Di Giampaolo Capisani
3 Novembre 2004
Verso l’islamismo transnazionale?
Dall’indipendentismo Ceceno all’islamismo transnazionale
Dopo la carneficina di Beslan risulta particolarmente disagevole “prendere la parola” e scrivere di Cecenia; pure cerchiamo di farlo, nel tentativo di contribuire alla comprensione degli avvenimenti e soprattutto del retroterra storico, ideologico e sociologico che ha determinato tali avvenimenti. Riteniamo utile a tale scopo rimandare anche ad alcuni nostri interventi precedenti sul tema ceceno, necessari per dare profondità e spessore ai prerequisiti della nostra analisi (1). L’intento è quello d’indagare le cause delle recenti sanguinose vicende verificatesi in Russia nel corso dell’estate 2004: il 24 agosto l’esplosione in volo di due Tupolev di linea che provocò 90 vittime, il 31 agosto l’attentato-suicida nei pressi della stazione della metropolitana Rijskaia di Mosca nel quale perirono 10 persone, dall’1 al 3 settembre la cattura di oltre un migliaio di ostaggi nella scuola n. 1 di Beslan (in Ossezia settentrionale, ma nel territorio della Repubblica federativa russa) conclusasi con 339 morti.
Proponiamo con il presente testo una riflessione su quelli che consideriamo i due momenti-chiave dell’attuale situazione dello scenario ceceno: da un lato il precedente storico dell’operazione-Budennovsk del 1995, dall’altro l’evoluzione (il cui debutto stimiamo anch’esso attorno al 1995-‘96) del sentimento religioso e dell’assett etnologico regionale. Questi due aspetti insieme considerati possono in qualche modo “rendere ragione” della realtà attuale, cioè del passaggio dal “separatismo ceceno” all’islamismo “transnazionale”.
1995. L’EFFETTO BUDENNOVSK
Il 14 giugno 1995 un commando di un centinaio di boïeviki (guerriglieri) ceceni, guidato da Shamil Basaïev, irrompeva nell’ospedale della cittadina di Budennovsk (nella regione russa di Stavropol) prendendo in ostaggio circa un migliaio di persone. Un precipitoso e pessimamente organizzato assalto degli spetznaz (le forze speciali) provocò 166 vittime tra i prigionieri, ma soprattutto obbligò le autorità di Mosca a cercare la via del negoziato, conclusosi per Basaïev, e la maggior parte dei suoi uomini, con un salvacondotto, che gli permetterà il 20 giugno di “rientrare da eroe” in Cecenia. L’umiliazione subìta da Mosca fu particolarmente cocente, anche perché i sequestratori avevano potuto attraversare indisturbati oltre 150 km di territorio russo, nonostante l’imponente dispositivo di sicurezza messo in campo attorno ai confini ceceni.
Nei mesi successivi, incoraggiati e galvanizzati dal successo dell’operazione-Budennovsk, i guerriglieri moltiplicarono le incursioni verso le regioni circostanti, a partire dai contrafforti settentrionali del Caucaso: alla fine di agosto occupavano brevemente Argun, alla metà di dicembre era la volta di Gudermes e Urus Martan e nel gennaio 1996 toccava alla cittadina di Kizlyar (nel confinante Daghestan). In quest’ultimo caso l’operazione, durata una settimana, consistette nella presa “mediatica” di ostaggi. Dopo averne catturato diverse migliaia, circa 250 boïeviki fuggivano con 200 prigionieri, tra cui numerosi rappresentanti del governo daghestano, dando inizio così a un inseguimento conclusosi a Pervomaïskoe, villaggio contro il quale i russi lanciarono un attacco aereo, radendolo praticamente al suolo. Nei violenti combattimenti che seguivano perdevano la vita 26 soldati e diverse decine di guerriglieri ceceni e venivano liberati 80 ostaggi, ma un numero consistente di membri del commando, elusa la vigilanza russa, riguadagnava il territorio ceceno.
1996. LA DISFATTA RUSSA
Nei mesi successivi l’operazione-Budennovsk evolverà, grazie al suo esito, da semplice vittoria strategica (per quanto attentamente pianificata ed eseguita) a quello che potremmo chiamare il “tropismo di Budennovsk”, cioè a prova-provata della superiorità strategico-militare dei boïeviki, nell’assoluta certezza di questi ultimi di controllare il territorio, di poter agire indisturbati, di riuscire a infliggere gravi perdite ai russi e costringerne alla trattativa le autorità politiche - è d’altra parte in questo stesso periodo che si affermerà il mito dell’invincibilità di Basaïev.
Nell’evoluzione del quadro politico russo l’effetto Budennovsk (come fu vissuto dai boïeviki) andò sovrapponendosi all’approssimarsi delle elezioni presidenziali e pertanto alla necessità di Boris Eltsin di ottenere dei risultati nell’affare ceceno. Incapace di averne sul piano militare, egli si rassegnò a cercarne sul terrreno politico, implicando sempre più nel progetto il generale Alexandre Lebed (che già aveva gestito una gravissima crisi antirussa nella secessione della Transnistria dalla Moldova).
Il 18 giugno, poco dopo essere stato nominato Segretario del Consiglio di sicurezza, Lebed si pronunciava in favore di un accordo con i guerriglieri ceceni. Nel corso dell’estate gli eventi precipitavano: mentre l’esecutivo russo si dibatteva in una grave crisi, determinata dalla malattia di Eltsin, dalle ambizioni crescenti (e rese insistentemente pubbliche) di Lebed e dalla formazione di un gruppo di potere fortemente ostile a quest’ultimo, il 6 agosto i boïeviki riconquistavano Grozny infliggendo dure perdite all’Armata rossa (247 morti, 142 dispersi e 1.020 feriti). Lebed, munito di poteri speciali, si recava a Grozny per negoziare la sorte di diverse migliaia di soldati russi accerchiati e concludeva finalmente un accordo di pace, firmato il 31 agosto a Khassaviurt (in Daghestan).
Mosca abbandonava così Grozny ai boïeviki vittoriosi, l’Armata rossa umiliata ritirava le sue truppe (l’ultimo soldato abbandonerà il paese nel gennaio 1997) mettendo fine a un conflitto i cui costi umani sono stati stimati in 80.000 vittime e quelli economici in 12-15 miliardi di dollari.
1996-1999. IL CAOS DEL DOPOGUERRA
Nei mesi successivi la Cecenia fu indipendente de facto - ma la sua indipendenza non verrà riconosciuta da nessun paese - mentre la situazione interna, ben lontana dall’essere pacificata, andò degenerando.
L’unità politico-militare dei boïeviki si frantumò, dando vita a molteplici bande armate, articolate clanicamente, i cui comandanti stabilirono un proprio controllo personale sulle provincie della piccola repubblica (uno scenario già visto in Tagikistan e in Afghanistan). Il 27 gennaio 1997 Aslan Maskhadov, ex colonnello dell’Armata rossa e Capo di Stato maggiore delle forze indipendentiste, venne eletto, con il 64,8% dei voti, alla Presidenza della Repubblica d’Itchkeria; Shamil Basaïev ottenne il 22,7% e divenne Vice primo ministro. Maskhadov non riuscirà tuttavia a restaurare l’ordine, anzi tutte le sue iniziative si scontretranno con l’influenza di diversi gruppi armati, ai quali non sarà mai in grado d’imporre la propria autorità. Nel corso di pochi mesi, egli perse progressivamente il controllo del paese, che scivolerà nel caos provocato dal vertiginoso aumento della criminalità - traffico di droga, di armi, di carburanti, falsificazione di carta-moneta, riscatti provenienti dalla cosidetta “industria dei rapimenti” (stimati in circa 2.000 tra il 1996 e il 1999) - e dall’ascesa di una potente mouvance islamista.
L’ISLAM “PARALLELO” REGIONALE
Benché percettibile fin dal periodo della dissoluzione dell’Urss, l’influenza dell’islamismo radicale nell’area ceceno-ingusceto-daghestana postsovietica rimase latente e fino al 1996 non riuscì realmente ad attecchire in una popolazione locale tardivamente islamizzata (nel XVIII° secolo) e tradizionalmente praticante una versione sufi dell’Islam, caratterizzata da una grande tolleranza nei confronti dei segni esteriori (consumo di alcolici, abbigliamento ecc.).
Nella regione il radicamento delle confraternite sufi (cioè di quegli ordini iniziatici guidati da uno Shaikh che si rifanno a una visione ascetico-mistica dell’islam) fu in passato capillare ed egemone (!). Praticamente tutte le rivolte antizariste e antirusse, oltreché lanciare la Ghazawat (il termine locale della Jihad), vennero condotte da Shaikh delle confraternite della Naqshbandiya e della Qadyriya. La struttura aperta dei princìpi sufi, eterodossi e adattabili localmente, sopportava più agevolmente (anzi “parallelamente”) - e comunque meglio di quanto potesse fare l’islam ortodosso sunnita con le sue rigidità e le sue quattro scuole giuridiche - i costumi tradizionali della regione, che sociologicamente si caratterizza ancora oggi per la presenza di un’esasperata segmentazione clanica, strutturata, per la sola Cecenia, in almeno 130 diversi teips (clan), fattore, questo, fonte d’innumerevoli rivalità che sfociano in vendette implacabili e faide talvolta interminabili, giacché l’intero clan viene considerato responsabile di ogni offesa arrecata a un altro. Le sanzioni previste dal rito consuetudinario (adat) prevedono la vendetta di sangue: vale a dire una regola stellarmente lontana dai precetti coranici.
Non apparirà infine casuale che nel corso del periodo sovietico, non solo nel Caucaso ma anche nell’Asia centrale, gli ordini sufi siano divenuti clandestini e per così dire “underground”, riuscendo a tramandare nel tempo il sentimento religioso popolare e confinando l’islam “ufficiale” in un ruolo superficiale e folklorico. (2)
1995-2004. L’ISLAMISMO TRASNAZIONALE
Dati questi presupposti appare inevitabile registrare come la lunga permanenza storica del tariqatismo (da tariqat cioè “la via”, un sinonimo degli ordini sufi) sia stata sopraffatta dall’islamismo radicale.
Anche in questa vicenda il momento di svolta sembra essere l’estate del 1995, periodo che coincise con l’arrivo in Cecenia di numerosi volontari jihadisti provenienti da vari paesi mediorientali e nel corso del quale una parte di boïeviki, ispirarandosi ai mujahiddin afghani, andò progressivamente abbandonando le parole d’ordine indipendentiste per abbracciare temi di carattere islamista transnazionale. Vari reportage fotografici sui guerriglieri ceceni testimoniano questo cambiamento: saranno sempre più numerosi quelli che ostenteranno simboli islamici: versi del Corano scritti sulle spalline e sui foulard verdi e neri portati in fronte, mentre il colore verde dell’islam sostituirà la bandiera dell’Itchkeria e i caduti in battaglia diverranno shaheed (martiri).
Nel giro di pochi mesi, grazie agli ingenti mezzi di cui potè disporre oltreché a un’indubbia capacità di proselitismo, relativizzata dalle condizioni di grande precarietà della popolazione, l’islamismo radicale, che assunse come riferimento il wahhabismo e il salafismo, vide amplificarsi il consenso, riuscendo a reclutare un grande numero di giovani. Già a partire dal 1996 furono rare le formazioni di boïeviki che non avevano tra i propri ranghi almeno un paio o un gruppo di uomini votati alla causa di un islam completamente privo delle influenze locali o sovietiche. Il graduale riavvicinamento dell’eroe della “resistenza cecena” Shamil Basaïev con altre fazioni islamiste, come il Partito della via islamica di Movladi Udugov (l’ex ministro degli Esteri di Maskhadov), e l’allenza con formazioni jihadiste come quella comandata da Ibn ul Khattab è a questo riguardo sintomatica.
Questa deriva non verrà arginata neppure dalle sempre maggiori concessioni di Maskhadov: nel 1997 l’abrogazione della Costituzione del 1992, che prevedeva uno stato laico e l'instaurazione della Sharia, da estendere poi a tutti gli ambiti della vita politica e sociale; nel 1999 il varo di un progetto di costituzione basata sul Corano e la dissoluzione del parlamento ceceno rimpiazzato da una Shura (Consiglio) nella quale troveranno posto i vari signori della guerra). Di fatto però tutte le iniziative militari e terroristiche dei boïeviki, a cominciare dallo sconfinamento in Daghestan nel 1999 (che con gli attentati di Mosca ha determinato lo scoppio della seconda guerra cecena) per continuare il 23 ottobre 2002 con la strage al Teatro Dubrowka, per finire con l’estate di sangue 2004 (100 morti in Russia senza contare Beslan), verranno tutti sempre e puntualmente sconfessati da Maskhadov (e dal suo entourage) che oggi appare superato dagli eventi e dalle iniziative di Shamil Basaïev. Quest’ultimo sembra oggi ricusare la causa dell’indipendenza cecena e orientarsi sulla parola d’ordine della restaurazione dell’Emirato ceceno-daghestano e ha recentemente dichiarato di “lottare per il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia e dal Caucaso”, ma di non essere più interessato all’indipendenza giacché “se Mosca riconoscesse i miei confini io dovrei riconoscere i suoi!”
NOTE
1) Giampaolo R. Capisani, La Cecenia dalla colonizzazione all’‘era Putin’, in “Giano”, n. 33, 1999; Giampaolo R. Capisani, Nota sulle radici storiche di una rivolta e Cecenia 1722-1999. Dalla colonizzazione zarista alla prima guerra cecena, in “Guerre & Pace”, n. 66, febbraio 2000; Giampaolo R. Capisani, Cecenia e Jihad islamico, in “Guerre & Pace”, n. 95, pp. 13-14, dicembre 2002; Giampaolo R. Capisani, La guerra in Cecenia al centro di grandi manovre petro-strategiche, luglio 2003, sui siti: RKConline e Decoderonline.
2) Alexandre Bennigsen & Chantal Lemercier-Quelquejay, L’Islam parallelo, Marietti, Genova, 1990.