Di Elisabeth Rosenthal - 31 Gennaio 2008
14 Gennaio 08 [Londra] - Circondata da parrotfish [variopinto pesce tropicale], tinche e butterfish [piccolo pesce commestibile], Effa Edusie si sente sommersa dai ricordi della sua infanzia nel Ghana. Questi pesci sono stati catturati il giorno prima al largo delle coste dell'Africa Occidentale e sono stati quindi aereotrasportati a Londra per pranzo.
In passato i parenti di Edusie erano pescatori. Ma adesso non lo sono più. Questi pesci non vengono più pescati dagli Africani.
Sotto la scatola piena d'acqua di cartone marrone che contiene il pesce snapper è visibile l'improbabile marchio di color rosso delle Industrie Nazionali Cinesi della Pesca - Chinese National Fisheries, uno dei più grandi fornitori per l'Europa di pesce proveniente dall'Africa Occidentale. Le tavole da pranzo di tutta Europa sono sempre più rifornite da flotte pescherecce globali che stanno depredando gli oceani del mondo al solo scopo di nutrire consumatori famelici che sono diventati i predatori di pesce più efficaci.
Il pesce adesso è il prodotto animale più commercializzato sul pianeta, con un giro d'affari globale che ammonta a più di 100 milioni di tonnellate l'anno. L'Europa si è trasformata improvvisamente nel più grande mercato mondiale per il pesce, con un valore che annualmente supera i 14 miliardi di euro. L'appetito dell'Europa è andato crescendo mentre le sue riserve di pesce nativo si sono andate assotigliando, così che il 60 per cento del pesce che viene oggi venduto in Europa deve essere importato, questo secondo l'Unione Europea.
"Una grande parte della pesca è motivata dalla domanda dei consumatori," ha detto Rupert Howes, capo esecutivo del Marine Stewardship Council - Consiglio di Amministrazione Marina, un gruppo globale privato. "Il mondo vuole più frutti di mare in un momento in cui il 50 per cento degli stock viene sottoposto ad un durissimo sfruttamento e il 25 per cento di questi sono troppo sfruttati. Esiste una reale disconnessione.”
In Europa, lo squilibrio fra la domanda e l'offerta ha condotto ad un prospero commercio illegale. Circa il 50 per cento del pesce che viene venduto nell'UE proviene da paesi in via di sviluppo e molto di questo viene introdotto come merce di contrabbando, pescato e spedito illegalmente oltre i limiti delle quote o dei trattati governativi. È un'operazione di contrabbando ben finanziata e sofisticata, effettuata su larga scala da flotte di pescherecci meccanizzati, che sono in grado di tirar su più pesce che mai, e di inseguire stock minacciati dal pericolo di estinzione da oceano a oceano.
La Commissione Europea ha stimato che ogni anno in Europa entrano frutti di mare raccolti illegalmente per un valore di 1.1 miliardo di euro, o 1.6 miliardo di dollari. Il WWF sostiene che fino alla metà del pesce venduto in Europa è illegale.
Mentre una parte della "pesca pirata" viene effettuata da pescherecci stranieri in zone molto distanti, anche le navi Europee sono colpevoli, alcune di loro operanti vicino a casa. Una cospicua quantità, stimata al 40 per cento, del merluzzo catturato nel Mar Baltico è illegale, ha detto Mireille Thom, la portavoce del commissario per le Industrie della Pesca e gli Affari Marittimi dell'Unione Europea, Joe Borg.
"Sappiamo che è ben troppo facile far sbarcare pesce illegale nei porti Europei e siamo fortemente desiderosi di bloccare il loro accesso ai mercati Europei," ha detto la Thom.
Se il costo è un buon indicatore'indicazione, il pesce è sull'orlo di trasformarsi nella merce di contrabbando più preziosa d'Europa: i prezzi sono raddoppiati e triplicati in risposta ad una richiesta che è in aumento sfrenato, alla penuria e alle quote di pescato che sono state imposte recentemente dall'UE in un tentativo disperato di salvare le specie native.
A Londra, un chilogrammo di modesto merluzzo, che è l'ingrediente centrale del Fish & Chips – pesce e patatine, adesso costa 30 sterline, o 60 dollari, e questo dalle 6 sterline di quattro anni fa.
"Fino a non molto tempo fa il Fish & Chips era una fonte di alimentazione delle persone povere, ma con l'aumento dei prezzi si sta trasformando in una delicatezza per pochi," ha detto Mark Morris, che da 20 anni fa il pescivendolo nel vasto mercato di Londra, Billingsgate.
Lo scorso mese a Billingsgate, durante una mattinata invernale alle 5 del mattino, mentre i grossisti disimballavano il pesce fresco proveniente da tutto il mondo, il vasto commercio internazionale che alimenta l'appetito d'Europa era immediatamente visibile, anche se l'origine di ogni filetto e bistecca messo in vendita non lo era affatto.
Meno di 24 ore prima, molti di questi pesci in vendita stavano passando per il porto di Las Palmas nelle Isole Canarie, un porto con cinque ispettori che ogni anno devono valutare 360.000 tonnellate di pesce deteriorabile che deve muoversi velocemente. Le Canarie, un arcipelago Spagnolo che si trova al largo delle coste del Marocco, si sono trasformate nel favorito punto d'atterraggio di pesce illegale così come di persone.
Una volta ispezionato, il pescato entra nell'UE e può essere venduto dovunque al suo interno senza che ci siano ulteriori controlli. Una volta che il pesce dell'Africa Occidentale arriva in Europa, il pesce che è stato catturato legalmente viene messo in vendita accanto a quello ottenuto disonestamente.
"Nell'area del pesce, siamo fino ad ora molto indietro rispetto a quello della carne dove è possibile risalire fino alle sue origini," ha detto Heike Vesper, che dirige la Campagna per le Industrie della Pesca Naturali del WWF.
Le lunghe distanze e la catena di pescatori e di commercianti rendono i controlli un compito assai difficile ed ogni tentativo di regolare il pescato, pare che abbia la conseguenza di spingere le flotte di pescherecci in altre regioni.
"Esistono delle quote in Europa, ma con l'aereotrasporto così a buon mercato il tutto diviene molto più globalizzato," ha detto Morris. "Non ci possiamo auto-regolare - ci sono intermediari."
A Billingsgate, per esempio, le variopinte scatole chiamate African Beauty – Bellezza Africana, che riportano il disegno di una bella donna vestita in maniera tribale, contengono gamberi che sono stati pescati nel Madagascar e quindi trattati in Francia.
"Dieci anni fa provenivano unicamente dalla Gran Bretagna, dalla Norvegia e dall'Islanda," ha detto Morris, la cui famiglia è nel commercio del pesce da generazioni.
Ma molte specie di pesce, come il tonno, il pesce spada e il merluzzo, non sono più disponibili nelle acque Europee. Lo scorso mese di Settembre, la Commissione Europea ha vietato la pesca del tonno rosso, minacciato di estinzione, nell'Atlantico orientale e nel Mediterraneo per il resto del 2007. Tali regole rallentano a mala pena l'industria.
"Non esiste più un mercato al quale non siamo in grado di accedere," ha detto Lee Fawcitt, che vende tonno proveniente dallo Sri Lanka, salmone e merluzzo dalla Norvegia, passera di mare dal Canada, tilapia dalla Cina, gambero dal Madagascar e pesce snapper dall'Indonesia e dal Senegal.
A molti commercianti poco importa quale sia l'origine del pesce. "Proviamo a fare qualcosa, ma una volta che è qui, il mio atteggiamento è che se è stato pescato deve essere venduto." ha detto Fawcitt. "Non mi piacerebbe affatto vederlo gettato via."
Molti esperti sostengono che risalire alla provenienza del pesce è quasi del tutto impossibile. Gruppi ambientalisti quali Greenpeace e la Environmental Justice Foundation hanno documentato una vasta gamma di metodi di pesca grossolani ed illegali che vengono praticati al largo delle coste dell'Africa Occidentale.
Barche enormi, che sono proprietà di aziende Cinesi, Sud Coreane ed Europee, sventolano bandiere di comodo di altre nazioni. Ogni volta se ne rimangono in mare per anni, pescano, si riforniscono di carburante, cambiano equipaggio e caricano in mare il loro pescato su barche refrigerate, rendendo il controllo internazionale estremamente difficile.
Anche quando i permessi e i trattati legalizzano la pesca, il tutto non avviene sempre in condizioni ambientali sostenibili. Molte flotte superano comunque di molto i limiti dei loro accordi, è quanto rivelano alcuni studi, generalmente godendo di impunità totale.
Secondo il diritto internazionale, il paese nel quale la barca è stata registrata è anche responsabile della disciplina dell'attività illegale. Molte di queste navi battono bandiera di paesi lontani che non hanno uno sbocco sul mare, che riscuotono le spese di registrazione ma mettono una bassa priorità su una qualunque attività di controllo per far rispettare la legge.
Quando la Environmental Justice Foundation, che ha studiato l'industria del pesce, si è unita alla barca di Greenpeace l'anno scorso, ha scoperto che più della metà dei 104 pescherecci che sono stati seguiti al largo delle coste della Guinea erano intenti a pescare illegalmente o stavano ricorrendo a metodi illegali, ha dichiarato il gruppo.
Le loro macchine fotografiche hanno immortalato barche i cui i nomi sono stati nascosti per evitare una qualunque segnalazione; i nomi di queste barche sono stati cambiati di settimana in settimana, presumibilmente allo scopo di far coincidere il nome con quello stampato su di un permesso; il pescato di una barca in licenza viene scaricato nel cuore della notte su un'altra nave, in modo che la barca può ripartirsene per un'altra sessione di pesca.
"Esiste una grande concorrenza là fuori con i pescherecci stranieri, particolarmente quelli che provengono dalla Cina," ha detto Moshwood Kuku, un pescivendolo di Afikala Afrikane, un banco di vendita che a Billingsgate è specializzato nel pesce Africano. "I locali possono pescare solamente sulla costa."
Le Industrie Nazionali Cinesi della Pesca, che per prime hanno inviato barche nell'Atlantico nel 1985, adesso hanno uffici su tutto il litorale dell'Africa Occidentale, che rappresentano più della metà dei loro uffici internazionali. Inoltre hanno un enorme stabilimento a Las Palmas.
Mentre i piccoli pescatori locali dell'Africa Occidentale tendono a pescare in maniera sostenibile, le grandi barche d'alto mare usano pratiche che sono pericolose per l'ambiente, specialmente la loro abitudine a ricorrere a reti enormi per praticare la pesca a strascico del fondo marino.
Le reti distruggono il corallo, rimuovono le uova dei pesci e sconvolgono il loro habitat riproduttivo. Inoltre “trangugiano” pesce che non può essere venduto perché è di dimesioni troppo ridotte. La loro concorrenza decima le industrie della pesca locali.
Quando successivamente gli enormi pescherecci meccanizzati rigettano in mare tutto il pesce che non può essere venduto, questo nella maggior parte dei casi è già morto, portando così gli stock un altro passo più vicino all'estinzione. Delle 90 milioni di tonnellate di pesce che sono state stimate essere pescate ogni anno, sono circa 30 milioni le tonnellate che vengono scartate, ha detto Vesper del WWF.
Molti esperti ritengono che una maniera migliore per controllare lo sfruttamento delle risorse ittiche sia quella di porre fine al sistema delle bandiere di comodo, di chiudere Las Palmas e di migliorare i controlli nei porti. Ma l'applicazione di queste forme di controllo richiede grosse risorse e questo molto probabilmente avrà la sola conseguenza di spingere i prezzi del pesce verso una ulteriore crescita.
L'Unione Europea sta prendendo in considerazione l'idea di richiedere ai funzionari dei vari porti di effettuare controlli con i funzionari di quei paesi nei quali le barche sono state registrate, per assicurarsi che siano legali ed abbiano i diritti di pesca. Sta inoltre pensando di fornire assistenza finanziaria affinchè si abbiano maggiori attività di controllo nei paesi in via di sviluppo.
Nel breve periodo, i prezzi saranno più alti. Ottenere il pesce in maniera genuinamente sostenibile significa acquistare pesce che costa di più o non mangiarne affatto.
"Ci siamo comportati come se il rifornimento di pesce fosse illimitato e non lo è," ha detto Steve Trent, direttore esecutivo della Environmental Justice Foundation.
"Nelle ricche aree urbane come quella di Londra, siamo destinati a dover pagare di più per il pesce che sappiamo essere pescato in maniera sostenibile. Diversamente dalla Guinea, non siamo dipendenti dal pesce per l'occupazione e le proteine."
Traduzione a cura di Melektro per www.radioforpeace.info
Image: A market in London offered a wide assortment of the ocean's bounty - (Jonathan Player for the International Herald Tribune)