Di Luca Baroncini - 5 Settembre 2007
4 Settembre 2007 - Com’è triste Venezia quando piove. Al Lido, roccaforte del Festival cinematografico più importante d’Italia, ancora di più, perché non c’è la consolazione di splendide architetture in cui perdersi e poi perché non può piovere anche sui sogni! Considerazioni meteorologiche a parte, il festival prosegue la sua corsa e noi con lui.
Nelle ultime due giornate ancora tanti film. Finora il più interessante è “L’assassino di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, il primo film che contiene uno spoiler nel titolo. Il regista neozelandese Andrei Dominik non cede alla tentazione di costruire un monumento all’americana del bandito che rubava ai ricchi per dare ai poveri, ma sfuma il personaggio rendendolo vulnerabile e problematico. Più dell’interpretazione di Brad Pitt, comunque in parte, convince il giovane Casey Affleck (il codardo del titolo) e la fotografia plumbea che grava sul destino dei personaggi alternando squarci di luce che bucano il buio (la bella sequenza della rapina al treno) a bianchi abbacinanti in cui i personaggi si perdono (e noi con loro).
Tra gli altri, delude, ma ha schiere di fan, Wes Anderson con “The Darjeeling Limited”, in cui tre bislacchi fratelli intraprendono un lungo viaggio in treno per cercare la madre fattasi suora in India. Lo stile è quello consueto del regista americano, con il predominio di situazioni grottesche, comiche per alcuni, irritanti per altri (appartengo alla seconda categoria).
Per restare al concorso, delude anche “I’m not there” di Todd Haynes, personale rielaborazione della vita di Bob Dylan in cui il celebre cantante è interpretato da sei differenti attori. C’è il bambino nero Woody che vaga per gli Stati Uniti su un carro bestiame, il poeta Arthur, il pastore di una comunità Jack, l’attore sciupafemmine Robbie che trascura la mogliettina francese, la cantante Jude, e l’enigmatico (nel senso che non si capisce bene chi sia e ove sia collocato temporalmente) Billy. Il tutto fuso in un interminabile collage dove i vari segmenti si intersecano provando probabilmente a dialogare tra loro, con le canzoni di Dylan e con lo spettatore. Il probabilmente deriva dall’impossibilità, per chi non conosce Dylan, la sua storia e la storia dell’America, di trovare appigli a cui aggrapparsi per poter afferrare il personaggio o qualche suo frammento. Per un gioco di questo tipo due ore e un quarto sono tante e il rischio più grande non è tanto quello di non portare Dylan alle masse attraverso una biografia tradizionale (nessuno da Haynes voleva o si aspettava una biografia tradizionale), ma di puntare esclusivamente a chi conosce già approfonditamente il personaggio escludendo automaticamente tutti gli altri.
Interessante, infine, “La graine et le mulet” (il grano del couscous e il cefalo con cui condirlo) di Abdellatif Kechiche, già regista del più riuscito “La schivata”. Il protagonista è un sessantenne appartenente alla comunità magrebina in Francia che coltiva il sogno di aprire un ristorante su un peschereccio acquistato per diecimila euro. Trasformare il suo sogno in realtà non sarà facile. Il regista continua la sua indagine sulla convivenza di culture differenti attraverso un racconto corale in cui si distingue la capacità di dare verità alle situazioni familiari messe in scena senza cedere a una tesi da dimostrare. Finora è il film che ha ottenuto i pareri più favorevoli sia dalla critica che dal pubblico. Per ora dal Lido è tutto. Alla prossima.