Dopo mesi di fermento silenzioso, l’Ecuador indigena è esploso e si è riversato in massa per le strade: da tutte le province del Paese migliaia di indios, organizzati principalmente da CONAIE si stanno riversando lentamente ma implacabilmente sulla capitale. La marcia indigena, si unisce e supporta le proteste in atto già da tempo in tutto il paese contro la firma del TLC con gli Stati Uniti, a favore dell’espulsione dall’Ecuador della OXY e per la convocazione immediata di un’Assemblea Costituente.Di Manuela Canavesi – 25 Marzo 2006
Dopo mesi di fermento silenzioso, l’Ecuador indigena è esploso e si è riversato in massa per le strade: da tutte le province del Paese migliaia di indios, organizzati principalmente da CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador) si stanno riversando lentamente ma implacabilmente sulla capitale. La marcia indigena si unisce e supporta le proteste in atto già da tempo in tutto il paese contro la firma del TLC con gli Stati Uniti, a favore dell’espulsione dall’Ecuador della OXY e per la convocazione immediata di un’ Assemblea Costituente.
CONAIE ha dichiarato che le proteste e i blocchi stradali non si fermeranno finché il governo non dichiarerà pubblicamente l’interruzione delle trattative del TLC e il non rinnovo del contratto con la multinazionale OXY. In questi giorni difatti in Ecuador il processo in corso contro la multinazionale petrolifera OXY(Occidental Petroleum Company) è a un giro di boa.
La Oxy è solo l’ultima arrivata delle tante multinazionali che da più di 30 anni stanno facendo scempio del territorio ecuadoriano: prima di lei Texaco e Chevron. Il passato sciopero generale nazionale dell’8 marzo e le continue proteste dei lavoratori della zona di Lago Agrio testimoniano il forte rifiuto di gran parte della popolazione ecuadoriana nei confronti della OXY, già espulsa per i suoi crimini dalla Colombia e attualmente sotto processo non solo in Ecuador, ma anche negli stessi Stati Uniti per il massacro di contadini avvenuto proprio in Colombia, nella zona di Santo Domingo. In Ecuador la multinazionale non si sta certo comportando diversamente: continuano le minacce ai sindacalisti di Lago Agrio così come prosegue la noncuranza verso le leggi sulla protezione ambientale. Per non parlare delle violazioni dei diritti umani contro le diverse popolazioni indigene che abitano i territori dove la Oxy è presente. La zona di Lago Agrio, che comprende anche la Riserva Naturale della Laguna Cuyabeno, oltre ad aver visto il proprio habitat completamente trasformato e snaturato a causa degli oleodotti, è militarizzata ormai da mesi. Entro la settimana prossima la multinazionale dovrà presentare in tribunale le prove contro l’unica accusa per cui si è riusciti a porla in giudizio: la vendita illecita del 40% del proprio capitale alla compagnia canadese EnCana. Nonostante ciò si teme il probabile rinnovo del contratto tra l’impresa statale Petroecuador e la OXY.
Il famigerato accordo bilaterale
Come avvenne per il Plan Colombia, anche in Ecuador la Oxy è una delle sostenitrici, negli Stati Uniti, della firma del TLC (Trattato di Libero Commercio).
Le trattative per il TLC andino tra USA, Ecuador, Colombia e Perù sono iniziate nel 2004, in questi anni i temi più importanti su cui si è discusso sono quelli che riguardano le importazioni ed esportazioni di materie prime e di prodotti finiti, gli investimenti stranieri, la proprietà intellettuale, i brevetti, la tutela ambientale, la tutela dei lavoratori e il controllo delle dogane. Dei tre paesi andini, l’Ecuador è l’unico a non aver ancora ceduto alle pressioni statunitensi e ratificato il trattato: il Perù ha difatti firmato gli accordi definitivi nel dicembre del 2005 mentre la Colombia lo ha fatto a fine febbraio. L’ultimo giro di negoziazioni per la ratifica del Trattato in Ecuador inizierà il 23 di questo mese.
Ma la popolazione ecuadoriana ed in particolare il settore indigena ha deciso, anche questa volta, di non rimanere in silenzio a guardare ciò che sta succedendo: le basi popolari da tempo si sono organizzate in associazioni, comitati di quartiere e di zona. Il movimento è forte, ed in tutto il paese è scoppiato all’improvviso dopo un lungo periodo di incubazione. I muri delle città sono stati invasi da slogans e murales coloratissimi, dai toni forti, contro il TLC e la OXY; nelle ultime settimane tantissime sono state le manifestazioni di piazza, le marce e le proteste contro l’operato del governo e dell’attuale presidente Alfredo Palacios.
La Catedral Metropolitana di Quito è stata occupata da domenica notte da un gruppo di contadini appartenenti all’organizzazione Seguro Social Campesino: la cattedrale è stata immediatamente militarizzata ed è stato impedito ai numerosi cittadini solidali accorsi con viveri e coperte di entrare. La Croce Rossa Ecuadoriana inoltre, accorsa sul luogo, si è rifiutata di entrare nella chiesa per prestare soccorso agli occupanti che, a causa della mancanza di acqua e di cibo hanno già dal secondo giorno accusato segni di malore: chi avesse avuto bisogno dell’ausilio della Croce Rossa, sarebbe dovuto uscire dalla cattedrale. I militari hanno definitivamente sgomberato la chiesa nelle prime ore di venerdì 17 marzo, dopo 5 giorni di occupazione.
Nelle province di Cañar, Bolívar, Carchi, Pichincha, Chimborazo, Tungurahua, Imbabura e Pastaza le principali vie di comunicazione sono state bloccate da vere e proprie barricate: gomme di auto bruciate, tronchi di alberi rovesciati e la presenza fisica di centinaia di indigeni appartenenti a più di 30 organizzazioni differenti, tutte unite nella lotta comune contro il TLC. I posti di blocco si sono trasformati in veri e propri campi base con cucine comunitarie, tende improvvisate dove passare la notte, falò per ripararsi dal freddo e ovviamente, tanta tanta musica. E nelle città già iniziano a scarseggiare frutta, verdura e beni di prima necessità.
La mano pesante del TLC
La repressione di polizia ed esercito come sempre è forte e senza scrupoli: continue sono le denunce di persone ferite da gas lacrimogeni lanciati ad altezza uomo; donne, anziani e bambini sono stati picchiati selvaggiamente a colpi di manganello, a calci, colpiti da pietre. Nella zona di Saquisilì è stata denunciata la scomparsa di un anziano membro dell’associazione indigena Jatarishun, dopo essere stato brutalmente malmenato dalle forze del governo. Nella provincia del Chimborazo un’anziana di 70 anni e una bambina di 12 sono state gravemente ferite e trasferite d’urgenza negli ospedali di Riobamba e di Quito. Luis Macas, presidente della CONAIE, ha accusato pubblicamente il governo di essere il principale responsabile di questa brutale repressione e, in risposta alle accuse del presidente di “criminale distruzione delle istituzioni fondamentali” ha inoltre aggiunto che “non stiamo chiedendo nulla per gli indigeni. La nostra lotta è una lotta contro la firma del Trattato di Libero Commercio che il governo vuole firmare con gli Stati Uniti. Le ripercussioni della firma del trattato non ricadranno solamente sugli indigeni, bensì sull’80% della popolazione ecuadoriana”.
In una delle sue dichiarazioni alla stampa, CONAIE ha affermato: “La CONAIE dichiara al paese e ai mezzi di comunicazione che la sua mobilitazione ha come obiettivo quello di difendere il diritto della popolazione di un paese democratico ad essere coinvolto in una decisione tanto importante come la firma del TLC. Per ciò, consideriamo fondamentale che venga convocata una Consulta Nacional sul TLC con gli Stati Uniti, che venga reso pubblico, senza nessuna “clausola di segretezza” tutto ciò che è stato negoziato finora con gli USA, che venga aperto un dibattito trasparente sulle reali ripercussioni che avrà questo trattato sul paese. Nel frattempo, il Governo deve sospendere immediatamente tutte le trattative in corso con gli Stati Uniti. Se il Governo rispetta la democrazia, solamente il popolo, debitamente informato, potrà pronunciarsi a favore o contro il TLC. In caso contrario, la decisione sarà un’imposizione colonialista che i popoli indigeni, i poveri del paese e i settori sociali consapevoli delle reali conseguenze del trattato, rifiuteranno in maniera radicale”.