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Una guerra per il Futuro
Fermare la morte e la menzogna

Di Roger Morris - Ex membro dello staff del Consiglio di Sicurezza Nazionale
27 Settembre 2005

Oltre l’estate di morte. Non conosco armistizio con il Tempo, né con il complice del Tempo, la Morte.
--Wilfrid Scawen Blunt

[30 Agosto 2005] – Che momento surreale, questa opaca fine estate 2005.

Siamo bloccati in una diabolica guerra dai costi esorbitanti che abbiamo già perso. Qualcuno cerca di segnalarne l’atrocità nonostante che sembri una causa persa comunque. La maggior parte della gente però continua a giocare sotto il sole della stagione estiva ormai alla fine, incurante degli esiti finali.

A Washington regna il peggior regime di cui si abbia memoria.

Eppure tocca ad una madre di 48 anni lacerata da un lutto devastante, bivaccare in un fosso polveroso in Texas, e rappresentare la coscienza della civiltà, almeno fino a quando i media non si danno una mossa.

Il regime si pavoneggia nella sua furia violenta, sostanzialmente incontrastato dalla nostra presunta democrazia. La protesta si leva priva di forza. I noncuranti restano disinformati, senza guida.

Impreparati sui veri problemi, stretti dalla paura di mettere a rischio il privilegio in quanto tale, ostaggi di consiglieri corrotti e di un calcolo malato su ciò che è l’interesse nazionale, i Democratici non solo fraintendono lo stato d’animo dell’opinione pubblica e falliscono anche nel compito minimo di fare opposizione, ma prendono anche parte alla follia collettiva.

Da Hillary Clinton a Barack Obama, dai baroni del Campidoglio a quelli che seguono la protesta di Cindy dai blog, tutti lottano coraggiosamente perché ci sia più “foraggio”, e che sia assegnato con maggiore efficienza in occasione di calamità, e si stringono sinceramente tutti uniti a fianco della più vasta aggressione della nostra storia operata dalla destra. Aggiungete al disastro iracheno lo specifico fallimento del nostro secondo partito, intellettualmente e moralmente meschino.

Anche se i democratici fanno sondaggi per dimostrare che il coraggio è conveniente, come sicuramente sarà per alcuni, questo non ci farà del bene.

Come quegli strani repubblicani ribelli (il Senatore Hagel e Co., che, ironia della sorte danno dimostrazione di ciò che i conservatori hanno sempre detto sull’essere in grado di avere più integrità dell’altra fazione), anche i democratici  scopriranno che questa Presidenza è pericolosamente immune ai consigli e al consenso.

C’è un irrealistico parlare di un George W. Bush che riproporrebbe la parabola di Lyndon Johnson o Richard Nixon, rovinato ora da rivolte all’interno del partito, ora da dimostrazioni, defezioni all’interno dell’Establishment, scandali.

Ero alla Casa Bianca quando i “saggi” della politica estera americana del dopoguerra hanno detto a LBJ (Lindon-Bush-Johnson) che Wall Street così come Main Street avevano disertato la Guerra del Vietnam. Ero là anche dopo, mentre Nixon, crucciato, osservava con ansia un milione di dimostranti che bloccavano Pennsylvania Avenue. Ho visto quei politici, seppure a malincuore e a rilento, reagire alla realtà.

Bisogna essere chiari. Bush non è né Johnson né Nixon. Questo presidente non solo è il meno competente che sia mai stato lanciato sulla scena. E’ anche il più patologico. Ogni brandello di testimonianza su quest’uomo e sul suo governo, ogni dato, informazione, fuga di notizie, ogni gesto sa di patologico. Le matricole di psicologia e i terapisti dilettanti la riconoscono all’istante.

Tanto per citare un rinomato analista, che rimarrà anonimo per il bene dei suoi pazienti repubblicani:

George W. Bush è una personalità narcisista. E’ autoreferenziale. Vede le cose solo dal suo punto di vista, e di conseguenza vede e rappresenta l’America che riflette proprio questo. E’ capace di creare una perfetta campana di vetro nella quale nulla può penetrare. Come accade con altre personalità narcisiste, vive per la carica che riveste e per la sua grandiosità, e nel suo caso arriva anche a considerarsi l’esecutore del volere di Dio in terra. Non ha bisogno di prendere in considerazione l’esistenza di nessun altra realtà. Ritiene che ciò che è giusto per lui è giusto per tutti. Le regole per lui non valgono (il college, l’essere riservista, ecc.), le regole valgono solo per chi ne ha bisogno per fare quello che è giusto.

Diversamente dal Senatore Frist, di solito non faccio diagnosi in absentia, ma nel caso di George W., chiunque di noi potrebbe andare avanti all’infinito.

All’infinito è proprio il modo in cui la patologia si manifesta nel tormentare l’Iraq. Poco importano gli interessi di Cheney, Rumsfeld, Rice, i Generali, le corporations, la claque dei mass media i Democratici complici. Basta Bush. La vigliaccheria e la cecità, l’arte e la stupidità della politica della guerra, e della mentalità guasta incrostata del mito della guerra, saranno portate avanti finché Bush e tutti coloro che lo hanno usato e accettato rimarranno in carica.

Nonostante la morte apparente della politica, non abbiamo mai visto una crisi e una opportunità più politica di questa. La situazione attuale chiama a gran voce ad una lotta politica mai vista prima.

Non per continuare a piangere su quanto tutto ciò sia terribile, né per sbraitare su come i reazionari sono arrivati a questo, gli Inglesi di Churchill certo non passarono l’autunno del 1940 a scuotere la testa e scriversi addosso come era successo che i Nazisti erano alle porte. Non c’è tempo per questo. Il poeta ha ragione.

Per questa generazione di progressisti, la morte complice del tempo è morte senza senso, generazioni che cercano la morte in Iraq e tutte le altre morti in corpo e spirito inflitte dal malgoverno dell’America in patria e all’estero. Quello che si deve fare è chiaro.

Combattere ora. Combattere dappertutto. Portare la lotta innanzitutto e soprattutto là dove si trova il potere.

I progressisti devono contestare tutti i 435 seggi in Parlamento e tutti i 33 seggi in Senato nel 2006, e ogni governatore, legislatore e ufficiale locale che non sia contro la guerra in maniera inequivocabile, e ancora di più là dove un repubblicano o un democratico compromesso pretende di governare.

Non c’è da preoccuparsi del ragliare di Beltway secondo cui non sarebbe pratico, sarebbe uno spreco, insomma il falso mito delle corse senza competizione che in realtà non fanno altro che rafforzare il sistema del partito unico. Il punto è smettere di giocare con le vecchie regole. Come la RAF nel 1940, dobbiamo tentare anche l’impossibile. Nella volubilità di fondo dell’elettorato americano, ogni sfida è una minaccia, ogni scintilla una potenziale fiammata.

I politici lo sanno. Nessun democratico affronterà una sfida diretta sulla guerra, nessun repubblicano la affronterà senza rischio. Nessun progressista concorrerà senza un tornaconto. Nessuna lezione andrà perduta.

La campagna è semplice su ogni fronte. Stop alla morte. Stop alla menzogna. In Iraq e oltre. Riguardo la politica estera, l’energia, il lavoro e così molto ancora.

I progressisti non sono mai stati più forti, mai così mobilitati, consapevoli e preparati per portare avanti questo messaggio. Se fanno sul serio nel voler spendere i loro soldi per salvare il secolo, i nuovi donatori progressisti saranno ancora più forti nel fondare un nuovo modo di pensare politico e risposte per armare i candidati. I progressisti potranno così affrontare  finalmente lo scandalo del nostro sistema di assistenza sanitaria, e proporre una politica estera civile. Potranno trovare il punto di rottura per spezzare l’oppressione dei finanziamenti in campagna elettorale, per adottare alternative non letali e smettere di consumare come se non ci fosse crisi energetica o ambientale, come se un uragano scatenato dal surriscaldamento globale non stesse portando distruzione al 25% dei rifornimenti di greggio nazionali dalla Luisiana, con ulteriori disastri a seguire per il futuro.

Niente di tutto questo succederà con metodi e istituzioni vecchie guidate da uomini del passato. Non avremo mai la possibilità di fermare la morte e la menzogna finché non fermiamo il dilagare di tutto ciò che è irrilevante e che rappresenta puro auto-compiacimento, stupidità e vuoto dibattere. Vincere significa unità, e unirsi significa essere pronti a sacrificare onore, priorità, potere sui francobolli e prestigio che deve essere sostituito con politiche serie. Non c’è niente di nuovo. Non possiamo essere alla guida senza umiltà, o governare una nazione senza governare noi stessi.

Ancora più importante, dobbiamo stare attenti a non cadere nella rete di chi rappresenta da sempre per noi una “attrazione fatale”: non dobbiamo farci sedurre dai Democratici, che sui progressisti regolarmente sedotti e abbandonati hanno costruito una intera carriera.

Possiamo naturalmente strapparci le vesti mentre i democratici nominano Hillary Clinton e i repubblicani Giuliani, Mc Cain o qualche altro ripescaggio più trasparente. Possiamo facilmente scrivere blog e fasciarci la testa in questo crepuscolo quasi folle.

Oppure possiamo agire come il popolo libero che i nostri soldati, sotto il sole mortifero della Mesopotamia, illusi, sfruttati o ingannati pensano di difendere. Possiamo cominciare a lottare per loro, sempre di più, strada per strada, porta dopo porta, con 20 miliardi o 20 milioni. Possiamo trasformare la debolezza in forza, la ritirata in attacco, la sconfitta in vittoria.

Abbiamo perso la battaglia sull’invasione dell’Iraq e le elezioni del 2004, ma non abbiamo perso le nostre anime. Abbiamo perso delle battaglie, ma la guerra per il futuro dell’America e del mondo è solo all’inizio. Eppure non possiamo più aspettare a combattere. Nessuna tregua con il tempo né con il suo complice.

Roger Morris, è uno storico, vincitore di premi, e anche un giornalista investigativo che ha lavorato nello staff del Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto il presidente Johnson e Nixon. Morris ha appena terminato “Shadow of the Eagle” (L’ombra dell’aquila, ndt.), una storia della politica americana e dei suoi interventi sotto copertura in Medio Oriente e Asia del Sud, che sarà pubblicato all’inizio del prossimo anno da Alfred Knopf. Morris è anche autore di “Partners in Power: the Clintons and Their America” (Partner al potere: i Clinton e la loro America , ndt.), ed è autore insieme a Sally Denton di “The Money and the Power: the Making of Las Vegas” (Il denaro e il potere: la creazione di Las Vegas, ndt.). Ha lavorato come Senior Fellow del Green Institute: sul sito web dell’istituto, www.eGP360.net dedicato agli affari internazionali, è apparso originariamente questo articolo, e potete leggere anche i sui scritti precedenti e attuali sulla politica americana.

Traduzione di Paola Merciai per www.radioforpeace.info