Di Mina Hamilton – 11 Gennaio 2006
Nei primi di Gennaio, il critico d'architettura del New York Time, Nicolai Ouroussoff, ha etichettato il muro di separazione in Israele/Palestina come "ad un livello fondamentale... un esempio di architettura".
"Una linea sulla sabbia" (1) è apparso nella sezione Arti e Tempo Libero del Time. Una foto evidentemente scattata al crepuscolo occupava l'intera metà superiore della pagina Arti. Le immense piastre nere di calcestruzzo del Muro facevano irruzione in lontananza. La maggior parte della foto era cielo. Un cielo magnifico. C'erano nuvole che si levavano ad ondate, tinte di delicata acquamarina, rosa e giallo per suggerire un fragile affresco di Tiepolo del 18° secolo.
La foto era l'articolo. Consegnava un messaggio: questo è bello, questo è da artisti. Senza dubbio molti lettori non si sono staccati dall'immagine. Se lo facevano, il tono romantico era enfatizzato nelle prime poche frasi. Un esempio di linguaggio onirico, suadente: "al tramonto, il suo percorso futuro [del Muro] è delineato da una collana di luci".
L'affermazione che il muro di separazione sia architettura è così assurda -- e pericolosa -- come dire che una ghigliottina sia stupenda.
L'architettura consiste essenzialmente nel creare lo spazio e, come dice il dizionario Webster, "di solito uno spazio abitabile". Si potrebbe aggiungere che l'architettura consiste anche nel creare dello spazio illuminante o stupendo. Spazio che è, in qualche modo, un'affermazione della vita.
Che sia l'elegante navata della Cattedrale di Chartre, il museo di Guggenheim a Bilbao, in Spagna, o il Memoriale della Guerra in Vietnam a Washington, DC, le strutture architettoniche sono spazi in cui la mente vaga, dove l'osservatore espande i suoi orizzonti mentali o emotivi. E' dove le persone, non solo si impegnano nelle mansioni familiari, quotidiane dalla vita. Ma anche dove vengono ispirate. Ispirate, tra le altre cose, ad adorare, danzare, cantare, o ricordare la morte. Ispirate a lasciarsi tutto indietro, a trascendere i modi di pensare comuni.
Il Muro di Separazione è essenzialmente un'arma. E' uno strumento di violenza ed espansione militare.
Il Muro di Separazione anziché creare spazio, distrugge spazio -- sia lo spazio della terra che, forse ancor più importante, dell'immaginazione.
Lungo il suo tragitto previsto di 450 miglia, il Muro sta perpetrando dei cambiamenti devastanti nel paesaggio palestinese ed israeliano. Con 500 bulldozer che in ogni momenti sminuzzano rocce, sradicano alberi e demoliscono case, esso sta alterando radicalmente sia le aree rurali che quelle urbane.
Nonostante sia stato brevemente descritto da Israele come una "barriera di sicurezza", i Palestinesi, gli Israeliani moderati, la Corte Internazionale di Giustizia e molti osservatori indipendenti capiscono che essa è una costruzione molto dentro la Cisgiordania, ed implica un enorme furto di terra.
Il Muro annette molto del territorio palestinese -- andando ben oltre la contestata Linea Verde della guerra post-1967. Le stime su quanta nuova terra il Muro espropri in Cisgiordania variano. Una fonte dice il 47 %. (2).
In aggiunta, i torreggianti bastioni in calcestruzzo di 30 piedi, la sua cicatrice lunga 360 piedi che crea una terra di nessuno, le sue videocamere ad alta tecnologia, i fari, i robot che sparano per uccidere, i fossati e le trincee stanno divorando gli oliveti. Stanno scavando tra pozzi preziosi, prosciugando l'acqua freatica, distruggendo molti villaggi.
Non solo il Muro distrugge i villaggi, i mezzi di sussistenza, le case e gli allevamenti, ma distrugge lo spazio della possibilità; distrugge il potenziale per il cambiamento.
Vengono cancellati gli attenti, complicati e pazienti gesti di ascolto, comprensione, negoziazione e compromesso, che sono tutti necessari per generare una soluzione possibile per Israele e la Palestina. Divide il mondo tra nero e bianco. Concretizza l'aggressione ed invita alla violenza.
Tragicamente, il muro di separazione, invariabilmente, diminuirà la sicurezza in Israele e in tutto il mondo. A Londra, a Gerusalemme, a Parigi, a New York, nella striscia di Gaza, a Washington Dc, a Munich, a Jakarta, a Peshawar, a Bali, a Roma, a Baghdad -- in breve, ovunque.
Così come domani sorgerà il sole o si alzerà la luna, il Muro di Separazione sta già irrompendo con veemenza nei cuori di tutti i Palestinesi, gli Israeliani e gli altri esseri del pianeta che sperano in un accordo di pace tra le due nazioni. Il suo impatto sarà particolarmente doloroso per gli 1.2 miliardi di Musulmani al mondo. Una percentuale molto ridotta, ma potente, di questi Musulmani legherà degli esplosivi ai propri petti e salirà su dei bus, prenderà posto nei ristoranti, e percorrerà gli atri degli hotel. Non sarà il solo Muro ad ispirare questi atti sanguinosi, ma la sua esistenza sarà un ulteriore fattore critico nell'educazione dei fanatici.
Non sa di spazio, ispirazione o idee. Non sa di bellezza o trascendenza. E' solo un messaggio di morte.
Non esistono estensioni dell'immaginazione per cui si potrebbe descrivere il Muro come architettura.
Mina Hamilton è una scrittrice che vive New York City. Può essere contattata all'indirizzo minaham@aol.com.
Riferimenti:
(1) Ouroussoff, Nicolai, "A Line in the Sand," New York Times, 1 Gennaio 2006. Sezione 2, pagina 1.
(2) Grassroots Palestinian Anti-Apartheid Wall Campaign, "The New Israeli 'Disengagement Plan' Map," 27 Febbario 2005.
Traduzione a cura di Carlo Martini per www.radioforpeace.info