Back

La strage di Mosca era inevitabile?
Di Giampaolo Capisani
3 Novembre 2004

L’obiettivo che persegue il seguente articolo è quello di schematizzare una ipotesi esplicativa dei fatti del Teatro Dubrovka a Mosca, cercando di risalirne l’origine, diciamo i “prerequisiti” che lo hanno determinato, con particolare riguardo alla Cecenia e al contesto post-sovietico. Con intenzioni simili avevamo già preso in esame “la questione del Kashmir” (G&P n.87) e i difficili rapporti tra Mosca e Tbilisi (tra i quali si é nel frattempo inserita la presenza militare degli USA) a causa delle gole di Pankissi e dei guerriglieri ceceni che vi erano rifugiati (G&P n.92). Intendiamo così contribuire alla comprensione di alcuni frammenti che siano di aiuto concreto sul piano razionale, alla costruzione di una sensibilità collettiva che si opponga alla “guerra globale”, a quella “guerra infinita” cui è indispensabile opporsi e che ha nel countdown contro l’Iraq la sua epifania. Lo sfondo su cui lavoriamo si fonda sul fatto che l’islamismo radicale di cui Al-Qaeda è solo la punta dell’iceberg, non sia altro che il prodotto e la conseguenza della radicalizzazione della volontà di potenza di un neo-liberismo capitalista divenuto pericoloso, veicolato anche (ma non unicamente!) dall’iperpotenza statunitense. In altri termini, se appare evidente la responsabilità storica di Washington, che sostenendo la Jihad contro i sovietici in Afghanistan, ha posto le basi sociali del successo dell’islamismo radicale, chi scrive ritiene che i due caratteri più sopra richiamati, quello capitalista sia strutturale, mentre il secondo sia accessorio e congiunturale e che entrambi si fondano coerentemente nel concetto (elaborato da Negri-Hardt) di Impero.

La Cecenia asse dell’era Putin

Il 9 agosto 1999 viene nominato il decimo Primo Ministro in diciotto mesi, si tratta di uno sconosciuto chiamato Vladimir Putin, poco dopo il Presidente Boris Eltsin annuncia alla televisione: “Quest’uomo è la soluzione finale del problema ceceno”. Tra il 31 agosto e il 17 settembre 1999 delle terribili esplosioni abbattono diversi palazzi a Mosca, in una città del Daghestan e a Volgodonsk nel sud della Russia. Bilancio: oltre 300 morti e migliaia di feriti. Le responsabilità vengono frettolosamente attribuite alla guerriglia cecena e grazie alla edificazione di un consenso generalizzato Vladimir Putin riuscirà ad arrivare alla Presidenza della Repubblica Russa. Le tappe di questa bruciante affermazione realizzata sulla base della “fermezza” nei confronti del problema ceceno saranno lo scatenamento del secondo conflitto ceceno (1°ottobre 1999) e le vittorie elettorali del dicembre 1999 e del marzo 2000. Tutto ciò per sottolineare il ruolo strategico che per la presidenza Putin (fin dalle sue origini) ha sempre avuto “la questione cecena” le cui trasformazioni interne in un decennio sono rapidamente evolute.

Djokhar Dudaïev, deus ex machina del nazionalismo indipendentista

Le vicende che portano alla secessione e all’indipendenza cecena, del novembre 1991 si articolano in tre fasi: 1) il rientro di Djokhar Dudaïev ‘in patria’ (in realtà Dudaiev è nato in Kazakistan, dove pressoché l’intera popolazione cecena venne deportata nel 1943 con l’accusa di “collaborazionismo” con i nazisti). Sulla carismatica personalità di Djokhar Dudaïev convergeranno i consensi degli anziani di numerosi clan tra cui il suo (quello di Myaltchyi), che lo porteranno ad assumere il ruolo di leader del più importante movimento nazionalista: l’OKTchN (Congresso del Popolo Ceceno). 2) Il fallimento del tentato putsch di Mosca del 19 agosto 1991, che imprimerà un’accellerazione all’evoluzione politica, sia nel centro che alla periferia dello stato sovietico: in Cecenia questo implicherà le dimissioni del Segretario del Partito Comunista Doku Zavgaïev (6 settembre), lo scioglimento del Soviet Supremo (15 settembre) e infine l’insediamento di un “Consiglio provvisorio” ovviamente presieduto da Djokhar Dudaïev. 3) I rivolgimenti dell’autunno-inverno 1991 che culmineranno prima con la dichiarazione di sovranità e poi con quella d’indipendenza, di tutte quindici le repubbliche che formavano l’URSS e quindi con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. A queste quindici repubbliche occorre aggiungere anche la Cecenia, dove nelle elezioni del 27 ottobre (ultraminoritarie poiché votarono solo il 10-12% degli elettori) l’OKTchN si affermava con l’85% dei suffragi, giungendo poco dopo alla proclamazione della sovranità nazionale (1° novembre) e a una “dichiarazione unilaterale d’indipendenza” (27 novembre). I dirigenti dell’Inguscia (o Inguscezia) che fino a quel momento formavano un'unica entità istituzionale con la Cecenia, ovvero la RSSA della Cecenia-Inguscezia, temendo le conseguenze imprevedibili dell’indipendentismo nazionalista di Dudaïev, facevano appello al proprio diritto di auto-determinazione e con un referendum consultivo e un alta affluenza favorevole si autoproclamavano (30 novembre) come “repubblica indipendente facente parte della Repubblica Russa”. Dudaïev e la dirigenza cecena resteranno così soli, o meglio si troveranno per un breve periodo ad avere come compagni di strada altre repubbliche autonome ex-sovietiche tentate dall’ipotesi indipendentista come il Tatarstan e il Bachkortostan (fase chiusasi per loro nel maggio 1992) o a raccogliere una generica simpatia da parte di altri stati ex-sovietici ormai indipendenti come la Georgia e l’Azerbaigian, riottosi ad entrare nella CSI, o manifestatamente ostili a quest’ultima come i tre stati baltici.

Caratteri ed evoluzione del nazionalismo ceceno

Se la rivitalizzazione dei nazionalismi manifestatisi nel corso degli anni Novanta nello spazio post-sovietico, sono in linea di massima e secondo diversi specialisti, da considerarsi come una conseguenza indotta dalla perestroika e dalla glasnost, non apparirà secondario che il generale dell’aviazione sovietica Djokhar Dudaïev abbia trascorso gran parte della sua carriera militare in Estonia, uno dei crogioli ideologici delle rielaborazioni e delle “piattaforme” identitarie e nazionaliste in seno sovietico; è assai probabile che dal palcoscenico baltico sia stato più agevole per Dudaïev rivalutare questo aspetto anche per la Cecenia, tenuto anche conto del fatto che quest’ultima possiede una grande tradizione storica e la reputazione di una “terra indomabile” condivisa peraltro con altre regioni del Caucaso o dell’Asia centrale. Dai numerosi studi esitenti sulla storia dell’opposizione cecena all’occupazione zarista ricordiamo il periodo delle “guerre murid” cioè quel periodo di conflitto più o meno ininterrotto che va dal 1785 al 1864, durante il quale le insurrezioni assumeranno sempre il carattere di ghazawat il termine usato dai Ceceni per la Jihad (la “guerra santa” contro gli infedeli). Tutte queste rivolte verranno capeggiate da Shaikh o da Imam (cioè maestri di confraternite sufi o ordini monastici islamici) come Shaikh Mansur Usurma (quella del 1785-1791), l’Imam Shamil (quella del 1839-1859) o come Said Bek (l’ultima del 1920-1921). Questa eredità storica appare solo parzialmente rivendicata dal regime Dudaïev (1991-1994) che si caratterizzava per una tendenza fortemente autoritaria, ma che paradossalmente fondava la redistribuzione dei poteri e delle ricchezze sulla base del nepotismo clanico. In questo quadro e con pragmatismo, Dudaïev non si è mai sottratto dal cavalcare tanto populisticamente quanto sommariamente parole d’ordine islamiche, ma né più e né meno di quanto fosse necessario utilizzare quelle “pancaucasiche” o “panturche” a seconda delle priorità… cercando consensi a Tbilisi, a Baku, ad Ankara piuttosto che a Riad. Per Dudaïev il riferimento all’Islam appariva come “uno” tra i caratteri nazionali, ma non il più importante e non il principale, cioé come un optional e non come il motore. Se è vero che all’arrivo al potere giurerà sul Corano, cosa che faranno ad esempio anche il Presidente turkmeno Niazov e quello uzbeko Karimov, egli non porrà mai ad esempio il problema dell’applicazione della Sharia. In effetti se si pensa all’indipendentismo nazionalista e laicizzante di Djokhar Dudaïev viene in mente qualcosa di certamente irriducibile, ma di incommensurabilmente diverso e stellarmente lontano dai fatti del teatro di Mosca, con il suo corollario di donne e rituali caratteristici dei kamikaze palestinesi.

Dal nazionalismo alla Jihad islamica

Dalla proclamazione dell’indipendenza fino alla conclusione della prima guerra russo-cecena nel 1996, coesisteranno e convivranno nella guerriglia cecena almeno tre diversi gruppi di combattenti (i boïevichi o boevichi), tutti caratterizzati dal meccanismo del rifiuto/adesione alla guerriglia del proprio clan, com’è ad esempio accaduto anche durante la guerra civile in Tagikistan, e dalla presenza consistente di combattenti stranieri venuti a battersi in nome della solidarietà con la causa cecena. Tra essi distinguiamo: 1) i russofobi o antirussi: cioè diverse decine di nazionalisti baltici e banderisti ucraini impegnatisi militarmente a fondo anche in Transnistria/Moldova e in Abkhazia. 2) I pancaucasici tra cui gli abkhazi e gli ultra-nazionalisti turchi legati ai Lupi Grigi (non a caso Istanbul e la Turchia sono stati sovente teatri di azioni dimostrative di commando ceceni) e quelli azeri del Boskurt (cioè la sezione azera dei Lupi grigi). 3) Gli islamisti radicali, che inizialmente saranno meno numerosi, ma più assortiti poiché proverranno da almeno una dozzina di paesi arabi e mediorientali tra cui: diversi ceceni della diaspora con passaporti giordani, siriani o libanesi, arabi, tatari, tagiki e numerosi veterani afghani. Questa terza componente, diverrà maggioritaria nel giro di pochi anni slla base dell’esaurimento fisiologico delle altre due tendenze, divenendo egemone in Cecenia verso la fine degli anni Novanta . L’anno di svolta sembra essere il 1996: Dudaïev viene ucciso, ma è subito sostituito dall’islamista Indarbiev oggi residente in Qatar; con la firma di un accordo di pace termina la prima guerra russo cecena; nell’estsate i boïevichi riconquistano Grozny, infine in quello stesso anno si verifica l’ascesa al potere in Afghanistan dei taliban, che pochi mesi dopo riconoscono, unici al mondo, l’indipendenza della “Repubblica d’Itchkeria”, cioé della Cecenia. Da quel momento la mouvance islamista radicale d’ispirazione wahhabita finanziata da ingenti fondi sauditi e guidata da “signori della guerra” come Khattab, Basaïev e Ugudov, sommerge o elimina non solo i residui del nazionalismo ceceno, ma anche l’ala islamista tariqatista (da tariqat, “la via del sufi”) fedele alla tradizione ed erede del sufismo locale e del suo carattere storicamente insurrezionalista. A questo punto si comprendono meglio i fatti dello scorso ottobre a Mosca, nei quali per la modalità e per la tecnica la componente jihadista risulta determinante. Non stupisce a questo punto che la rivendicazione del sequestro degli ostaggi moscoviti, sia venuta proprio dal leader islamista radicale Shamil Basaïev, già autore nel 1995 del sequestro di ostaggi a Budennovsk, che provocò 150 vittime, ma fu determinante per la fine del conflitto. Il comunicato inizia così: “Quaranta shahid (martiri) del gruppo Ryadussalihin (il Giardino dei Giusti) hanno condotto con successo un operazione nel cuore delle linee nemiche a Mosca…”