Di Luca Baroncini – 14 Settembre 2009
[13 Settembre 2009] - Come dicevamo nel precedente collegamento, grande fermento al Lido per l’arrivo di Hugo Chàvez, discusso presidente del Venezuela. Dopo la lunga intervista a Fidel Castro diventata lungometraggio nel 2005 (“Comandante”) Oliver Stone con “South of the Border” continua il suo cammino di scoperta dei leader mondiali più invisi agli Stati Uniti.
Iniziato come documentario sulla contraddittoria figura di Hugo Chàvez il regista americano, per chiarire le tante problematiche sorte, ha poi sentito l’esigenza di allargare il discorso ad altri leader politici sudamericani. Il viaggio è quindi diventato una tournée che ha incluso conversazioni informali con i presidenti Evo Morales (Bolivia), Cristina Kirchner (Argentina) e consorte (l’ex presidente Néstor Kirchner), Fernando Lugo (Paraguay), Lula da Silva (Brasile), Rafael Correa (Ecuador) e Raùl Castro (Cuba).
La pluralità di sguardi prova a chiarire ciò che l’opinione pubblica, soprattutto americana, ha fatto in modo di far credere per tutelare il proprio ruolo egemonico e i molti interessi economici (il Venezuela è pur sempre il terzo esportatore mondiale di petrolio). In base alle tante interviste che si alternano, i leader dei paesi sudamericani si schierano tutti a favore di Chàvez e del suo operato. L’obiettivo è un pieno controllo delle risorse nazionali, un rafforzamento dei legami regionali, una voglia di essere trattati alla pari dall’America e, soprattutto, l’indipendenza finanziaria dal Fondo Monetario Internazionale (il costo dei prestiti in termini di interessi fatti pagare è forse la maggiore forma di controllo esercitata dagli U.S.A.).
Il documentario chiarisce molti aspetti con una forma piuttosto lineare e funzionale all’obiettivo. Il pregio è quello di fare luce su ciò che i media hanno quasi sempre negato; il maggiore difetto è invece una parzialità subito evidente. Se di Chàvez si evidenziano infatti i lati positivi, e alla fine appare come un uomo di carattere teso unicamente al bene del popolo che rappresenta, si dice poco di quelli negativi.
Intanto al Lido è cominciato il toto-Leone. Tanti i lungometraggi che si succedono ogni giorno, difficile mantenere il passo e rischioso buttarsi su film di cui non si sa nulla. Tra le piacevoli conferme:
- “The Man Who Stare at Goats” la satira del mondo militare americano interpretata da George Clooney, che uscirà in Italia con il probabile, e imbarazzante, titolo “Capre in guerra”
- “Lo spazio bianco” di Francesca Comencini, interessante ritratto di donna in una Napoli inconsueta (ok, la Buy fa la Buy ma è molto brava)
- “Soul Kitchen”, del turco di origine ma tedesco di adozione Fatih Akin, divertente commedia che unisce ottime scelte musicali a personaggi irresistibili
- “Lebanon”, claustrofobico racconto dall’interno di un carro armato del primo giorno della prima guerra in Libano (6 giugno 1982)
Tra le delusioni, invece:
- “The Informant” di Steven Soderbergh, poco credibile ritratto del dirigente di una multinazionale agroalimentare, affetto da un disturbo bipolare della personalità, che diventa un informatore dell’F.B.I. ai danni della società per cui lavora
- “Persecution” di Patrice Chéreau, che sembra lo stereotipo dei film francesi in cui i personaggi si parlano addosso dall’inizio alla fine
Nelle sezioni collaterali, da notare il successo del francese “La Horde”, già acquistato dalla Fandango e di prossima distribuzione: un horror tout-court con per la prima volta gli zombi che parlano, più che altro urlano, in lingua francese. Più deludente, invece, la quinta incursione di George A. Romero nel mondo dei morti viventi con lo stanco “Survival of the Dead”.
Per ora è tutto, non resta che attendere il verdetto della Giuria!