Di Gianluca Bifolchi – 29 Aprile 2006
L'antimilitarismo non è né uno stato della mente né un dominio simbolico, ma solo il risultato della logica applicata all'analisi della realtà. I tre militari italiani morti a Nassirya non erano eroi più di quanto lo siano tre operai edili che, nel perfetto anonimato e la più completa indifferenza dei media, muoiono in un cantiere (peraltro in numeri assai più cospicui di quanto accade ai professionisti in armi).
Si dirà che i soldati servono lo stato. Anche il bidello di una scuola elementare o il neurochirurgo di una clinica universitaria servono lo stato e, a prima vista, svolgono mansioni la cui utilità sociale mi è assai più evidente di quella dei militari, almeno da quando il nostro paese ha iniziato ad ignorare l'articolo 11 della Costituzione ed ha preso la via dell'avventurismo militare all'estero.
Si dirà che occorre coraggio per fare i soldati. Ma la storia patria, negli opposti episodi dell'eccidio di Cefalonia e del fuggi fuggi a sud delle alte sfere militari insieme al re vigliacco, l'8 Settembre 1943, dimostra che la miscela di coraggio e viltà è tra i soldati la stessa che si trova in tutti gli altri strati della popolazione. E ai partigiani non occorrevano le stellette per rischiare e perdere la propria vita in combattimento.
Non fatevi giocare. La tremenda elaborazione mediatica del lutto che si sta preparando per i prossimi giorni è puro oppio dei popoli. Serve a stornare l'attenzione dal fatto che quegli uomini non dovevano essere lì. Per il nostro sistema politico -- tutto intero -- è essenziale che ORA voi smettiate di pensare.
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