri quattro anni di lacrime e sangue per i non garantiti e forme improbabili di tutela per migliaia di “donne e bambini”. In caso il "ricatto" riesca forse il Capo proporrà la sua politica anche a Roma che finora è refrattaria a simili soggetti. Propone la legalità alle vittime della più palese illegalità, il lager cittadino di via Mattei.
Da oltre un anno a Bologna risuona il ritornello della legalità e il “giorno dei morti viventi” si sta approssimando. Il giorno della legalità a cui la sinistra radicale dovrebbe finalmente piegarsi alla Vandea con contributi popolari e della destra che sfiorano il 70% dell’elettorato.
Il Cinese sta giocando con ostinazione un enorme potenziale di ricatto che lo rende malvisto a tutti gli apparati dei partiti di sinistra che si erano rivolti a lui e che ora si sentono prigionieri assieme alla parte solidale e critica di questa città, la “sinistra radicale”, che da parte sua gli aveva offerto una delega in bianco tralasciando i temi dello sviluppo culturale, sociale ed economico ben prima delle elezioni comunali.
Altri soggetti plaudono alle iniziative di Cofferati, poteri forti in città come Ascom e Confindustria che non sembrano rendersi conto di contribuire al degrado nell’affossare l’imprenditoria giovanile tout court, fonte di ricchezza e di prestigio, la cui importanza va ben oltre i confini di Bologna e dell’Emilia Romagna. Anche Borghezio ha finalmente trovato un collega padano nella ulteriore devolution della ex capitale del movimento contadino italiano.
Chi verrà dopo i lavavetri e i rumeni? I cittadini di Bologna naturalmente, una parte ora apparentemente non contemplata nella società dei due terzi. E’ una sfida rivolta ai soggetti produttivi che a destra e a manca s’interrogano sulla politica di Palazzo d’Accursio. Che spazio è possibile per le economie autonome ed autogestite che hanno fatto di Bologna e dell’Emilia Romagna un gigantesco laboratorio di sperimentazione e di produzione dopo lo spettacolare movimento di recupero della partecipazione popolare avvenuto durante le Primarie?
In questa situazione la scure di Cofferati è destinata immancabilmente ad abbattersi prossimamente sui numerosi luoghi d’aggregazione giovanile e dei centri sociali mai tanto uniti nella critica di questa amministrazione barbara.
Vivere con il sindaco più alieno che abbia mai governato Bologna sta diventando imbarazzante per chiunque abbia in mente un’idea di futuro, di lancio produttivo ed intellettuale della nostra città che rischia in tempi rapidi di trasformarsi in un santuario della neo-in-civiltà padana.
Fermare o almeno contenere Cofferati non sarà facile.
Il Cinese, con il sostegno decisivo della Lega, della Magistratura e della Curia, ormai si sente invincibile, e non si fermerà tanto presto anche grazie agli occhi foderati di mortadella dei suoi collaboratori.
I tanti refrattari al progetto padano, oltre le note attività meritorie che vanno dalla lotta ai lager all’antiproibizionismo passando per la buona musica, hanno un piccolo segreto che in Francia chiamano la “corda dell’impiccato”, in altre parole quel briciolo di fortuna necessario per superare momenti brutti e minacciosi. Risollevare Bologna, una “bella città data al nemico” è uno dei punti strategici di una nuova stagione politica ma è anche la soluzione di una crisi che riguarda tutti e tutte. In questo senso occorre essere in sesto e uniti nella rottura con il modello autoritario medioevale del Capo che ci potrebbe far rimpiangere Berlusconi. La parola passa all’imprenditoria politica.