Di Sonja Karkar - 8 Settembre 2007
3 Settembre 07 — Universalmente considerato un simbolo di pace, l'olivo è adesso fatto oggetto di violenze continue. Per più di quarant'anni, Israele ha sradicato in Palestina oltre un milione di olivi e centinaia di migliaia di alberi da frutta, con terribili conseguenze economiche ed ecologiche per il popolo Palestinese. La loro ostinata distruzione ha minacciato tanto profondamente la cultura, il retaggio e l'identità Palestinese che l'olivo adesso è diventato il simbolo della fermezza Palestinese, data la capacità di questo popolo di radicarsi e della sua capacità di sopravvivenza in una terra in cui l'acqua è perennemente scarseggiante.
Nel corso dei secoli, gli agricoltori Palestinesi si sono guadagnati da vivere coltivando le olive e producendo l'olio d'oliva; l'80 per cento della terra che viene coltivata nella West Bank e a Gaza vede prevalere la coltivazione degli olivi. [1] Solamente nella West Bank, sono circa 100.000 le famiglie che dipendono dalla vendita delle olive. [2] Oggi, la raccolta delle olive permette agli agricoltori Palestinesi di guadagnare fra il 25 e il 50 per cento del proprio reddito annuale e mentre la crisi economica va aggravandosi, la raccolta delle olive fornisce ai Palestinesi molti dei mezzi di base per la loro sussistenza. [3] Ma nonostante le difficoltà, sono i festeggiamenti e le tradizioni che accompagnano le settimane del raccolto che hanno tenuto assieme le comunità Palestinesi e sono infatti una dimostrazione del fatto che la terra appartiene a loro e che nessuna occupazione può estinguere questa condizione, se non attraverso l'annientamento della stessa società Palestinese.
E questo è precisamente ciò che Israele sta facendo – ricorrendo alla forza bruta e a metodologie molto più insidiose. Secondo una vecchia legge che risale al periodo dell'Impero Ottomano, Israele reclama come proprietà di stato, la terra che è stata " abbandonata” e lasciata incolta per un periodo di almeno quattro anni e questa terra viene quindi assegnata nella maggior parte dei casi ai coloni Israeliani. Naturalmente la terra non è stata abbandonata volontariamente. A causa della politica di chiusura da parte di Israele, che impone le limitazioni più draconiane possibili, gli agricoltori Palestinesi non sono in grado di raggiungere i loro terreni agricoli per prendersi cura delle proprie coltivazioni e quindi procedere alla relativa raccolta. Non solo sono richiesti dei permessi per potersi muoversi nella loro stessa patria, ma i coltivatori sono obbligati a ricorrere ad itinerari alternativi, che devono essere percorsi a piedi o in groppa ad un asino, dato che circa il 70 per cento di questi -- quelli collegati alle strade principali o secondarie -- sono stati chiusi dall'esercito Israeliano con blocchi in calcestruzzo e fosse. E adesso Israele sta costruendo un muro per "motivi" di sicurezza, che separerà permanentemente le famiglie Palestinesi dai propri terreni coltivabili, fatta eccezione per quei “cancelli” che permettono l'accesso solo in determinati momenti, ma che molto spesso, sono regolati dal capriccio dei soldati Israeliani che non si presentano neppure per aprirli. [4] Questo fa sì che per i coltivatori la manutenzione annuale dei raccolti è estremamente difficile se non impossibile. E da qui ne consegue l' "abbandono" della terra che Israele usa per giustificarne il furto.
Dal 1967, l'esercito e i coloni illegali Israeliani hanno distrutto più di un milione di olivi, sostenendo che numerosi lanciatori di pietre e uomini armati si nascondono dietro di essi allo scopo di attaccare i coloni. [5] Questa argomentazione è alquanto speciosa perché questi alberi crescono molto in profondità nel territorio Palestinese, dove non dovrebbe comunque esserci alcun colono o soldato Israeliano.. Ma Israele è intenta ad appropriarsi persino delle ultime vestigie di terra lasciate ai Palestinesi e così chiude un occhio a tutti i metodi impiegati sia dai coloni che dai soldati per terrorizzare i coltivatori, costringendoli ad abbandonare le loro fattorie e le loro coltivazioni, anche se questo significa distruggere la loro terra. I coltivatori sono costantemente minacciati di venire picchiati e di vedersi sparare addosso, in una situazione in cui le loro riserve idriche sono contaminate (le quali sono già limitate dato che l'85 per cento delle risorse idriche rinnovabili vanno ai coloni e ad Israele), i loro oliveti vengono bruciati e i loro olivi sradicati. [6]
Su scala più vasta, l'esercito Israeliano ricorre ai bulldozer per sradicare gli alberi che sono sulla strada dell'itinerario del muro di “sicurezza" e dove impediscono lo sviluppo delle infrastrutture necessarie per assistere gli insediamenti illegali. Alcuni di questi alberi minacciati hanno dai 700 ai 1.000 anni e stanno ancora producendo olive. [7] Questi alberi preziosi vengono sostituiti da strade, fognature, elettricità, acqua corrente e reti per le telecomunicazioni, caserme militari Israeliane, zone d'addestramento, proprietà industriali e fabbriche che provocano una voluminosa depredazione dell'ambiente. Vista la maniera che Israele ha di fare le cose, nè gli alberi nè i Palestinesi che si sono preoccupati per loro, sopravviveranno alla barbarica pulizia etnica ed ambientale della Palestina.
L'ironia dietro tutto questo è che lo sradicamento degli olivi da parte di Israele è contrario al principio ebraico che è parte della halakhah* e la cui origine si trova nella Torah: " Anche se siete in guerra con una città… non dovete distruggere i suoi alberi" (20:19 Deuteronomio). Nell'ambito del pretesto di "redimere" la terra che il popolo Ebraico afferma gli è stata data da Dio e gli alberi che sono supposti preservare, Israele continua ad espropriare violentemente la terra Palestinese. Per ogni albero sradicato, una nuova lastra di calcestruzzo viene messa al suo posto per il muro e gli insediamenti ebraici illegali -- il paesaggio scolpito e alterato fino a non essere più riconoscibile, che così cessa di essere il posto sacrosanto che lungamente ha fornito ad Israele la propria falsa giustificazione biblica per espropriare i Palestinesi della terra che hanno coltivato e di cui si sono presi cura da tempo immemorabile.
L'agonizzante dolore di perdita provato dai Palestinesi per la devastazione della loro terra non viene riportato nelle statistiche. Soltanto coloro che hanno sofferto le stesse crudeli violazioni o coloro che cercano di proteggere e conservare il fragile equilibrio ambientale del pianeta possono capire che cosa significa per la gente essere cacciata dalla propria terra. Il diritto internazionale, anche se è dalla loro parte, rimane inefficace poichè nessun governo del mondo, neppure le Nazioni Unite, ha alcuna intenzione di esercitare pressione su Israele affinchè ponga fine alla sua punizione collettiva e illegale di tutta la popolazione Palestinese. Oggi, sono in corso numerose campagne a livello mondiale per far cessare lo sradicamento degli alberi in Palestina e per ripiantare quelli che sono già stati sradicati. E ogni anno, quando la raccolta delle olive Palestinesi si avvicina, numerosi volontari internazionali si uniscono ai Palestinesi per assicurare la necessaria protezione umana dagli atti di violenza inflitti sui coltivatori Palestinesi dai coloni e dai soldati Israeliani, che vogliono arrestare la raccolta delle coltivazioni. Questi meravigliosi atti di solidarietà contribuiscono a guarire la terra, ma non possono guarire il dolore di coloro che devono assistere allo sradicamento di olivi antichissimi, alla profanazione della propria terra e del proprio millenario retaggio culturale. Una realtà tanto straziante che ha portato il poeta Palestinese, Mahmoud Darwish, ad affermare, " Se gli olivi conoscessero le mani che li hanno piantati, il loro olio si trasformerebbe in lacrime…”
Sonja Karkar è la fondatrice e la presidentessa di “Women for Palestine” - Donne per la Palestina, un'organizzazione che si trova a Melbourne, in Australia.
* Halakhah è la tradizione giuridica dell'ebraismo e le decisioni halakhiche determinano la pratica normativa; se c’è una disputa, queste decisioni seguono, almeno in teoria, l'opinione della maggioranza dei rabbini – fonte: Wikipedia
Note
[1] Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, "La raccolta delle olive nella West Bank e a Gaza," Ottobre 2006.
[2] Applied Research Institute of Jerusalem (ARIJ), "La raccolta delle olive in Palestina. Una nuova stagione, un nuovo tormento," Novembre 2004.
[3] Canaan Fair Trade – www.olivecoop.com/Canaan.html.
[4] OXFAM, "I villaggi dimenticati: la lotta per la sopravvivenza sotto il peso delle restrizioni nella West Bank," Settembre 2002, p. 21.
[5] ARIJ, "La raccolta delle olive in Palestina. Una nuova stagione, un nuovo tormento," Novembre 2004.
[6] Resoconto delle Nazioni Unite da parte della Speciale Commissione per investigare le Pratiche Israeliane che hanno a che fare con i Diritti Umani del Popolo Palestinese e degli altri Arabi che vivono nei Territori Occupati, Numero 40, Settembre 2005.
[7] Atyaf Alwazir, "Lo sradicamento degli olivi in Palestina," Inventory of Conflict and Environment (ICE), Caso Numero 110, Università Americana, Novembre 2002.
Traduzione a cura di Melektro per www.radioforpeace.info