La Cecenia dalla
colonizzazione all’“era Putin”
La Cecenia, oracolo
dell’‘era Putin’.
Con una superficie di appena
13.000 chilometri quadrati (identica per farsi un’idea, a quella di una regione
italiana come la Campania) la Cecenia contrasta geograficamente con la vastità
dello spazio russo. Paradossalmente,
dalla fine del 1994 questo remota porzione del Caucaso settentrionale (regione
un tempo chiamata ‘Ciscaucasia’) conosciuta solo da qualche sparuto specialista
accademico, è salita alla ribalta delle cronache essendo stata teatro di una
guerra sanguinosa, di un conflitto di grande intensità, ma soprattutto di
grande complessità… tra i più emblematici e problematici degli anni Novanta.
Se dal punto di vista russo
la prima crisi cecena è apparsa ‘rivelatrice’, nel senso che ha spietatamente
messo a nudo i limiti di Boris Eltsin, le ambizioni di uomini politici come
Alexander Lebed e la mancanza di abilità (ma forse è più appropriato definirla
incompetenza) di personalità quali il Maresciallo Pavel Grachev, pure
all’attuale ripresa del conflitto in Cecenia va dato atto (nella sua tragicità
per i civili) di avere rappresentato il trampolino di lancio di quello che
sembra essere ‘l’uomo nuovo’ del Cremlino, cioé Vladimir Putin. E’ stato
infatti proprio l’accelleratore della ripresa della guerra russo-cecena, in merito
alla quale Putin ha dimostrato la più ferma intransigenza nei confronti
dell’Occidente, ad avere catapultato il Primo Ministro Putin ai vertici del
potere moscovita, cioè ad assumere la Presidenza ad interim in seguito alle dimissioni di Eltsin il 31 dicembre
1999. Dal punto di vista ceceno invece, la crisi attuale, come già quella del
1994-1996, non può che inscriversi nella lunga e storicamente radicata
tradizione di resistenza al giogo di Mosca: zarista, sovietico, o
post-sovietico che fosse, e le cui tappe principali si distribuiscono sopra un
orizzonte temporale di oltre due secoli, vale a dire dalla fine del XVIII
secolo fino ai giorni nostri. Ne vogliamo ricordare in questo contesto i tratti
salienti, non senza ricondurli a quelli che ci appaiono come i quattro momenti
fondamentali di rottura nella storia della Cecenia e cioè: la colonizzazione,
la deportazione, la desovietizzazione con l’indipendenza e infine la guerra del
1994-1996.
Primo shock - La
colonizzazione.
1785-1878. Un secolo di
guerre contro i colonizzatori zaristi.
Nel 1784 l’esercito zarista
occupava Petrovsk (oggi Makhachkala) e dopo avere conquistato la parte
settentrionale dell’Azerbaigian e avere assunto il controllo del litorale
caspico tra Petrovsk e Derbent, tentava di estendere le sue conquiste al
Daghestan e alla Cecenia, ma tra il 1785 e il 1791verrà fronteggiato da una
insurrezione guidata da Sheikh Mansur
o Mansur Usurma. L’appellativo Sheikh
sta ad indicare un maestro, un capo carismatico, cioè il leader di una confraternita sufi, ovvero di una comunità religiosa
islamica i cui precetti si fondano sull’ascetismo e sullo spirito di
sacrificio. Gli ordini sufi associano una componente mistica a una gerarchia di
maestri e discepoli. Per originalità e diffusione, il fenomeno del sufismo (che
si è diffuso in forme anche differenziate tra loro, in tutto il mondo islamico
dall’Africa, al sub-continente indiano, dall’Asia centrale ex-sovietica, alla
Turchia) viene anche definito con diversi sinonimi quali: ‘Islam parallelo’,
‘Islam eterodosso’, ordini dervisci, muridismo (da murid, cioè l’adepto di un ordine sufi) o tariqat (da tariqa, ‘la
via’, sottintendendo ‘la via verso Dio’). Per la nostra area di osservazione,
occorre tenere tuttavia conto che ancora nel XVI secolo praticamente la
totalità dei clan ceceni era
‘animista’ e che tali clan si
convertiranno all’islamismo solo nel corso della prima metà del XVIII secolo
grazie all’attivismo dei discepoli della Naqshbandiya
(una delle confraternite sufi più importanti fondata nel XIII secolo a Bukhara,
in Uzbekistan). Ed è appunto alla Naqshbandiya
che Shaikh Mansur apparteneva e
allo stesso modo l’insurrezione non era una semplice insurrezione, ma una vera
e propria Ghazawat, (il termine
locale per Jihad) cioè una ‘guerra
santa’contro gli infedeli. Dopo avere inflitto alcune umilianti sconfitte alle
truppe zariste, Shaikh Mansur viene
catturato dopo un assedio di 61 giorni, trasferito a San Pietroburgo e
imprigionato nella fortezza di Schlusselburg dove morirà nel 1794. I Russi
potevano così occupare la parte meridionale del Daghestan e gran parte
dell’attuale Cecenia, dove nel 1819 fondavano la fortezza di Grozny (termine
russo che significa ‘la Terribile’). L’eredità di Shaikh Mansur verrà però raccolta da altri Imam murid, provenienti
ed esponenti della medesima mouvance
religiosa: il muridismo. Anche in
questo caso il termine Imam, che
nell’islamismo sunnita, ben diversamente da quello sciita, indica semplicemente
colui che guida la preghiera collettiva, viene qui adottato come sinonimo di leader della comunità religiosa, in
maniera sostanzialmente non dissimile dal già citato Sheikh. Il primo Imam,
Ghazi Muhammad, verrà ucciso dai Russi nel 1831, mentre il secondo Hamza Bek,
verrà assassinato nel corso di una ‘vendetta locale’ nel 1834, anno in cui al
suo posto s’insedierà l’Imam Shamil,
che avrà l’occasione negli anni a venire di dimostrare il suo talento di
organizzatore. Shamil proclamerà una nuova Ghazawat
contro gli infedeli (cioè i Russi), ma in nome e per conto del Califfo (cioè
‘il successore’ di Maometto) dell’Islam, cioè del Sultano Ottomano e procederà
all’instaurazione di uno stato (Imamato)
fondato sulla Sharia, ovvero
sull’applicazione della legge coranica.
L’obiettivo sarà quello di estirpare l’adat,
cioè il diritto consuetudinario locale riconducibile al costume pre-islamico
che tollerava, ma addirittura in certe situazioni imponeva la ‘vendetta di
sangue’ e che risultava ovviamente contrario ai principi ispiratori dell’entità
statuale politico-religiosa da lui fondata. Inoltre Shamil procederà alla
suddivisione dei territori da lui controllati sotto l’autorità dei naïbs, che responsabili nei confronti
dello stesso Imam, ricopriranno nel contempo ruoli di
autorità sia politica, sia militare e verranno affiancati da qadi (giudici islamici) e da muzartikat (capi della polizia segreta).
Il sistema statale di Shamil, che stabilirà la propria roccaforte a Akhulgo nel
nord del Daghestan nei pressi del confine ceceno per spostarla nel 1839 nel
Grande Aul (Grande Villaggio) stavolta
direttamente in territorio ceceno (e oggi chiamata Vedeno), sarà in grado di
tenere testa ai Russi fino al 1859. Il 25 agosto di quell’anno l’Imam Shamil si arrenderà al Principe
Alexander Bariatinski, ma verrà ricevuto con tutti gli onori a San Pietroburgo
e nel 1866 presterà giuramento di fedeltà allo zar. Autorizzato a recarsi in
pellegrinaggio a La Mecca, morirà a Medina nel 1871. Sottolineiamo il fatto che
nella storiografia russa questo periodo viene chiamato delle ‘guerre murid’e che la periodizzazione dell’Imamato viene protratta da alcuni
storici fino al 1864, anno in cui una riunione per la preparazione di una nuova
rivolta cui parteciperanno 4.000 murid
nell’aul ceceno di Shali, viene
militarmente dispersa dai Russi che uccideranno 200 persone e ne deporteranno
diverse centinaia in Siberia. A questo punto le ultime vestigia dello stato che
fu di Shamil verranno meno, nonostante il fatto che l’autorità zarista deciderà
di non interferire localmente e di lasciare in vigore la Sharia.
La delusione e lo
scoraggiamento provocati dalla resa dell’Imam
Shamil, produssero nelle popolazioni locali (quella cecena, quella inguscia e
quella daghestana) un certo smarrimento e ne predisposero l’accettazione e la
disponibilità verso nuove ideologie; il ‘vuoto’ creatosi venne riempito da un
secondo ordine sufi quello della Qadiriya
propagato dall’attività missionaria di Kunta Kishiev (d’ora in poi Kunta
‘Haji’).
Un pastore che viveva nel
villaggio ceceno di Eliskhan-Yurt che, di ritorno da un pellegrinaggio a La
Mecca, decise di sostare a Baghdad dove verrà ‘illuminato’ sul mazar (tomba di un santo, luogo sacro)
di Abd Al-Qadir Al Ghilani, il fondatore appunto della tariqat della Qadiriya.
Rientrato in Cecenia egli si farà propugnatore tramite le sue predicazioni,
della non-violenza, della ‘non-opposizione al diavolo’ e dell’ascetismo
mistico, quest’ultimo da raggiungere attraverso la trascendenza e il totale
distacco dagli affari terreni, in una forma ancora più radicale della Naqshbandiya. Se l’effetto immediato
sarà quello di porre le basi della grande rivolta del 1877-1878, della quale
Kunta ‘Haji’ non potrà però mai venire a sapere poiché, arrestato poco prima
della vicenda dell’aul di Shali e
dichiarato insano di mente, verrà rinchiuso in un manicomio-prigione dove
morirà nel 1867. Ma l’effetto nel lungo periodo sarà ben diverso e assai più
duraturo. Una volta scelta quella che utilizzando un concetto del filosofo
francese Gilles Deleuze potremmo definire come una ‘strategia dell’esodo’, cioè
una strategia di sottrazione materiale al potere costituito, le confraternite
sufi attraverseranno nella semi-clandestinità decenni di potere sovietico, cioè
di campagne di propaganda anti-religiosa e di intimidazioni, promuovendo islamizdat (cioè l’editoria clandestina
di testi religiosi), per ritornare alla completa visibilità e legalità più
attive che mai, solo dopo il 1991 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Esse, grazie anche alla pratica della solidarietà
materiale tra gli aderenti, potranno presentarsi come le vere perpetuatrici
del senso religioso, debolmente fronteggiate dalle istituzioni dell’Islam
ufficiale sovietico, le nazarat (le
Direzioni Spirituali, istituite da Stalin nel 1944) ormai decotte, generalmente
asservite alla nomenklatura locale o
peggio al potere centrale moscovita e quindi sprovviste di consenso popolare.
Volendo si potrebbe delimitare questo discorso territorialmente; esso è infatti
certamente valido per la regione caucasica e quella centro-asiatica, ma con
distinzioni diverse e più precise. Se nella prima regione il fallimento e la
repressione della rivolta del 1877-78 possono già essere assunti come ‘punto di
non-ritorno’, come momento costituzionale di un orientamento verso la
clandestinità, verso la ‘dissimulazione’ della fede e l’evacuazione del
concetto di Ghazawat, nell’Asia
centrale viceversa il peso del
conflitto ideologico tra jadidismo
(da usul-i jadid, cioè ‘nuovo
metodo’, una forma di modernismo islamico, che tentava di ‘aggiornare’ la
religione con la scienza e la tecnica moderne e per questo esaltava la funzione
parzialmente ‘civilizzatrice’ della colonizzazione russa) e kadimismo (da kadim ‘antico’, cioè una concezione tradizionalista e conservatrice
dell’Islam) impedì fino ai primi decenni del 1900 la messa in pratica di una medesima
‘strategia della fuga’. In Asia centrale le confraternite sufi: Naqshbandiya. Qadiriya, Yasawiya e Kubrawiya parteciperanno in prima linea
alla lotta contro la colonizzazione russa: assedio di Gök Tepe (Turkmenistan
1881), rivolta nel Fergana (Uzbekistan 1895), ad Andijan (Uzbekistan 1898),
rivolta kazaka (1916) e rivolta dei Basmachi
(‘banditi’, guerriglieri anti-bolscevichi, iniziata nel 1919 ma proseguita a
lungo in tutta l’Asia centrale). All’instaurazione del potere sovietico anche
le confraternite del territorio centro-asiatico sceglieranno ‘l’invisibilità’,
ma questo confronto non deve sembrare inutile: il debole impatto del jadidismo nel Caucaso, viene evocato in
questo contesto come sinonimo di maggiore determinazione e maggiore radicalità delle
popolazioni di questa regione.
Secondo shock - La
deportazione.
1944-1957. La deportazione
di un ‘popolo punito’.
Nei decenni successivi
saranno numerosi gli immigrati russi che si trasferiranno a Grozny, cittadina
che inizierà a svilupparsi, anche economicamente, grazie alla scoperta di
giacimenti locali d’idrocarburi (1893), mentre nel resto della regione
relativamente pacificata, piccole rivolte sporadiche e dai caratteri
micro-locali continueranno fino alla Prima Guerra Mondiale. Nel maggio 1917
alcune rappresentanze cecene e daghestane daranno vita a Vladikavkaz (la
‘dominatrice del Caucaso) ad una ‘Assemblea dei Popoli del Caucaso
Settentrionale e del Daghestan’ ma in agosto i leader religiosi daghestani se ne separeranno, progettando il ripristino
dell’Imamato di Shamil poi realizzato
nel 1919 da Uzun Haji e da Sheikh
Najmuddin Hotso, entrambi della Naqshbandiya,
Come già Shamil anche questo stato si sottometterà (formalmente e
unilateralmente) all’autorità del Califfo, cioè del Sultano Ottomano.
L’esercito controrivoluzionario ‘bianco’ di Denikin occuperà poi la Russia
meridionale minacciando il Caucaso settentrionale e impegnando il combattimento
con i 10.000 volontari di Uzun Haji. Più tardi nel febbraio 1920 le forze
congiunte di Uzun Haji e dei bolscevichi del generale Gikalo sconfiggeranno
Denikin. Ben presto gli attriti con i bolscevichi surriscalderanno la
situazione e daranno vita a quella che Marie Bennigsen Broxup chiama ‘The Last Ghazawat: The 1920-1921 Uprising’
(l’ultima ‘guerra santa’, la rivolta del 1920-1921). La rivolta nel 1921 si
conclude con l’amnistia dei rivoltosi e del loro principale leader Said Bek (un pronipote dell’Imam Shamil), si procederà così a
diverse suddivisioni territoriali (Repubblica Sovietica della Montagna e
Repubblica Socialista Sovietica Autonoma -RSSA- del Daghestan) mentre con
rivolte minori nel 1926 e nel 1929 le popolazioni cercheranno di opporsi alla
‘collettivizzazione’ e alla ‘russificazione’. Nel 1936 la Cecenia unita
all’Inguscezia, entrerà a far parte dell’Unione Sovietica come RSSA,
nell’ambito della RSFS Russa. Un’ultima repressione benché ‘preventiva’ (14.000
arresti) si svolgerà nel 1937 e sarà detta Ezhovshchina
(perché iniziata nel villaggio di Ezhov). Nell’inverno del 1940 scoppia in
Cecenia, una nuova rivolta, ma stavolta a guidarla non sono dei leader religiosi, ma politici; si tratta
di due nazionalisti Hassan Israïlov e Mairbek Sheripov. Nel giugno 1941 la
Germania nazista dichiara la guerra contro l’URSS e occupa rapidamente una
vasta porzione di territorio sovietico raggiungendo a sud la Crimea. Un anno
dopo Hitler lancia una prima offensiva in direzione di Stalingrado e una
seconda verso il Caucaso con l’obiettivo di raggiungere i pozzi petroliferi di
Baku. La progressione in Ciscaucasia è rapida, ma issata la croce uncinata
sull’Elbrus i tedeschi non raggiungeranno mai Grozny, né Vladikavkavk (nel
frattempo ribattezzata Ordzhonikidze) ma alcuni gerarchi come Rosenberg e
Himmler avranno l’attenzione di pubblicare un ‘Appello al Popolo Ceceno-Inguscio’
considerato a Mosca come una delle prove della connivenza nazista nella rivolta
del 1940. Nei mesi successivi alla battaglia di Stalingrado che si risolverà
per l’Asse in una totale disfatta, i tedeschi evacueranno completamente il
Caucaso. Nel corso delle operazioni belliche tuttavia i tedeschi verranno a
contatto con diversi popoli caucasici dei quali tenteranno di sollecitare e
strumentalizzare le attitudini indipendentiste e anti-sovietiche e cercheranno
di reclutare truppe ausiliarie con un successo relativo nei suoi effetti.
Non si può certo definire
una partecipazione di massa ed entusiasta quella con cui Sultan Kelet Giray (un
protagonista della rivolta del 1920-21) aveva raggruppato i suoi reparti (la
‘legione dei musulmani ciscaucasici’) che combatteranno inquadrati nella Wehrmacht e al fianco dei Cosacchi
anti-sovietici di Vlassov, indietreggiando fino in Carnia, dove catturati dagli
Inglesi nel maggio 1945 verranno poi consegnati ai sovietici. Ma per contro
nella regione si erano andati sviluppando anche movimenti partigiani ostili
all’occupazione tedesca, benché di debole efficacia e per un periodo limitato
(circa sei mesi). In seguito alla ritirata tedesca, Stalin ordina di deportare
in Kazakstan e in Asia centrale diversi popoli accusati di ‘collaborazionismo’
con il nemico. Conosceranno tale sorte che già aveva colpito i Tedeschi del
Volga nell’agosto del 1941, i Karaciai (novembre 1943), i Kalmucchi (dicembre
1943), i Balkari (marzo 1944), i Tatari di Crimea (maggio 1944) e i Meskheti
georgiani (novembre 1944).
Per ciò che riguarda i
Ceceni e gli Ingusci uno stesso provvedimento li colpirà il 23 febbario 1943,
quando verso sera inizieranno i rastrellamenti di tutti i 425.000 abitanti
della repubblica che verranno deportati in ‘zone di popolamento speciale’,
nelle quali verranno isolati dalle popolazioni locali, sorvegliati, privati dei
diritti politici e civili, tra cui quello di produrre una propria stampa e di
avere un’educazione nella propria lingua. Le condizioni di vita saranno
estremamente precarie e la mortalità elevata, al punto che alcuni storici,
stimano le vittime di questo periodo a circa un terzo del totale della
popolazione ceceno-inguscia.
Su questi popoli scenderà
l’oblìo come se essi non fossero mai esistiti e anche dalle carte geografiche
scompariranno i confini delle omonime repubbliche, compresi quelli della
Cecenia-Inguscezia, il cui territorio verrà assegnato in gran parte alla
provincia russa di Stavropol (distretti minori andranno all’Ossezia
settentrionale, alla Georgia e al Daghestan).
Toccherà a Khruschev, nel
corso dello storico XX° Congresso del PCUS (Partito Comunista dell’Unione
Sovietica) del febbraio del 1956, proclamare ufficialmente questa deportazione
come uno dei ‘crimini staliniani’. Nel 1957 un decreto di ‘riabilitazione’
autorizzerà il ritorno di questi popoli nella propria repubblica d’origine, che
verrà formalmente e de facto
ricostituita. Nel 1959 il rientro poteva dirsi concluso, ma ben più difficile
sarà rientrare in possesso delle terre e delle case occupate da immigrati
russi. A Grozny città ormai maggioritariamente popolata da Russi si
verificarono seri incidenti. Il ritorno alla terra d’origine sarà ancora più
difficile per i Tatari di Crimea o impossibile per i Meskheti georgiani, ma un
consistente numero di Tedeschi del Volga, sceglierà dopo l’indipendenza del
Kazakstan di tornare in Germania.
Cenni etnologici: una
società clanica, violenta, ma egualitaria e solidale.
Grazie ad una vigorosa dinamica
demografica i Ceceni tornarono a costituire uno dei più importanti ‘piccoli
popoli caucasici’, dei quali all’ultimo censimento sovietico (nel 1989) 957.000
vivevano nell’omonima repubblica (insieme a 237.000 Russi e 164.000 Ingushi);
al di fuori della quale esisteva una ‘diaspora’ stimabile in 165.000 individui
in Russia (dei quali 58.000 concentrati nel Daghestan) e circa 50.000 nel
Kazakstan, discendenti dei deportati non rientrati nel 1957-1959. La Turchia
ospita una comunità di circa 10.000 persone.
I Ceceni sono i
rappresentanti di un popolamento antico ed etnologicamente prossimo agli
Ingusci, con i quali venivano etimologicamente raggruppati sotto l’appellativo
di Vainakhs, Gli etonimi Ceceni (che
si autodesignavano nakhci) e Ingusci
(che a loro volta si autodefinivano ghalghay)
sono stati attribuiti loro dai russi. I due pilastri identitari di questo
popolo sono la lingua (della famiglia caucasica nord-orientale) e il diffuso
senso religioso, contraddistinto dall’adesione al sufismo. Ma si tratta di
un’unità che deve essere fortemente ridimensionata data l’esistenza di un
potente fenomeno clanico: la popolazione è suddivisa in 131 diversi taips (clan). Il ‘fattore clanico’
simboleggia e descrive la qualità dei valori tradizionali della società cecena,
che sono quelli di una democrazia patriarcale, egualitaria e fortemente
solidale. Una società pertanto pervasa da arcaismi perché mai ‘feudalizzata’
nella sua storia; in altre parole non è mai esistita una ‘nobiltà’ o una
‘aristocrazia cecena’: tutte le decisioni importanti vengono prese
collettivamente, ma una volta assunte anche coloro che inizialmente erano
contrari vi si allineano..
Per contro lo stesso
‘fattore clanico’ è all’origine di innumerevoli rivalità, che come è tradizione
sfociano in vendette. La vita sociale dei Ceceni si caratterizza da antagonismi
di dimensione micro-locale che oppongono famiglie a famiglie, villaggi a
villaggi, clan a clan. Ma se da un lato tali antagonismi possono essere circoscritti
a forme di folklore locale, in una dimensione di ‘campanilismo caucasico’,
dall’altro quando si tratta di difendere l’onore di una giovane o di soddisfare
quello di un’offesa, esse possono evolversi in vere e proprie ‘faide’. Ne
risulta, nella sociologia del vissuto quotidiano un elevato livello di
violenza, visibile anche dal fatto che ogni individuo di sesso maschile porta
con sé un’arma a partire dall’adolescenza e nella quale i ‘valori marziali’
sono piazzati in cima alle virtù individuali e collettive. E’ solo facendo
appello anche a questo tipo di fenomenologia che è possibile spiegare la
combattività che i boïevichi
(‘guerriglieri’) Ceceni hanno dimostrato nella guerra contro l’Armata Rossa del
1994-1996 e in quella attuale. Sul
piano interno risulterà più chiaro se non evidente perché l’implosione del
sistema sovietico e la crisi della leadership
politica cecena fino a quel momento egemone, abbia scatenato una corsa al
potere nella quale ogni clan ha
cercato di sfruttare a proprio vantaggio le opportunità offerte dal nuovo
contesto socio-economico (desovietizzazione, passaggio al mercato,
privatizzazione e indipendenza), nel tentativo di occupare posti di
responsabilità nell’esecutivo locale.
L’obiettivo era quello
d’impadronirsi delle posizioni strategiche, dalle quali controllare le filiere
clientelari e i traffici più svariati e ovviamente illegali (petrolio, armi,
beni di consumo). E’ in questo quadro che ha potuto scatenarsi una rivalità tra
clan, che paradossalmente
condividevano tra loro l’obiettivo dell’indipendenza. L’aspetto clanico
presente in Cecenia appare tout à fait
paragonabile a quello intercorrente nel conflitto inter-tagiko, nel quale solo
ad una prima e superficiale lettura la guerra opponeva ‘neo-comunisti’ a
‘islamisti radicali’. (Vedi Giampaolo R. Capisani, ‘Pace in Tagikistan e nuovi
equilibri regionali’, in: Giano.
Pace-Ambiente-Problemi globali, n° 26, maggio-agosto 1997, pp.19-24).
1991. L’anno
dell’indipendenza cecena.
Malgrado la ‘riabilitazione’
del 1957 i Ceceni, come diverse altre popolazioni caucasiche o
‘ex-collaborazioniste’ continueranno ad essere vittime di pregiudizi da parte
dei centri del potere sovietico nel corso degli anni Sessanta e Settanta. Una
discriminazione alimentata anche nella sensibilità popolare da una certa stampa
che utilizzava facili equazioni e luoghi comuni, come ‘ceceno = mafioso’ oppure
‘georgiano = mafioso’; una dinamica realmente xenofoba prepotentemente rilanciata sui media russi dopo gli attentati terroristici dell’autunno 1999 a
Mosca. Sarà solo nel corso degli anni Ottanta che alcune personalità cecene
inizieranno ad accedere a posti di responsabilità. I casi esemplari sono quelli
di Djokhar Dudaïev che divenuto generale dell’aviazione, verrà nominato
comandante di una base di bombardieri strategici in Estonia (una regione
‘sensibile’) e, quello in campo politico della brillante e bruciante carriera
di Ruslan Khasbulatov (Vice-presidente del Soviet Supremo fino al 1991 e in
seguito, Presidente del Parlamento Russo fino alla ‘crisi’ dell’ottobre 1993).
Verso la fine degli anni
Ottanta la perestroïka e la glasnost determineranno la rinascita di
un generalizzato attivismo nazionalista, che con caratteristiche diverse si
manifesterà (oltreché nel resto dell’Unione Sovietica) nell’area caucasica e in
quella dell’Asia centrale (ad Alma Ata capitale del Kazakstan nel 1986 si
scateneranno dei moti anti-russi).
Nel 1991 tre avvenimenti
determineranno una rapida evoluzione degli avvenimenti nel Caucaso
settentrionale: a) il rientro in Cecenia di Djokhar Dudaïev, il quale posto
anticipatemente in pensione nel 1991, rientrerà nel ‘suo’ (malgrado sia nato in
Kazakstan) paese e nel suo clan di
origine (clan di Myaltchyi); subito
riuscirà a fare convergere su di sé i consensi degli anziani di diversi clan che riterranno d’identificarvi una
figura al di sopra delle parti. Egli viene così nominato leader del OKTchN (Congresso del Popolo Ceceno) il principale
movimento nazionalista, ben presto verranno a crearsi degli attriti con dei clan inizialmente alleati.
b) Il fallimento del tentato
putsch del 19 agosto 1991 a Mosca.
Esso costituirà l’atto di morte dell’Unione Sovietica, ma nel corso del suo
svolgimento Dudaïev sarà una delle rare personalità a dimostrare la sua
solidarietà a Boris Eltsin, arrivando a lanciare un appello nel quale si esortava
la popolazione, così come i riservisti ceceno-ingusci in servizio presso
l’Armata Rossa ad opporsi ai golpisti.
E’ solo grazie alla situazione di grande confusione creatasi a partire da
questo episodio che Dudaïev potrà conquistare il potere in seguito alle
dimissioni, il 6 settembre 1991 di Doku Zavgaïev (Primo Segretario del Partito
Comunista Ceceno) e allo scioglimento il 15 dello stesso mese del Soviet
Supremo locale. Da quel momento il paese verrà governato da un ‘consiglio
provvisorio’ diretto dallo stesso Dudaïev.
c) I rivolgimenti
istituzionali dell’autunno 1991. Djokhar Dudaïev viene così a trovarsi alla
testa della RSSA della Ceceno-Inguscezia, ma gli Ingusci, circa il 12% del
totale della popolazione si mostrano sospettosi e circospetti di fronte alle
reiterate richieste secessioniste da parte del leader ceceno e decidono di autoproclamarsi ‘Repubblica Inguscia
nell’ambito della Repubblica Socialista Sovietica di Russia’, confermando la
loro opposizione all’indipendentismo di Dudaïev. Rapidamente, si arriva il 27
ottobre 1991 alle elezioni legislative e presidenziali cecene (cui
ufficiosamente partecipa solo tra il 10-12% degli elettori) che determinano la
vittoria dell’OKTchN di Dudaïev (85% dei consensi dei votanti) e in conseguenza
del risultato elettorale il 1° novembre (con vigore il giorno successivo) viene
proclamata la sovranità e il 27 dello stesso mese una ‘dichiarazione
unilaterale d’indipendenza’ da Mosca da parte della Repubblica Cecena. Gli Ingusci rifiutano di avvallare questa decisione
e promuovono il 30 novembre un referendum
consultivo sulla decisione di separarsi dalla Cecenia per dare vita a una
‘Repubblica Inguscia all’interno della Repubblica Socialista Sovietica di
Russia’ approvata dal 90% dei votanti. Da parte sua Mosca moltiplica gli ultimatum ai ‘criminali ceceni’,
dichiara illegali (poiché contrarie alla Costituzione) le elezioni del 27
ottobre e il 7 novembre proclama l’instaurazione dello ‘stato di emergenza’ in
Cecenia, dove vengono spediti 2.000 uomini per ristabilire l’ordine. Delle
milizie locali si organizzano, volontari convergono dal Caucaso, vengono
lanciati appelli alla Ghazawat, la
situazione si aggrava, finché 48 ore dopo a Mosca viene votata la fine del
provvedimento di emergenza. Nei due anni che seguiranno le autorità di Mosca
(ormai russe e non più sovietiche) alle prese con il rifiuto della Georgia e
dell’Azerbaigian di aderire alla Confederazione degli Stati Indipendenti (CSI)
accantoneranno il dossier
dell’indipendenza cecena, comunque percepita come un pericolo incombente su tre
diversi livelli.
a) Una minaccia politica
sull’unità della Federazione Russa. Il timore in altre parole è quello che
altre repubbliche autonome interne alla Russia, intendano imitare ‘l’esempio
ceceno’, innescando una specie di effetto
domino indipendentista. E infatti alcune regioni estremo-orientali e la
Sakha siberiana vagheggiano qualcosa di simile, ma le più determinate si
mosteranno le Repubbliche Autonome del Tatarstan e del Bachkortostan, che come
la Cecenia rifiuteranno di firmare il nuovo Trattato della Federazione (il 31
marzo 1992); le prime due, dopo pressioni fortissime firmeranno il trattato
rispettivamente nel febbraio e nel maggio 1994.
b) Una minaccia economica o
più precisamente energetica. La Cecenia è attraversata da due oleodotti
atttraverso i quali transita una parte degli idrocarburi estratti dai nuovi
giacimenti kazaki (Tengiz) e azeri del mar Caspio (Chirag, Azeri e Güneshli)
verso il porto russo di Novorossiysk; anche se vecchi e malandati questi pipelines hanno il vantaggio di esistere
e anzi sullo scacchiere delle grandi manovre petro-strategiche che si stanno
giocando nella regione rappresentano il ‘perno’ della strategia russa. Ma
esistono per i suddetti idrocarburi due diverse altre opzioni di transito:
quella georgiana (Poti) e quella turca (Ceyan) l’indipendenza e il clima di
disordine instauratosi in Cecenia potrebbero favorire queste ‘vie alternative’,
danneggiando gravemente gli interessi russi.
c) Una minaccia sulla
sicurezza dall’estero. La crisi cecena è localizzata sul cosidetto ‘fianco
meridionale’ della Russia in quel ‘ventre molle’ rappresentato dal Caucaso
settentrionale. Nella regione si vanno addensando talvolta intrecciandosi, due
tipi diversi, ma nuovi, di pericoli: una pressione islamica dai molteplici
aspetti: rivitalizzazione delle pratiche religiose, attivismo delle
confraternite sufi, presenza di ONG islamiche straniere, convergenza di
volontari ‘afgani’ o arabi e appelli alla tradizione storica della Ghazawat contro gli ‘occupanti’ russi).
Il secondo pericolo è il grande sviluppo del fenomeno mafioso che nel caos e
nella particolare struttura sociale cecena e caucasica ha trovato l’humus sul quale prosperare ed estendersi
regionalmente e nella stessa Russia.
1991-1994. Il regime Dudaïev
Il governo di Dudaïev si
caratterizza per l’accentuazione dell’autoritarismo e la tendenza al nepotismo
clanico, mentre a Grozny circola un grande numero di armi ed una quindicina di
milizie risultano attive nella repubblica. Nel tentativo di controbilanciare
una immagine internazionale negativa, Dudaiev deciderà (similmente ad alcuni
presidenti dell’Asia centrale) di adottare la religione islamica: giurerà la
sua Presidenza sul Corano e sposterà
il riposo settimanale dal sabato-domenica al venerdì-sabato, tentando di
assumere la leadership caucasica
dell’islamismo politico, in ragione
della russofobia e di parole d’ordine pan-caucasiche (benché molto
confuse). Il 1992 sarà l’anno che vedrà le milizie cecene presenti in tutti i
conflitti regionali: partecipazione alla guerra civile contro i georgiani in
Abkhazia, implicazione nella Confederazione dei Popoli Caucasici, sostegno agli
Ingusci nel conflitto contro gli Osseti, etc.. In questa fase tuttavia, la
strumentalizzazione del fattore religioso appare oltre che come una boutade, anche come un diversivo alla
degenerazione del tessuto socio-economico della repubblica; una situazione
grave, che produce l’effetto di facilitare la costituzione di una eteroclita
opposizione interna, nella quale sono riconoscibili tre componenti principali.
a) I filo-russi, cioè gli aparachiks e la nomenklatura del periodo sovietico esautorati nel settembre 1991 e
guidati da Doku Zavgaïev, già Primo Segretario del Partito Comunista Ceceno.
Altre figure di riferimento della fazione pro-russa saranno Umar Avturkhanov e
il piccolo movimento Marcho diretto
da Abdula Bugaïev. Ovviamente partecipano alla formazione di questo
raggruppamento anche dei clan ceceni
in virtù dell’apparteneza dei personaggi-chiave.
b) I grandi clan tradizionalmente dominanti,
(Tchintchou, Chinkhoy, Benoy, etc.) che sono preoccupati dall’occupazione e
dalla monopolizzazione del potere da parte di Dudaïev e del suo clan (Myaltchyi). Al clan di Tchintchou appartiene anche
Bislan Gantemirov, per breve tempo sindaco di Grozny ed ex-alleato di Dudaïev
che gli aveva affidato il comando della ‘guardia nazionale cecena’; egli
romperà con il generale-presidente nella primavera del 1993, quando constaterà
la perdita di alcuni posti-chiave fino a quel momento detenuti dal suo clan. I gravi disordini che nel 1994
trascinano la Cecenia sull’orlo della guerra civile, possono essere
interpretati come una forma estrema di concorrenza esacerbata che oppone il clan presidenziale agli altri.
c) I delusi da Dudaïev cioè gl’indipendentisti
convinti che denunciano la deriva autocratica intrapresa da Dudaïev e temono
che la parola d’ordine dell’indipendenza venga snaturata e utilizzata
unicamente allo scopo di coprire traffici mafiosi. Principali figure di
quest’area sono Yaraghi Mamodaïev, Ibrahim Suleymenov e cui si uniranno alcuni
intellettuali come Lekha Saligovim e Lechi Usmanov. A questo tipo di
opposizione politica potrebbe essere ricondotto anche Ruslan Kashbulatov, che
imprigionato dopo la ‘crisi parlamentare’ del 1993, verrà amnistiato e nel
marzo del 1994 ritornerà in Cecenia, cercando invano d’imporsi sulla scena
politica locale.
Gli eventi si accavallano e
nella primavera del 1993 Mamodaïev rompe col campo presidenziale, formando un
proprio governo; il 13 maggio 1993 il Parlamento vota la deposizione di Dudaïev
e il 25 hanno luogo gravi scontri nella capitale con decine di vittime.
Circa un anno dopo
l’opposizione sceglie la via della militarizzazione, un’opzione cui non
sembrano estranee le manovre dell’FSK (Federal’noye
Sluzhba Kontrarazvedki, servizi di controspionaggio federale) che coopta
anche per ragioni personali (cioè di vendetta) Umar Avturkhanov e Bislan
Gantemirov, così a partire dal luglio 1994 la Cecenia scivola nella guerra
civile (in un contesto identico a quello delle rivalità e d’interessi economici
interclanici già segnalato per il Tagikistan). Avturkhanov, sostenuto da
militari russi, tenta un blitz sulla
capitale il 26 novembre 1994, che si risolve in un disastro, poiché 300 dei
suoi uomini saranno uccisi e verranno alla luce le implicazioni di Mosca.
Dudaïev fino a quel momento fragilizzato e marginalizzato dal suo
autoritarismo, ritornerà ad essere ‘l’eroe dell’indipendenza cecena’ e molti
esponenti dell’opposizione rientreranno nelle sue file, anche a causa del fatto
che l’11 dicembre 1994 tre colonne di blindati russi entreranno in Cecenia da
tre direzioni diverse per ‘ristabilire l’ordine’ e per quella che avrebbe
dovuto essere una ‘passeggiata militare’.
Quarto shock - La guerra
1994-1996 La prima guerra
russo-cecena
L’operazione militare detta
‘di disarmo di formazioni illegali’ mobilita 30.000 uomini, con 230 carri e 450
blindati ed é la più grande mobilitazione bellica lanciata da Mosca
dall’intervento in Afghanistan nel dicembre 1979 (sottolineiamo più esattamente
che si tratta di un’ anniversario, poiché sono passati esattamente 20 anni da
quell’avvenimento). Secondo fonti del Ministero Russo della Difesa i Ceceni
schierano 15.000 boïevichi e 30.000
civili armati e inquadrati in milizie.
Chiariamo a questo punto chi
sono esattamente i boïevichi: una
caratteristica di questa guerra sarà la partecipazione di un numero
considerevole di combattenti stranieri al fianco degli indipendentisti. I Russi
li stimano in 6.000, ma la cifra sembra sproporzionata; il fatto certo è che
diverse centinaia di combattenti non ceceni si sono battuti in Cecenia contro
l’Armata Rossa. Tra i boïevichi
possiamo distinguere tre principali raggruppamenti: i russofobi, principalmente costituiti da un centinaio di ultra-nazionalisti
e banderisti ucraini già presenti in
Moldova e in Abkhazia così come una cinquantina di nazionalisti baltici. I pan-caucasici, formati da nazionalisti
turchi dei ‘Lupi grigi’ o della sezione azera dello stesso partito (Boskurt), ma soprattutto da diverse
centinaia di abkhazi venuti a testimoniare la loro solidarietà ai Ceceni. Gli islamici radicali che benché non
rappresentino che alcune centinaia di uomini provengono da tutto il mondo
musulmano: tatari russi, mudjahiddin
afghani, islamo-democratici tagiki, qualche arabo e molti afghani (cioè veterani della guerra afghana) tra cui algerini e
bosniaci. La gran parte di quest’ultima componente sembra però provenire dai
Ceceni della diaspora con passaporto giordano, siriano, libanese o turco.
Tornando alle operazione
militari, la progressione delle unità russe verrà rallentata da blocchi
stradali, negoziazioni e manifestazioni stradali, ma alla fine il 20 dicembre i
primi reparti raggiungeranno Grozny nella quale restano solo 170.000 abitanti contro
i normali 400.000. La prima battaglia di Grozny si scatenerà quello stesso
giorno, ma l’assalto finale sarà lanciato solo il 31 dicembre a causa
dell’accanita resistenza dei boïevichi.
Le perdite russe sono elevate e nel gennaio 1995 verranno inviati rinforzi che
porteranno a 58.000 il numero dei soldati russi impegnati nel dispositivo.
Quando nel febbraio 1995, al
termine di sette settimane di combattimenti, la battaglia si conclude, nella
città distrutta per metà, non resteranno che 80.000 persone in maggioranza
russofoni e un primo bilancio stimerà in 1.000 i soldati russi caduti (ma molti
sosterranno la cifra di 5.000 come più attendibile) circa 25.000 morti tra i
civili e oltre 400.000 profughi (115.000 in Inguscezia, 90.000 in Daghestan e
200.000 nella stessa Cecenia). I combattimenti continueranno però nel resto del
paese dove all’inizio della primavera i russi lanceranno una nuova offensiva
riconquistando molte località nevralgiche come Vedeno (importante
nell’immaginario ceceno perché fu il Grande Aul,
cioé la capitale dell’Imam Shamil) e
Chatoï (quartier generale di Dudaïev).
I costi finanziari e le perdite
umane della guerra provocheranno dimissioni a catena tra i militari, tra cui
quelle del generale Boris Gromov (veterano ed ex-comandante del corpo di
spedizione afghano) mentre dalla Transnistria (regione secessionista della
Moldova e aderente alla Russia), il generale Alexander Lebed comandante della
XIV armata, farà sapere al collega Grachev che l’operazione ‘pone più problemi
di quanti ne risolva’. Alla metà di giugno il comandante ceceno Shamil Basaïev
(già veterano dell’Abkhazia) lancerà un raid
rimasto epico; alla testa di un commando
di un centinaio di boïevichi assalirà
l’ospedale della località di Budennovsk, nella regione russa (russa, e non
caucasica!) di Stavropol a oltre 150 chilometri da Grozny. L’intervento delle
forze speciali provocherà la morte di numerosi ostaggi. Obbligate alla
trattativa le autorità, Basaïev potrà rientrare in Cecenia con la maggior parte
dei suoi uomini dove verrà accolto da eroe. Nonostante tutto, il 30 luglio 1995
si arriverà a stabilire un ‘cessate il fuoco’ che già il mese successivo si
rivelerà inapplicabile per le numerose operazioni di guerriglia e gli atti di
sabotaggio che continueranno in tutto il paese: si conteranno circa una
trentina d’incidenti quotidiani, vale a dire dai tre ai cinque morti russi al
giorno. L’Armata Rossa procederà ad una severa repressione che aumenterà la
percezione popolare di essa come ‘forza d’occupazione’ e intaccherà profondamente
la credibilità del nuovo governo pro-russo ‘di rinascita nazionale’ guidato da
Salambek Khadjev e Doku Zavgaïev e nel quale entreranno anche Umar Avturkhanov
e Bislan Gantemirov. E’ a questo punto che i boïevichi adottano la strategia ‘mediatica’ inaugurata da Basaïev.
Quattro attentati vengono organizzzati: contro Oleg Lomov (rappresentante
personale di Eltsin, 20 settembre), il generale Anatoli Romanov (comandante
delle truppe in Cecenia, 6 ottobre), Doku Zavgaïev (il 20 novembre), mentre l’ultimo
raderà al suolo il palazzo di Grozny nel quale ha sede il governo pro-russo e
in cui periranno 11 persone (4 dicembre 1995). Con vari comunicati, la
guerriglia farà sapere di essere pronta a colpire Mosca anche con il terrorismo
nucleare e come prova di determinazione nel novembre 1995 viene fatto ritrovare
nella capitale russa un contenitore radioattivo contenente radio-137, ma gli elementi radiottivi provenienti da un apparecchio
relativamente diffuso nell’industria petrolifera non sono granché pericolosi,
ma lo sono abbastanza per diffondere la psicosi dell’attentato.
Il 21 aprile 1996 i Russi
riescono ad eliminare fisicamente Dudaïev, che viene localizzato grazie al
segnale del suo telefono cellulare durante una conversazione con re Hassan II°
del Marocco; la fattoria nella quale si trova viene distrutta con missili
lanciati da una squadriglia aerea fatta decollare allo scopo. I Russi contano
sulla decapitazione della guerriglia, ma una nuova direzione capeggiata da
Zelimkhan Indarbïev s’impone alla testa degli indipendentisti finché il 6
agosto 1996 i boïevichi riconquistano
Grozny infliggendo pesanti perdite alle truppe russe (247 morti) e circondando
diverse migliaia di soldati nelle città di Argun e Gudermes. Mosca invia con
urgenza Alexander Lebed in veste di plenipotenziario
che dopo una serie di trattative riesce a concludere un accordo di pace
definitivo il 31 agosto 1996. I termini dell’accordo prevedono il ritiro delle
truppe russe e il congelamento dello status
politico-giuridico della Cecenia fino al 31 dicembre 2001. Il bilancio della
guerra è molto pesante: tra gli 80 e i 100.000 morti (10.000 boïevichi, e 15.000 russi, il resto
civili), un costo tra i 12-15 miliardi di dollari e su un piano diverso,
l’umiliazione della sconfitta per l’Armata Rossa.
Nel gennaio 1997 malgrado
l’elezione alla Presidenza Cecena del ‘moderato’ Aslan Maskhadov ex-capo di
stato maggiore della guerriglia cecena, la situazione interna si degrada. Si
moltiplicano i casi di rapimento di giornalisti, uomini d’affari e volontari
dei diritti umani in cambio dei quali viene chiesto un riscatto, al punto che
numerose ONG e organizzazioni umanitarie lasciano il paese. L’8 dicembre 1998
quattro ostaggi, tre inglesi e un neo-zelandese vengono ritrovati decapitati;
Maskhadov lancia un appello alla popolazione che si risolve in un nulla di
fatto. In realtà dietro a questo stillicidio di violenza c’è anche anche un
confronto/scontro ideologico interno alla frazione islamica della guerriglia.
In esso si affrontano i tariqatisti,
rimasti fedeli alla tradizione del sufismo locale e i wahhabiti cioé i seguaci della dottrina sunnita più rigorosa, che
si oppone duramente agli sciiti e ai sufiti ispirata (e finanziata) dai
sauditi, molto attiva nello spazio ex-sovietico, e in generale nel mondo
islamico.
Malgrado i suoi sforzi
Maskhadov non riesce a riportare l’ordine, ma riesce a concludere la
riattivazione dell’oleodotto (9 settembre 1997), strategico per Mosca, per
l’utilizzazione del quale i Russi s’impegnano a pagare dei diritti molto
superiori a quelli riconosciuti a tutti gli altri territori e repubbliche della
Federazione. Dalla primavera del 1999 l’attività di saccheggio dell’oleodottto
praticato tramite dei fori nelle tubazioni assume un’ampiezza preoccupante e si
moltiplicano gli scambi di accuse. Secondo Maskhadov si tratta di provocatori
spediti da Mosca che intendono alimentare una strategia della tensione; secondo le autorità russe il pirataggio
si svolge su scala troppo vasta per passare inosservato alle autorità che dunque
sono ‘conniventi’ e non può che essere collegato al contrabbando (verso le
repubbliche confinanti) e all’utilizzo dei fondi così raccolti per acquistare
armi. Alla fine Mosca decide di trasportare il greggio azero con dei vagoni
cisterna su una linea che dal Daghestan transita più a nord della Cecenia, ma
non sarà evidentemente possibile spedire a Novorossiysk le stesse quantità di
greggio ed ai costi precedenti. Viene rapidamente riattivato un progetto
rimasto congelato (dall’allora Primo Ministro Boris Nemtsov) cioè quello di bypassare la Cecenia con un ‘oleodotto
bretella’ che da Baku attraverso il Daghestan e dal Kazakstan attraverso le
steppe calmucche, raggiunga Novorossiysk. In questo modo la Cecenia sarebbe
estromessa dal gioco e messa in condizioni di non nuocere. Il via ai lavori
viene dato con urgenza nel maggio 1999.
1999-2000. La seconda guerra
cecena
Inserito in questo quadro
forse è possibile capire quali erano le reali intenzioni dei boïevichi quando nell’estate del 1999
hanno lanciato i primi blitz contro
alcuni villaggi del Daghestan, proclamandovi uno ‘stato islamico’; essi
avrebbero impedito non solo il trasferimento ferroviario giornaliero del
greggio, ma anche la realizzazione dell’oleodotto ‘bretella’ che avrebbe
aggirato la piccola repubblica. Il 7 agosto 1999 l’agenzia Itar-Tass diramava
la notizia che alcune centinaia di boïevichi
provenienti dalla confinante Cecenia aveva occupato i villaggi di Botlikh e
Mekhelt, situati in una zona montuosa del Daghestan e vi avrebbero instaurato
uno ‘Stato Islamico del Daghestan’ In seguito all’intervento di forze di
polizia e sembra in mancanza di un reale sostegno popolare si erano ritirati il
24 agosto per ripartire all’offensiva all’inizio del mese di settembre,
occupando altri e diversi villaggi. Secondo il quotidiano russo Izvestia questi gruppi armati sono
riconducibili ai comandanti Shamil Bassaïev e al giordano di tendenza wahhabita Khabib Abd Ar-Rahman Khattab,
i quali intendevano entrare in territorio daghestano allo scopo di ‘“liberarlo”
dall’influenza di Mosca e stabilirvi uno “Stato islamico”’. Lo stesso giornale
riferisce che Khattab avrebbe dichiarato ‘di essere pronto ad una guerra dei
trent’anni contro i Russi’. In settembre un attentato distruggeva un palazzo a
Buïnask (nel Daghestan meridionale) abitato da militari russi e dalle loro
famiglie, provocando 20 vittime e un centinaio di feriti, mentre alla fine del
mese circa 2.000 boïevichi occupavano
dei villaggi attorno a Khasaviurt (cittadina dove venne firmato l’accordo di
pace dell’agosto 1996) per evacuarli alcuni giorni dopo.
Il passaggio successivo si
svolge a Mosca dove tra ottobre e novembre del 1999 diversi attentati
terroristici radono al suolo palazzi interi, provocando trecento morti e
altrettanti feriti: la ‘psicosi cecena’ è totale. Gli autori di questi atti
criminali restano sconosciuti e le indagini sono ancora in corso, ma le
autorità lasciano trapelare la ‘pista cecena’e l’opinione pubblica si convince
rapidamente che i responsabili non possono che essere dei Ceceni appartenenti
al network dell’islamismo radicale.
Sarà pertanto in un contesto
di consenso generalizzato che il governo di Mosca potrà lanciare prima in
Daghestan e poi in Cecenia, una ‘operazione di lotta contro il terrorismo
internazionale’; l’obiettivo sarà quello di rilanciare la guerra in Cecenia e
riconquistare Grozny, ma solo perché era necessario ‘rispondere’ agli attentati
dell’autunno e questo nella misura in cui, perfino una personalità politica
come l’ex-primo ministro Egor Gaïdar (strenuo oppositore della prima guerra
cecena del 1994-1996) li ha qualificati come la ‘prima aggressione contro il
territorio russo, dall’attacco dei nazisti nel 1941’. Questa seconda guerra
cecena è approvata (secondo un sondaggio del ‘Centro Studi dell’0pinione Pubblica
in Russia’ di Mosca diretto da Yuri Levada) dal 70% della popolazione che
sostiene oggi massicciamente l’intervento, così come da intellettuali di
estrazione più diversa, in un orizzonte che va da Alexander Solgenitsin al mite
e pacifico violoncellista e direttore d’orchestra Miatjslav Rostropovitch. Il
campo pacifista che nel 1994-1996 si era rapidamente organizzato e godeva di
una buona ‘visibilità mediatica’ e di ‘voce in capitolo’ è oggi letteralmente
scomparso. Non ci sono le ‘madri in nero’ dei soldati coscritti sulla Piazza
del Cremlino, l’associazione pacifista Memorial
é divisa e fragilizzata dal disaccordo che ha portato Yelena Bonner, la vedova
di Sakharov, a lasciare l’associazione stessa, non esiste una voce dissonante
nei media. Gli appelli lanciati da
Mosca da alcuni intellettuali francesi come Bernard Henry Levy e André Gluksman
che hanno accusato Putin di ‘crimini di guerra’ sono caduti nel vuoto, anzi
sono stati coperti di ridicolo. La stessa fonte di sondaggi sopracitata ci fa
sapere inoltre che all’inizio di novembre alla domanda: ‘Quale sarebbe la sua
attitudine se l’esercito, la polizia, l’FSK decidessero d’instaurare l’ordine
nel paese?’ Il 60% degli intervistati ha dichiarato che ‘avrebbe sostenuto
l’iniziativa’. Si tratta della stessa percentuale d’intervistati che ritiene
che ‘la Russia negli ultimi anni sia stata umiliata dagli Occidentali’.
Vladimir Putin in occasione poche settimane dopo la sua nomina il 9 agosto 1999
(quarto primo ministro in soli 18 mesi) ha incoraggiato l’escalation militare in Cecenia e come risultato in brevissimo tempo
è divenuto l’uomo più popolare del paese; il vincitore delle elezioni del 19
dicembre 1999, mentre ha già pesantemente ipotecato le elezioni presidenziali
del 26 marzo del 2000. Putin ha già lasciato intendere che gli Stati Uniti,
concludendo in via definitiva l’accordo con la Turchia, sul quale si sono
subito allineati Azerbaigian e Kazakstan per l’evacuazione del greggio del mar
Caspio verso la ‘via turca’ di Ceyan, danneggia il suo paese ed avere firmato
la realizzazione di un oleodotto alternativo (promosso congiuntamente da ENI
-Ente Nazionale Idrocarburi- e Gazprom) si è mostrato in perfetta sintonia con Eltsin sia in novembre al summit dell’OSCE a Istanbul che in
dicembre a Pechino (paese con cui la Russia va delineando una nuova entente cordiale, che dovrebbe
preoccupare non poco Washington). In queste occasioni pubbliche, Vladimir Putin
ha ribadito che la Cecenia rappresenta ‘un affare interno della Russia’, ma ha
voluto spingersi oltre sostenendo con un chiaro messaggio che la Russia deve
‘riportare l’ordine al suo interno e a Grozny e imporre il rispetto
all’esterno!…il popolo russo deve ritrovare la sua dignità’. Le truppe
dell’Armata Rossa che a partire da dicembre hanno rioccupato quasi interamente
la Cecenia e dal 29 dicembre stanno combattendo a Grozny, appoggiate dalle
milizie cecene pro-russe di Bislan Gantemirov (e chi altri sennò) si sono
sentite rinfrancate da queste dichiarazioni. Da parte sua, Vladimir Putin la
sera di Capodanno del 1999, poche ore dopo avere assunto la Presidenza ad interim della Repubblica Russa
anziché appoggiare il suo sedere sulla poltrona della loggia presidenziale del
Teatro Bolshoï, è volato a Gudermes (seconda città cecena) a 30 km da Grozny,
dove tra il frastuono delle cannonate ha decorato numerosi soldati russi. Forse
si è davvero aperta per la Russia l’‘era Putin’, ma se ha ragione il politologo
russo Andrei Piontkovski quando dice che: ‘Putin simboleggia la rinascita della
Grande Russia, il dinamismo militare e la vittoria sulla “Cecenia terrorista”’
allora significa che questa nuova era sarà sicuramente più inquietante ed
incerta dell’‘era Eltsin’.
Bibliografia
Abbiamo qui di seguito
raggruppato una selezione bibliografica, che senza la pretesa di essere
esaustiva, costituisce una base di conoscenza per approfondire meglio vari
aspetti della storia cecena e del Caucaso settentrionale.
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Per un’approccio cartografico
si consulti:
Sellier André e Jean
Sellier, Atlas des Peuples d’Orient,
La Découverte, Paris, 1993
L’unico testo disponibile in
italiano, divulgativo ma con numerose imprecisioni è:
Salvi Sergio, Breve storia della Cecenia, Firenze,
Giunti, 1995.
Mi permetto inoltre di
rimandare ai miei seguenti saggi per l’approfondimento di alcuni nodi e
comparazioni con l’Asia centrale, affrontate nel presente testo:
Giampaolo R. Capisani, I Nuovi Khan. Popoli e stati dell’Asia
centrale desovietizzata, BEM, Milano, 1997.
Giampaolo R. Capisani, The Handbook of Central Asia, A Comprehensive
Survey of the New Republics, I.B. Tauris, London, 2000.