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Le torture pubbliche di Robert Davis
In diretta da New Orleans: Abu Ghraib!

Di Lila Rajiva – 20 Ottobre 2005

Meno di due settimane fa, il 29 settembre, il giudice distrettuale americano, Alvin Hellerstein ha ordinato al governo la libera circolazione di nuove prove (87 foto e 14 filmati) di torture ed abusi a Abu Ghraib, prove che la ACLU ha richiesto facendo causa al generale Myers nel 2003.

Ma non c'è bisogno di attendere così tanto per avere la conferma che le violenze e gli abusi non siano solo una aberrazione in periodo di guerra ma una realtà nazionale grazie al rafforzamento della legge americana.  Un filmato della Associated Press Television News da New Orleans ne ha fornito furtivamente un'anteprima.

Lo scorso sabato notte, il 64enne Robert Davis è stato picchiato quattro volte al capo mentre si trovava all'esterno di un bar di New Orleans, vicino alla Bourbon Street. Mentre tentava di resistere ai suoi assalitori, 4 ufficiali, 3 bianchi e uno di carnagione chiara, lo hanno buttato a terra per poi colpirlo due volte con ginocchiate e pugni, lasciandolo con il sangue che gli scorreva dal braccio sino alla cunetta ai lati della strada. Un altro ufficiale bianco, Stuart Smith, da 8 anni in servizio presso il dipartimento, ha intimato al produttore della APTN, Rich Matthews, e al suo cameraman di smettere di filmare. Quando Matthews ha mostrato il suo tesserino da giornalista, l'ufficiale lo ha trascinato e spintonato sulla macchina e lo ha colpito con un pugno allo stomaco mentre ripeteva una marea di bestemmie. In una inquadratura si vede Davis, fermato per ubriachezza molesta e resistenza all'arresto, con l'occhio destro chiuso dal gonfiore, una ferita alla sinistra sul collo e un taglio sulla tempia destra.

Gli ufficiali non erano dei novellini e anche se  è stato asserito che erano notevolmente sotto tensione dalla condizione creatasi a New Orleans, la verità è che il dipartimento viene accusato di razzismo, violenza e corruzione da più di 10 anni. Durante l'uragano la polizia è stata di fatto implicata nei saccheggi e nei furti di almeno 200 auto dai negozi. Davis è l'ultima testimonianza del fatto che in America essere neri e bere, o solo guardare gli altri bere, è un reato punibile con pestaggi pesanti e anche con la morte.

Ricordate le tremende torture nell'agosto del 1997 inflitte a Abner Loiuma, un immigrato haitiano?  La sola sfortuna di Louima è stata quella di essersi trovato fuori il Rendez Vous Club a Flatbrush, Brooklyn, NY, quando la polizia è intervenuta per sedare una rissa. E' stato colpito ripetutamente e torturato all'ano con un pistone. Sei gli ufficiali implicati e molti altri hanno assistito alla violenza ma nessuno di loro, o dei numerosi testimoni, è intervenuto o fatto qualcosa. Loiuma è stato trasportato al pronto soccorso all'ospedale di Coney Island  dove gli ufficiali hanno inventato un fragile resoconto dei fatti affermando che le ferite intestinali erano dovute ad un consensuale rapporto omosessuale. Quando Magali Laurent, un'infermiera dell'ospedale, ha svelato quello che era accaduto vi fu una reazione di indignazione. Tutto questo sembra essere normale routine. La stessa storia che l'anno scorso si presentò sui nostri giornali quando l'impero militare e la stampa si definì scioccata; scioccata dalle torture sessuali inflitte ai prigionieri civili iracheni.

Solo due anni fa, nel novembre 2003, un altro uomo di colore, il 41enne Nathaniel West, che passava in stato di ubriachezza fuori ad un fast food a Cincinnati, è stato colpito a morte da cinque poliziotti bianchi ed uno nero che maneggiavano bastoni di metallo. Alcuni filmati mostravano che West opponeva resistenza inerme. Ma chi non l'avrebbe fatto se bastonato in testa da sei uomini? Jones è stato picchiato almeno una dozzina di volte per diversi minuti anche dopo essere caduto a terra e immobilizzato. Si sono fermati solo quando ha smesso di respirare. E' morto dieci minuti dopo il trasporto al pronto soccorso.

L'abitudine di assalire e di saccheggiare i civili iracheni durante le perquisizioni e le detenzioni, fatte a casaccio, non sono inconsuete in Iraq come invece ci è stato detto in modo pomposo dall'apologia imperialista: questo è l'esportazione della violenza razzista nazionale propria del rafforzamento del potere. Abu Ghraib è il ritorno di questo stato "liberale" americano, represso e violento.

Lila Rapiva è una giornalista free-lance ed autrice de "The Language of Empire: Abu Ghraib and the American media" (Monthly Review Press) [Il linguaggio dell'impero: Abu Ghraib e i media americani] La si può contattare al: lrajiva@hotmail.com

Traduzione di Federica Mei per www.peacelink.it